Sulle pareti erano appese decine di soluzioni sbagliate.
Lorenzo, davanti alla lavagna, spiegava un rinforzo delle colonne orientali.
Era un’idea elegante da vedere.
Inutile nella realtà.
Non considerava il vento laterale.
Davide strinse il sacco dei rifiuti.
La mano gli si mosse quasi da sola, come se volesse prendere il pennarello.
Lorenzo se ne accorse.
«Ti serve qualcosa?»
«Sto finendo, dottore.»
«Finisci fuori. Qui c’è gente che lavora davvero.»
Amina intervenne.
«Il cestino dell’ala ovest non è stato ancora svuotato.»
Era una piccola difesa.
Lorenzo la fulminò.
«Può tornare dopo. Alcuni lavori contano più di altri.»
Davide uscì.
Prima che la porta si chiudesse, sentì Amina dire: «Continuo a pensare che il problema sia nel supporto nord.»
Lorenzo la interruppe.
«Abbiamo già perso abbastanza tempo con quella teoria.»
Nel corridoio, il telefono di Davide vibrò.
Ultimo avviso del proprietario.
Pagamento completo entro venerdì o sfratto.
Poco dopo arrivò un’altra notifica.
Interruzione definitiva della corrente mercoledì.
Gli girò la testa.
Si appoggiò al carrello.
«Perché blocchi il passaggio?»
Lorenzo era tornato con due clienti.
Davide spostò subito il carrello.
«Mi scusi.»
Mentre passava, Lorenzo disse abbastanza forte da farsi sentire:
«Ormai non si trova più personale decente. Basta assumere chiunque per fare bella figura con le statistiche.»
Uno dei clienti rise per imbarazzo.
Quella risata ferì Davide più dell’insulto.
A mezzogiorno non aveva nulla da mangiare.
Nel frigorifero comune c’erano insalate, pasta fredda, panini imbottiti.
Per un istante pensò di prenderne uno.
Fu un pensiero breve.
Terribile.
Si riempì un bicchiere d’acqua e inghiottì due compresse per il mal di testa.
Dalla finestra vide mezzi da cantiere parcheggiati vicino al suo palazzo.
Il quartiere era sotto pressione da mesi.
Una società immobiliare comprava gli appartamenti uno alla volta. Chi non vendeva riceveva guasti, lavori improvvisi, avvisi incomprensibili.
Più tardi, pulendo il bagno accanto all’ufficio di Malaspina, Davide sentì una telefonata.
«Il blocco è quasi nostro,» diceva l’amministratore delegato. «Appena cedono gli ultimi inquilini, demoliamo.»
Una voce dall’altoparlante chiese: «E quelli che resistono?»
Malaspina abbassò il tono.
«Senza luce e acqua se ne andranno. La gente sopporta poco quando la casa diventa invivibile.»
Davide rimase immobile.
Quel palazzo era il suo.
Malaspina non minacciava soltanto il suo lavoro.
Stava comprando anche il terreno sotto il suo letto.
Nel pomeriggio trovò Amina sola davanti ai disegni.
Lei cancellava e riscriveva, frustrata.
«Architetta Bellini,» disse Davide. «Il supporto nord…»
Amina alzò lo sguardo.
«Sì?»
«La giunzione dovrebbe—»
Lorenzo comparve sulla porta.
«Amina, Malaspina vuole le tavole. Subito.»
Poi guardò Davide.
«E il personale delle pulizie non deve disturbare i progettisti.»
Davide abbassò gli occhi.
Un’altra occasione era passata.
Quella sera, nella sala plastici, trovò una copia danneggiata della Torre del Golfo dentro un contenitore dei rifiuti.
Mancavano alcune parti, ma la fondazione era intatta.
Guardò il corridoio.
Avvolse il modello in due panni e lo nascose nel carrello.
Sul tram verso casa lo tenne stretto sulle ginocchia.
