Il fazzoletto giallo che insegnò a un paese a non dimenticare gli invisibili

Pensavo che quel fazzoletto giallo avesse riportato Mirella solo nei nostri ricordi.

Invece, una mattina, capii che lei ci stava ancora aspettando.

Non davanti al cancello.

Non con la sua voce ruvida.

Ma da qualche parte, in una stanza troppo pulita, dove forse nessuno sapeva che un pulmino, una curva e dei bambini erano stati la sua maniera di restare al mondo.

Da quando Lidia era salita alla vecchia fermata, il fazzoletto giallo era tornato a far parte del giro.

Suo padre lo legava ogni mattina al palo.

A volte lo agitava piano, sorridendo.

A volte lo teneva solo in mano, come se non volesse rovinare una cosa fragile.

I bambini, però, avevano capito subito.

Non lo prendevano in giro.

Non ridevano come facevano una volta con Mirella.

Lo guardavano.

E quando passavamo da quella curva, anche quelli più vivaci abbassavano un po’ la voce.

Era strano.

Un pezzo di stoffa aveva insegnato più educazione di tante parole.

Passarono settimane.

Poi mesi.

L’inverno arrivò piano, senza fare troppo rumore.

La strada dell’Appennino diventò più vuota. I cortili si chiusero. Le finestre restavano accese più a lungo al mattino.

Io continuavo il mio giro.

Deposito.

Piazzetta.

Strada stretta.

Vecchia fermata.

Fazzoletto giallo.

Lidia saliva sempre con lo zaino troppo grande e le trecce un po’ storte.

Ogni volta, prima di sedersi, guardava verso il palo.

Una mattina mi chiese:

“Valerio, la signora del fazzoletto lo sa?”

Io la guardai dallo specchietto.

“Che cosa?”

“Che adesso lo facciamo noi.”

Non risposi subito.

Avevo il volante tra le mani, la strada davanti e una piccola domanda che mi era entrata nel petto.

Non lo sapevo.

Mirella non lo sapeva.

Forse, nella casa di riposo, pensava che tutto fosse finito il giorno in cui avevano chiuso il suo cancello.

Forse credeva che il suo fazzoletto fosse rimasto in una scatola.

Forse credeva di essere sparita davvero.

Quel pensiero mi rimase addosso per tutta la mattina.

Alla pausa, invece del solito caffè bevuto in piedi, mi sedetti nella stanza degli autisti.

Tirai fuori dal mio armadietto la lettera di Mirella.

L’avevo tenuta lì.

Piegata dentro una busta, insieme a un fazzoletto giallo.

La rilessi.

“Mi basta sapere che un pezzetto di me resta su quella strada.”

Mi fermai su quella frase.

Un pezzetto di lei era rimasto.

Ma nessuno gliel’aveva detto.

Quel pomeriggio passai dal bar del paese.

La stessa barista che mesi prima mi aveva parlato di Mirella stava asciugando delle tazzine.

Le chiesi, con un po’ di imbarazzo, se sapesse in quale casa di riposo fosse stata portata.

Lei mi guardò con quella faccia di chi capisce prima ancora che finisci la frase.

“Vuoi andare a trovarla?”

Abbassai gli occhi.

“Vorrei solo dirle una cosa.”

La barista annuì.

Prese un foglietto e scrisse un nome, un indirizzo e un paese giù verso la pianura.

Poi aggiunse:

“Non aspettarti troppo, Valerio.”

La guardai.

“In che senso?”

“Ci sono giorni buoni e giorni meno buoni. A volte ricorda. A volte no.”

Misi il foglietto in tasca.

“Anche se non ricorda me, va bene.”

Lei sospirò.

“No. Ma magari ricorda il fazzoletto.”

La domenica successiva presi la macchina e scesi verso la città.

Non guidavo il pulmino.

E questa cosa, non so perché, mi faceva sentire fuori posto.

Arrivai davanti a una struttura bassa, con un piccolo giardino e alcune panchine.

Tutto era ordinato.

Troppo ordinato.

Suonai.

