Abitava sopra il forno.
Una donna alta un metro e cinquantacinque che riusciva a mettere paura anche a uomini grandi il doppio.
Vedeva Vittorio seduto sotto il portico.
Un mattino gli scese davanti con una tazza.
«Caffè.»
«Signora, non serve.»
«Non le ho chiesto se serve.»
Gli porse la tazza.
Poi guardò Radar.
«E tu smettila di fissarmi. Per te ho il prosciutto.»
Radar la seguì con gli occhi.
Da quel momento Teresa conquistò anche lui.
In pochi giorni il quartiere cominciò a cambiare.
Non in modo spettacolare.
Nessuna grande raccolta.
Nessuna cerimonia.
Solo piccoli gesti.
Il barista gli lasciava usare il bagno prima dell’apertura.
La farmacista controllava che avesse il necessario per gestire il diabete.
Un pensionato gli regalò una giacca.
Il proprietario di una piccola ferramenta gli fece sistemare alcune mensole in cambio di qualche ora di lavoro.
Vittorio era bravo con le mani.
Molto bravo.
Presto cominciarono a chiamarlo.
Una serranda da sistemare.
Un tavolo traballante.
Una porta che non chiudeva.
Una sedia da rinforzare.
«Quanto le devo?»
«Quello che vuole.»
Era così che rispondeva.
Il quartiere che il giorno prima lo aveva quasi ignorato ora cominciava a vedere Vittorio.
Non “il senzatetto”.
Vittorio.
Il meccanico.
Il padre.
Il nonno.
L’uomo che sapeva aggiustare praticamente tutto tranne la propria vita.
La cosa più difficile restava Elena.
Ogni domenica la telefonata arrivava.
E Vittorio continuava a mentire.
«Tutto bene.»
«Sì, ho mangiato.»
«Sì, papà prende le medicine.»
«Sì, Radar sta bene.»
Una domenica Teresa lo sentì.
Era seduta alla finestra.
Quando finì la telefonata, scese.
«Era tua figlia?»
Vittorio annuì.
«Le hai raccontato la favoletta?»
«Teresa.»
«Che c’è?»
«Non sono affari suoi.»
Teresa lo guardò.
«Hai ragione.»
Fece tre passi.
Poi si voltò.
«Però quando uno vuole morire di vergogna in mezzo al marciapiede, diventa anche affare di chi deve scavalcarlo.»
Vittorio rimase senza parole.
Teresa continuò:
«Io ho perso un figlio a quarantadue anni. Infarto. Avevamo litigato due giorni prima per una stupidaggine.»
La voce le cambiò.
«Gli avevo chiuso il telefono in faccia.»
Vittorio abbassò lo sguardo.
«Per dieci anni ho dato qualsiasi cosa per poter sentire ancora una volta la sua voce. Anche per litigarci.»
Poi indicò il telefono di Vittorio.
«Tu tua figlia ce l’hai ancora.»
Se ne andò.
Quella sera Vittorio non parlò con nessuno.
Ma il giorno dopo mi telefonò.
Aveva ottenuto il mio numero attraverso il barista.
«Marco.»
«Dimmi.»
«Devo chiederle un favore.»
«Quale?»
«Devo telefonare a mia figlia.»
Pensai che volesse che fossi lì.
Invece disse:
«Se cambio idea, non me lo lasci fare.»
Andai.
Ci sedemmo al tavolino più nascosto del bar.
Teresa fingeva di pulire una vetrina.
Gino impastava dietro il bancone.
Radar era sotto la sedia di Vittorio.
Il telefono squillò tre volte.
«Papà?»
Vittorio chiuse gli occhi.
«Ciao, Elena.»
«Tutto bene?»
Silenzio.
«Papà?»
«No.»
Quella piccola parola sembrò più pesante di tutto il resto.
«Come no?»
Vittorio tremava.
«Non va bene.»
Poi raccontò tutto.
Non perfettamente.
Non in ordine.
All’inizio provò a minimizzare.
«Qualche problema.»
Poi ammise l’officina.
I debiti.
La casa persa.
Le notti fuori.
La crisi glicemica.
Il cane.
L’ambulanza.
Elena non disse niente per quasi un minuto.
Poi la sentimmo piangere.
«Otto mesi?»
«Sì.»
«Otto mesi, papà?»
«Non volevo preoccuparti.»
«Tu credi che se fossi morto mi sarei preoccupata meno?»
Vittorio strinse gli occhi.
«No.»
«Perché non me l’hai detto?»
«Perché…»
La voce si spezzò.
«Perché sono tuo padre.»
Elena gridò.
Non di rabbia.
Di dolore.
«Appunto!»
Il bar intero rimase in silenzio.
«Appunto perché sei mio padre dovevi dirmelo!»
Vittorio piangeva.
Radar appoggiò il muso sulle sue ginocchia.
«Mi vergognavo.»
«Di me?»
«No.»
«Allora di cosa?»
Vittorio cercò le parole.
«Di non essere più quello che ricordavi.»
Dall’altra parte del telefono Elena singhiozzò.
Poi disse una frase che ancora oggi ricordo.
«Papà, io non ho bisogno di ricordarti. Ho bisogno che tu sia vivo.»
Vittorio si piegò in avanti.
Gino si voltò verso il forno.
Teresa si asciugò gli occhi con la manica.
Io guardai il pavimento.
Elena arrivò il giorno dopo.
Da Bologna.
Con il marito e i bambini.
Vittorio non lo sapeva.
Avevano deciso di sorprenderlo.
Quando la macchina si fermò davanti al forno, Sofia fu la prima a scendere.
Nove anni.
Capelli ricci.
Cappotto viola.
Vide Radar.
«RADAR!»
Il cane riconobbe la voce.
Partì come un razzo.
Poi Sofia vide il nonno.
Si fermò.
Vittorio era sull’ingresso del forno con le mani sporche di farina perché Gino lo aveva messo a sistemare una mensola.
Per un secondo nessuno si mosse.
Poi la bambina corse.
«Nonno!»
Vittorio la prese in braccio.
Barcollò.
Rise.
Pianse.
Le baciò i capelli.
Il piccolo Matteo arrivò subito dopo.
Poi Elena.
Lei si fermò davanti a suo padre.
Lo guardò dalla testa ai piedi.
La barba lunga.
La giacca vecchia.
Le scarpe.
Le mani rovinate.
Vittorio abbassò lo sguardo.
«Mi dispiace.»
Elena gli diede uno schiaffetto leggero sul petto.
Poi lo abbracciò.
«Mai più.»
«Mai più cosa?»
«Mai più decidere da solo quanto possiamo amarti.»
Vittorio la strinse.
E per la prima volta da quando lo conoscevo, vidi un uomo smettere di combattere contro l’aiuto.
Non si trasferì subito con la figlia.
Non sarebbe stato realistico.
La vita non si aggiusta con un abbraccio.
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