I Bigliettini di Renata: Quando poche parole salvano intere mattine

Se avete letto la storia dei miei bigliettini — quelli lasciati vicino allo zucchero, dentro i menù, sotto i tovaglioli — allora sapete già com’è finita quella mattina: con le buste sul tavolo, con le mani che tremavano, con il bar intero che applaudiva come se avesse trovato un modo nuovo di respirare.

Io, invece, quel giorno sono tornata a casa con un peso diverso addosso. Non il peso della malattia, non quello delle scale che diventano montagne, ma un peso caldo: il peso di essere stata vista davvero, dopo quarant’anni passati a fare la piccola invisibile.

La sera, seduta sul letto, ho aperto di nuovo alcune lettere. Le ho posate sul copriletto una a una, come si stendono i panni al sole, e mi sono sorpresa a parlare ad alta voce, come facevo quando Guglielmo tornava tardi e io fingevo di brontolare.

«Hai visto, Guglielmo?», ho detto. «Hai visto che razza di guai mi hai lasciato? Adesso devo pure imparare a farmi voler bene.»

Ho riso piano, e mi è uscita una tosse secca subito dopo. Il corpo, quando è stanco, ti ricorda sempre chi comanda, ma quella notte ho dormito lo stesso con le buste accanto, come si dorme vicino a una luce piccola.

Il giorno dopo ho provato a scendere al bar come sempre, alle otto in punto. Ho messo il foulard con più attenzione, ho infilato la penna nella tasca del cappotto come fosse una chiave, e ho fatto la strada lentamente, contando i passi per non farmi prendere dal fiatone.

Quando sono arrivata, l’insegna del bar sembrava la stessa, eppure no. C’era più vita. Non una confusione da festa, ma quella vita tranquilla che viene quando le persone hanno deciso, senza dirlo troppo, di fare posto a qualcosa di buono.

Sul bancone c’era il cartello: “L’angolo di Renata: scrivi quello che vuoi dire davvero.” Le penne erano in un barattolo, i cartoncini in una scatola di latta, e sotto una seconda scatola più piccola, piena di biglietti già scritti.

Elisa mi ha visto dalla macchina del caffè e ha fatto quel sorriso che non si fa ai clienti, si fa alla famiglia.

«Caffè nero, leggero?»

«Sì.»

«E oggi niente avena se non ti va.»

«Mettila lo stesso. Mi serve per fare finta di essere una donna seria.»

Lei ha riso, ma negli occhi le è rimasta una cura che mi ha stretto il cuore. Mi ha portato la tazza e poi, senza che glielo chiedessi, ha spinto verso di me la scatola dei biglietti già scritti.

«Ne hanno lasciati tanti ieri, dopo che sei andata via.»

«Per chi?»

«Per chiunque. Ma anche… per te.»

Ho fatto scorrere le dita sui cartoncini come si passa la mano su un mazzo di foto. Alcuni erano scritti con grafie grandi, altri con lettere minuscole, altri con errori che li rendevano più veri. E lì, in mezzo, uno era piegato in due con una cura da bambino.

“Quando ti manca la forza, prendi un respiro e pensa che qualcuno ti vuole bene.”

Non era firmato. E per la prima volta, invece di sentire il bisogno di restare anonima, mi è venuta voglia di sapere chi l’aveva scritto, solo per dire: grazie.

È successo così, nei giorni successivi: io entravo al bar e non ero più solo quella che lascia. Ero anche quella che riceve, anche se all’inizio mi dava fastidio, come se mi avessero messo addosso un vestito troppo elegante.

Ogni mattina qualcuno scriveva. Il camionista con le mani grosse e le unghie scure, una ragazza che lavorava di notte e aveva gli occhi stanchi, un uomo che non parlava quasi mai e che però, quando ha preso la penna, ha scritto due righe che mi hanno fatto venire un nodo in gola.

“Non so dire le cose. Ma posso scriverle. Oggi non sei sola.”

Io ho continuato a scrivere i miei bigliettini, ma più lentamente. A volte mi cadeva la penna, e allora Enrico, il cuoco, usciva dalla cucina e la raccoglieva senza farmi sentire impotente, come se fosse la cosa più normale del mondo.

«Renata, oggi niente eroismi.»

«Non sono eroismi.»

«Appunto. Sono abitudini. E le abitudini vanno trattate bene.»

Una mattina, però, l’abitudine mi ha tradita. Mi sono seduta al mio posto vicino alla finestra e, dopo due sorsi di caffè, ho sentito il petto stringersi come un nodo troppo tirato. Non era dolore forte, era un avviso, un campanello che diceva: oggi no.

Ho appoggiato la tazza e ho provato a sorridere lo stesso, ma Elisa ha capito subito. Non so come fanno certe persone: vedono le crepe prima che tu te ne accorga.

«Renata, oggi ti accompagno io a casa.»

«Non serve.»

«Non discutere. E se discutiamo, vinco io.»

Mi ha preso il braccio con delicatezza e mi ha portata fuori. Il freddo mi ha pizzicato le guance e mi ha fatto venire voglia di piangere per niente, come quando si è troppo stanchi e persino l’aria pesa.

Nel tragitto, mi ha detto piano:

«Non devi venire per forza. L’angolo resta. Anche se tu non ci sei.»

«E se poi si dimenticano?»

«Non si dimentica quello che ha fatto bene.»

A casa mi sono seduta sulla poltrona e ho guardato le mani. Erano mani che avevano scritto per una vita e adesso sembravano mani di un’altra, più vecchia, più lenta. Per un attimo ho avuto paura. Non della fine — quella, in fondo, la conosciamo tutti — ma della sensazione di sparire prima ancora di finire.

Il giorno dopo non sono riuscita a scendere. E nemmeno quello dopo. Le ore si sono fatte lunghe, e il silenzio in casa ha provato a rimettersi al suo posto, come un ospite sgarbato che torna senza invito.

Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.

Torna in alto