Due giorni alla chiusura delle utenze.
Quattro giorni allo sfratto.
Quattordici giorni alla perdita del contratto.
Quando arrivò al palazzo, trovò un avviso sul portone.
Acqua sospesa per lavori urgenti.
La signora Teresa era nel corridoio con una bacinella vuota.
«Hanno anticipato tutto,» disse. «Vogliono stancarci.»
Nell’appartamento buio, Davide mise il plastico sul tavolo.
Aprì il compasso.
«È ora di mostrare cosa sa fare quello che pulisce i bagni,» sussurrò.
Lavorò fino alle tre del mattino.
Ricostruì il supporto nord.
Ridisegnò le giunzioni.
Aggiunse rinforzi antisismici e alleggerì i materiali.
La fame gli scavava lo stomaco, ma le mani non tremavano più.
Quando Teresa bussò per dirgli che avevano chiuso anche l’acqua, vide il modello.
«Questo l’hai fatto tu?»
«È solo un passatempo.»
Lei gli lanciò uno sguardo severo.
«Mio marito faceva il geometra. Questa non è roba da passatempo.»
Davide rimase zitto.
Teresa osservò i fogli, le formule, le sezioni.
«Tu sei un progettista.»
«Quasi.»
«Quasi non esiste. O sai fare una cosa o non la sai fare.»
Davide sorrise amaramente.
«Saperla fare non basta. Bisogna essere invitati al tavolo.»
Teresa appoggiò una mano sulla spalla della sua divisa.
«A volte, quando non ti invitano, devi portarti la sedia.»
Il mattino dopo Davide infilò il plastico nel carrello e lo portò allo studio.
Aspettò che tutti se ne andassero.
Poi lo posò sulla scrivania di Amina con un foglio scritto a mano.
Niente firma.
Solo calcoli e spiegazioni.
Era la cosa più rischiosa che avesse fatto da anni.
Il giorno seguente trovò la sala riunioni piena.
Amina mostrava il modello ai colleghi.
Aveva gli occhi accesi.
«La distribuzione delle spinte funziona,» diceva. «E il costo è minimo.»
Davide passava il mocio nell’atrio fingendo di non ascoltare.
Lorenzo entrò.
Prese il plastico.
Lo studiò.
Poi disse: «Lo valuterò personalmente. Non perdiamo tempo con contributi anonimi.»
Uscì portando via il lavoro di Davide.
Nel pomeriggio, pulendo l’ufficio di Lorenzo, Davide vide il modello sulla scrivania.
Accanto c’erano appunti con la grafia del giovane architetto.
Sul computer era aperta una bozza di messaggio:
“Dopo un’approfondita analisi, ho individuato la soluzione definitiva…”
Davide sentì il sangue salire alla testa.
Lorenzo stava rubando tutto.
Facendo un passo indietro urtò una tazza.
Il caffè si rovesciò sulla tastiera.
Quando Lorenzo rientrò, urlò davanti a mezzo piano.
«Sei un incapace! Hai distrutto ore di lavoro!»
Davide si scusò.
Non perché fosse colpevole.
Perché aveva bisogno dello stipendio.
Uscendo, Amina lo fermò.
«Quel modello non è di Lorenzo.»
Davide non rispose.
«Chi l’ha fatto?»
Prima che potesse parlare, Lorenzo chiamò Amina dalla sala riunioni.
Quella notte, Davide tornò nel palazzo quasi vuoto.
Anche le scale erano al buio.
Teresa stava chiudendo due valigie.
«Vado da mia sorella a Pavia,» disse. «Non posso restare senza acqua, gas e ascensore.»
Davide sentì un vuoto improvviso.
«Te ne vai davvero?»
«Sono vecchia, non cieca. So quando una guerra è truccata.»
Poi gli porse una piccola telecamera usata.
«Mio nipote non la usa più. Registra il tuo lavoro. Le parole passano. Le prove restano.»
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