Il cane che salvai tra le fiamme tornò cinque anni dopo, proprio accanto al letto di mia figlia

Poi vidi il dorso.

Una larga fascia di pelle più chiara correva lungo la schiena e il fianco sinistro.

Il pelo, lì, era più sottile.

Mi alzai in piedi.

La volontaria guardò la mia faccia e pensò che fossi infastidito.

«Possiamo tornare più tardi, se preferisce.»

«Come si chiama?»

Lei si fermò.

«Come, scusi?»

«Il cane. Come si chiama?»

«Brace.»

Sentii qualcosa stringermi lo stomaco.

«Brace?»

«Sì.»

La guardai di nuovo.

Fulva.

Quell’età.

Quella calma.

La volontaria mi fissava.

«Lei la conosce?»

Non sapevo ancora cosa rispondere.

«Forse.»

Sofia, dal letto, sussurrò:

«Papà, può venire qui?»

Brace si avvicinò.

La volontaria le diede un piccolo segnale.

Il cane appoggiò il muso sul bordo del letto.

Sofia mosse la mano sinistra.

Quella che non era ferita.

Brace rimase immobile.

Mia figlia le accarezzò la testa.

Per la prima volta da ore la vidi respirare normalmente.

Più tardi, mentre Sofia dormiva, chiesi alla volontaria di sedersi con me nella saletta dei familiari.

Si chiamava Diana.

Le raccontai tutto.

La casa.

Maya.

I quattro cuccioli.

Quella minuscola femmina che la madre aveva tenuto in bocca mentre la portavo fuori.

Diana rimase in silenzio.

Poi disse:

«Aspetti.»

Prese il telefono.

Fece una chiamata.

Parlò con qualcuno.

Tornò dopo qualche minuto con gli occhi lucidi.

«È lei.»

Mi sembrò di non capire.

«Chi?»

«Quella cucciola.»

Brace era davvero quella Brace.

La più piccola dei quattro cuccioli.

La figlia di Maya.

Adottata anni prima da Carlo e Teresa.

Ma c’era una cosa che non tornava.

Indicai la cicatrice.

«I cuccioli non si erano bruciati.»

«Infatti.»

Diana abbassò la voce.

«Quella cicatrice non viene dal primo incendio.»

Due anni dopo l’incendio di Maya, era successo qualcosa a casa di Carlo e Teresa.

Un guasto elettrico.

Fumo durante la notte.

Carlo aveva problemi di udito.

Dormiva profondamente.

Teresa era riuscita a uscire e aveva gridato al marito, ma lui non rispondeva.

Brace era rimasta dentro.

Quando Carlo si svegliò, si trovò il cane addosso.

Brace abbaiava e lo spingeva.

Il fumo era già entrato nella stanza.

Il calore arrivava dal corridoio.

Carlo, lento nei movimenti per l’età, cercò di alzarsi.

Brace invece di correre verso l’uscita rimase con lui.

Quando i soccorritori ricostruirono la scena, capirono che la cagna si era tenuta sul lato da cui arrivava il calore.

Tra l’uomo e il corridoio.

Era stata ferita alla schiena e al fianco.

Nello stesso punto di Maya.

Riuscirono entrambi a uscire.

Quando Diana me lo raccontò non dissi niente per diversi secondi.

Nella mia testa vedevo di nuovo Maya nell’angolo della stanza.

Il corpo curvo.

I quattro cuccioli contro la pancia.

Il dorso rivolto verso il calore.

«Brace aveva undici giorni quando sua madre fece quella cosa.»

Diana annuì.

«Lo so.»

«Non poteva ricordarselo.»

«Probabilmente no.»

Carlo e Teresa, dopo quel secondo incendio, presero una decisione dolorosa.

Avevano superato i settant’anni.

Avevano perso parte della casa.

Carlo aveva cominciato ad avere altri problemi di salute.

Non volevano che un cane giovane passasse gli anni migliori adattandosi alle loro difficoltà.

Affidarono Brace a un’associazione che preparava cani adatti all’assistenza emotiva.

Lo fecero piangendo.

Teresa mise nella cartella tutti i documenti.

La storia dell’adozione.

Il primo incendio.

Il secondo incendio.

Una fotografia di Maya.

Una fotografia di Brace cucciola.

Chi la valutò notò subito quella calma particolare.

Brace non era un cane adatto a fare spettacolo.

Non era esuberante.

Non cercava attenzioni.

Sapeva stare.

Che sembra niente.

Finché non ti trovi davanti a una persona che ha bisogno esattamente di quello.

Fu addestrata.

Superò le valutazioni.

E alla fine venne assegnata al programma di supporto per i bambini ricoverati nel reparto specializzato in ustioni.

Dello stesso polo ospedaliero.

A poche centinaia di metri dal centro veterinario in cui Maya, sua madre, era stata curata cinque anni prima.

Quando Diana disse quella frase, guardai fuori dalla finestra.

Quattrocento metri.

Più o meno.

Maya era stata salvata da una stanza piena di fumo.

Era arrivata lì ferita.

Era stata curata.

Sua figlia era cresciuta.

Aveva attraversato un altro incendio.

Ed era tornata nello stesso posto.

Non per essere curata.

Per aiutare.

Non sono superstizioso.

Non sono uno che vede segnali dappertutto.

Ho passato troppi anni in un mestiere concreto.

Se un muro cede, c’è una ragione.

Se una bombola esplode, c’è una ragione.

Se una casa prende fuoco, da qualche parte esiste una causa.

Ma quel giorno non cercai una spiegazione.

Mi bastò accettare il fatto.

Brace tornò nella stanza di Sofia ogni giorno fino alle dimissioni.

Non faceva niente di spettacolare.

Ed è proprio questo che vorrei far capire.

Niente trucchi.

Niente scene da film.

Si sdraiava.

Respirava.

Aspettava.

Durante le medicazioni, dal quinto giorno in poi, le permettevano di restare accanto a Sofia quando era possibile.

Brace si sistemava sul lato sinistro.

Quello sano.

Sofia infilava la mano nel pelo del collo.

E stringeva.

Il cane rimaneva fermo.

Assolutamente fermo.

A volte Sofia le sussurrava:

«Non andare.»

Brace non andava.

Una volta mia figlia mi disse:

«Papà, quando la tengo, sembra che il tempo vada più piano.»

Non dimenticherò mai quella frase.

Una bambina di nove anni aveva spiegato meglio di molti adulti cosa fa la paura.

La paura accelera tutto.

Il cuore.

I pensieri.

Il dolore.

Brace rallentava la stanza.

Un’infermiera che lavorava con bambini ustionati da quasi vent’anni mi disse:

«Ci sono cose che noi possiamo fare con le medicine. Poi ci sono cose che non entrano in una flebo.»

Indicò Brace.

«Quella è una di quelle.»

Sofia uscì dall’ospedale l’undicesimo giorno.

La cicatrice sul braccio è rimasta.

Non abbiamo mai fatto finta che sarebbe sparita.

A casa nostra non diciamo che le cicatrici sono brutte e non diciamo nemmeno, come si sente spesso, che bisogna essere per forza fieri di tutto ciò che ci accade.

Una cicatrice è una cicatrice.

Ci sono giorni in cui Sofia non ci pensa.

Altri in cui la guarda.

Fa parte del suo corpo.

Fine.

Quello che mi importava era che non diventasse anche una cicatrice nella sua testa.

A distanza di tempo, credo che Brace abbia aiutato molto.

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