Il cane si tuffò nel fiume prima di tutti: pochi secondi dopo, la famiglia capì cosa stava facendo

Vittorio intervenne.

«No. Tu vai con tua moglie.»

Indicò il cane.

«A Bruno ci pensiamo noi.»

Anna aveva già preso delle coperte.

Franco stava liberando il retro del furgone.

Lucia disse:

«Giulia viene con me. Non discutere.»

In meno di cinque minuti il quartiere aveva organizzato quello che noi non riuscivamo nemmeno a pensare.

Matteo in ospedale.

Bruno dal veterinario.

Giulia al sicuro.

Noi due insieme.

Mentre partivamo, Matteo mi chiese:

«Bruno muore?»

Mentii.

È una delle bugie di cui non mi pento.

«No. Bruno torna a casa.»

Mi guardò con occhi stanchi.

«Mi tirava forte.»

«Lo so.»

«Pensavo mi strappasse la maglietta.»

Deglutii.

«Doveva farlo.»

Matteo chiuse gli occhi.

«Non ha mollato.»

No.

Non aveva mollato.

Dopo gli esami ci dissero che nostro figlio era stabile.

Doveva restare sotto osservazione.

Io ripetevo quella parola dentro di me.

Stabile.

Stabile.

Stabile.

Poi squillò il telefono.

Era Vittorio.

Risposi subito.

«È vivo.»

Mi sedetti nel corridoio.

«Bruno è vivo. La zampa è messa male, ma è vivo.»

Piangere per la seconda volta quel giorno significò ricevere una buona notizia.

La veterinaria che lo visitò, la dottoressa Elena Ferri, aveva cinquant’anni, capelli scuri striati di grigio e quel modo asciutto e gentile di parlare che ti fa fidare subito.

Bruno aveva una forte distorsione, contusioni alla spalla, piccoli tagli e una zampa molto dolorante.

I polmoni erano puliti.

Era esausto.

«È stato fortunato», disse.

Poi fece una pausa.

«Direi che siete stati fortunati tutti.»

Matteo quella notte non voleva dormire.

«Voglio vedere Bruno.»

Gli spiegammo che non poteva.

Piangeva.

Poi tossiva.

Poi si spaventava perché tossiva.

Marco gli mostrò una foto mandata da Vittorio.

Bruno era disteso su una coperta, con una fasciatura blu alla zampa.

Matteo toccò lo schermo.

«È colpa mia?»

Sentii una fitta peggiore di quella avuta alla riva.

«No.»

«Non ho ascoltato.»

«Hai fatto una cosa pericolosa, sì. Ma Bruno non è arrabbiato.»

«Perché mi ha salvato?»

Gli presi il viso.

«Perché ti vuole bene.»

Il giorno dopo, appena dimesso, Matteo volle andare da Bruno.

Giulia teneva stretto un coniglio di stoffa.

Marco guidava in silenzio.

Io guardavo i campi fuori dal finestrino pensando a quanto può cambiare una famiglia in ventiquattr’ore.

Bruno fu portato nella stanza su una coperta.

Appena vide Matteo, alzò la testa.

La coda batté piano.

Matteo si inginocchiò.

«Bruno…»

Gli mise le mani sul collo.

«Scusa.»

Il cane gli leccò una guancia.

Una volta sola.

Lentamente.

La dottoressa Elena sorrise.

Giulia indicò la fasciatura.

«Bruno è un supereroe.»

«I supereroi», rispose la veterinaria, «hanno bisogno di medicine e riposo come tutti.»

Quella frase diventò una regola di casa.

Per quasi due mesi Bruno non poteva correre, saltare o fare le scale.

Matteo prese la cosa sul serio.

Gli riempiva la ciotola.

Controllava la coperta.

Durante le medicazioni gli dava un bocconcino e gli diceva:

«Bravo, resisti.»

Gli disegnò anche un mantello rosso su un foglio che appendemmo al frigorifero.

Ma le ferite che non si vedevano richiesero più tempo.

Matteo cominciò ad avere incubi.

Si svegliava urlando:

«Le gambe! L’acqua mi prende le gambe!»

Bruno, nello stesso periodo, si agitava durante il sonno.

Muoveva le zampe.

Si svegliava di scatto.

Cercava Matteo.

Quando la veterinaria ci diede il permesso, spostammo la cuccia nella camera di nostro figlio.

La prima sera Matteo lasciò una mano fuori dal letto.

Bruno appoggiò il muso sotto quelle dita.

Dormirono così.

Marco li guardò dalla porta.

«Si stanno ancora salvando.»

Aveva ragione.

Il salvataggio non era finito al fiume.

Continuava di notte.

Dentro una cameretta.

Tra un bambino che aveva paura dell’acqua e un cane che ancora la sognava.

La storia, inevitabilmente, si sparse in paese.

Ma la cosa che mi colpì non furono le persone che chiamavano Bruno “eroe”.

Fu quello che accadde senza che chiedessimo nulla.

La signora della bottega ci lasciava sacchetti con biscotti per cani davanti al cancello.

Franco costruì gratuitamente una piccola barriera più sicura verso il tratto basso del giardino.

Vittorio veniva ogni due giorni a controllare la recinzione.

Una vedova che abitava dall’altra parte del paese, e che conoscevamo appena, cucì per Bruno una coperta.

Mia madre preparava lasagne come se il ragù potesse guarire anche lo spavento.

La domenica successiva non facemmo il solito pranzo grande.

Non ne avevamo voglia.

Ma alle dodici e mezza suonarono.

Poi ancora.

Poi ancora.

Anna con una teglia.

Lucia con il pane.

Franco con una bottiglia di vino per Marco.

Mia madre con il brodo.

Vittorio con un osso enorme per Bruno.

Alla fine ci ritrovammo tutti attorno al tavolo.

Senza averlo organizzato.

Eravamo stretti.

Le sedie non bastavano.

Qualcuno mangiava in piedi.

Giulia rovesciò l’acqua.

Matteo si irrigidì vedendo il bicchiere cadere.

Bruno sollevò la testa.

Ci fu un attimo di silenzio.

Poi Vittorio raccolse il bicchiere e disse:

«Questo stavolta lo prendo io.»

Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.

Torna in alto