Il bidello che riparava in silenzio ciò che nessuno vedeva più

Per otto anni ho creduto di conoscere la mia aula, finché ho visto il signor Zavatti inginocchiato sotto un banco.

Mi chiamo maestra Fabbri e insegno in quarta in una scuola primaria alla periferia di Bologna. Una scuola normale. Corridoi stretti, muri un po’ segnati, armadi pieni di cose tenute insieme con lo scotch, perché buttare via tutto non si può.

Nella mia classe c’era Nives.

Una bambina silenziosa, sempre al secondo banco. Non chiedeva mai niente. Se le mancava una gomma, faceva finta di nulla. Se la matita era corta, la teneva con due dita. Se il banco traballava, appoggiava il gomito sul bordo e continuava a scrivere.

Io lo vedevo, a volte.

Ma pensavo fosse solo distratta.

Un giovedì sono rimasta a scuola più del solito per correggere i quaderni. L’aula era vuota. Sul mio tavolo c’erano verifiche aperte, penne rosse e una tazza di caffè dimenticata.

Verso le sei ho sentito il rumore di un carrello nel corridoio.

Era il signor Zavatti, il collaboratore scolastico.

Lo conoscevo da anni, ma in realtà non lo conoscevo affatto. Capelli grigi, schiena un po’ curva, giacca blu da lavoro, mani grandi e rovinate. Salutava sempre con un cenno gentile. Io rispondevo, poi correvo via.

Per me era l’uomo che svuotava i cestini e chiudeva le finestre.

Aprì la porta e si fermò.

«Oh, maestra. Scusi. Ripasso dopo.»

«No, no, faccia pure. Sto finendo.»

Lui annuì e iniziò a sistemare l’aula. Prese il cestino, raccolse due cartacce vicino alla cattedra, poi si fermò davanti al banco di Nives.

Io alzai gli occhi.

Il signor Zavatti si inginocchiò. Dal carrello tirò fuori una vecchia scatola di biscotti in latta. Dentro c’erano viti, gommini, matite temperate, tappi di pennarelli, pedine di giochi da tavolo e pezzetti di legno.

Prese un cacciavite e strinse piano una vite sotto il banco.

Poi provò a muoverlo.

Il banco non tremava più.

Dopo, prese una matita nuova dalla scatola e la mise nell’astuccio di Nives. Con delicatezza. Come se avesse paura di fare rumore.

«Signor Zavatti?»

Lui sobbalzò.

«Che cosa sta facendo?»

Si imbarazzò subito.

«Il banco si muoveva. La bambina lo teneva fermo col braccio quando scriveva.»

Sentii un nodo in gola.

Lui aveva notato una cosa che io avevo lasciato passare.

Mi alzai e guardai meglio l’aula.

La mensola dell’angolo lettura, quella che pendeva da mesi, era dritta. Il gioco dell’oca aveva di nuovo tutte le pedine. La scatola dei colori non era più mezza vuota. La sedia in fondo non graffiava più il pavimento. L’orologio, che credevo rotto, funzionava.

«È stato lei?»

Lui abbassò lo sguardo.

«Sono sciocchezze.»

«Solo nella mia classe?»

Fece una piccola pausa.

«Un po’ in tutte. Quando posso.»

Non sapevo cosa dire.

Allora mi mostrò un quadernetto. Non per vantarsi. Sembrava quasi che gli pesasse farmelo vedere.

Ogni pagina aveva una classe.

“Quarta Fabbri: banco Nives.”

“Seconda B: sedia senza gommino.”

“Biblioteca: mensola bassa.”

“Aula arte: pennarelli senza tappo.”

Tutto scritto con ordine.

«Da quanto tempo lo fa?»

«Da qualche anno.»

«E compra lei queste cose?»

Chiuse piano la scatola.

«Poca roba. Qualcosa al mercatino, qualcosa da vecchi giochi rotti. Con una scatola incompleta se ne salvano altre tre.»

Lo disse come se fosse normale.

Come se passare le sere a riparare i piccoli problemi dei bambini fosse una cosa da niente.

«Perché non lo ha mai detto a nessuno?»

Guardò il banco di Nives.

«Le cose grandi si segnalano. Le cose piccole, i bambini le sentono prima degli adulti.»

Quella frase mi rimase addosso.

Poi aggiunse, con voce più bassa:

«Mia moglie è mancata cinque anni fa. A casa non c’è più nessuno che abbia bisogno che io aggiusti qualcosa.»

Si schiarì la gola.

«Qui, invece, ogni tanto servo ancora.»

Non risposi subito.

Ci sono frasi davanti alle quali bisogna solo stare zitti.

Il giorno dopo parlai con la dirigente. Non feci drammi. Raccontai solo quello che avevo visto.

Una settimana dopo, durante un piccolo momento nel salone della scuola, la dirigente chiamò il signor Zavatti. Lui diventò rosso, come se avesse combinato qualcosa.

Gli consegnammo una cassetta degli attrezzi nuova, comprata con una raccolta dei genitori.

Poi Nives si avvicinò.

Gli diede un disegno. C’era lui con il carrello, e dietro tanti banchi dritti, tante sedie, tanti bambini.

Disse piano:

«Grazie. Adesso il mio banco non trema più quando scrivo.»

Il signor Zavatti prese il foglio con le mani che tremavano.

«Grazie a te, piccola», mormorò.

Da quel giorno, sul suo carrello c’è un cartello fatto dai bambini:

L’officina del signor Zavatti

Lui continua a riparare le piccole cose.

Ma adesso lo vediamo.

E io, ogni volta che entro in aula, guardo i banchi in modo diverso.

Perché il signor Zavatti mi ha insegnato una cosa semplice: una classe non resta in piedi solo grazie a chi spiega alla lavagna.

Resta in piedi anche grazie a chi passa dopo tutti, quando nessuno guarda, e sistema in silenzio quello che gli altri non hanno notato.

Non riparava solo viti, sedie e giochi incompleti.

Riparava un po’ di attenzione.

Un po’ di dignità.

Un po’ di infanzia.

E a volte è proprio questo che un bambino aspetta, senza avere il coraggio di chiederlo.

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