Dissi il mio nome.

Spiegai che conoscevo Mirella dal vecchio paese.

Una donna gentile mi fece aspettare in una saletta.

Avevo portato con me una busta grande.

Dentro c’erano due cose.

Un fazzoletto giallo.

E un disegno fatto dai bambini del pulmino.

Non gliel’avevo chiesto io.

Era stata Lidia.

Quando aveva saputo che forse sarei andato da Mirella, aveva portato a scuola dei fogli e aveva detto agli altri:

“Dobbiamo farle vedere che la strada c’è ancora.”

Il disegno era storto.

Il pulmino era troppo grande.

La casa aveva le finestre viola.

Il fazzoletto sembrava quasi un sole.

Ma sotto, con grafie diverse, c’erano tanti nomi.

E una frase semplice:

“Alla fermata ti vediamo ancora.”

Quando mi fecero entrare nella stanza comune, Mirella era seduta vicino a una finestra.

Più piccola di come la ricordavo.

Più leggera.

Come se qualcuno avesse tolto peso al suo corpo, ma anche al suo modo di stare nel mondo.

Aveva una coperta sulle ginocchia.

I capelli bianchi pettinati bene.

Le mani appoggiate una sull’altra.

Guardava fuori, ma non sembrava guardare qualcosa.

Mi avvicinai piano.

“Signora Mirella?”

Lei girò appena la testa.

I suoi occhi si posarono su di me.

Non c’era rabbia.

Non c’era il brontolio di una volta.

Solo una nebbia dolce e lontana.

“Sono Valerio,” dissi. “Quello del pulmino.”

Mirella mi guardò.

Poi sorrise appena, per educazione.

“Ah.”

Quel suono mi fece male.

Non perché fosse freddo.

Ma perché non mi conteneva.

Mi sedetti sulla sedia accanto.

“Guidavo lo scuolabus davanti a casa sua.”

Lei abbassò lo sguardo sulle mani.

“Casa mia…”

Lo disse piano.

Come se quelle parole fossero una stanza chiusa.

Tirai fuori il fazzoletto giallo.

Lo appoggiai sulle sue mani.

Per qualche secondo non successe nulla.

Poi le sue dita si mossero.

Lente.

Sfiorarono la stoffa.

La piega.

Il bordo.

Il colore.

Mirella inspirò.

Non forte.

Non come nei film.

Solo un respiro più profondo degli altri.

Poi sussurrò:

“Piano…”

Mi si strinse la gola.

“Sì,” dissi. “Sempre piano.”

Lei chiuse gli occhi.

E per un attimo, solo per un attimo, tornò.

Lo vidi.

Non tutta.

Non come prima.

Ma un pezzetto sì.

Il pezzetto che stava davanti al cancello, col grembiule a fiori e il fazzoletto in mano.

“Ci sono i bambini?” chiese.

“Sì.”

“Sul pulmino?”

“Sì.”

“Ridono?”

Sorrisi.

“A volte. Ma quando passiamo davanti alla sua fermata, stanno zitti.”

Mirella aprì gli occhi.

“Perché?”

Le mostrai il disegno.

Lei lo guardò a lungo.

Forse non leggeva bene.

Forse non vedeva tutto.

Ma passò il dito sul pulmino disegnato male.

Poi sul fazzoletto.

Poi sui nomi.

“Chi è Lidia?” domandò.

“Una bambina che abita nella sua vecchia casa.”

Mi pentii subito di averlo detto.

Avevo paura che le facesse male.

Invece Mirella restò in silenzio.

Poi disse:

“La casa non deve stare vuota.”

Annuii.

“No.”

“Ci sono scarpe piccole?”

Mi venne da ridere e da piangere insieme.

“Sì. Davanti alla porta.”

Lei strinse appena il fazzoletto.

“Allora va bene.”

Restai con lei quasi un’ora.

Parlammo poco.

Alcune volte mi chiese le stesse cose.

Alcune volte si perse nel mezzo di una frase.

Una volta mi chiamò col nome di suo marito.

Io non la corressi.

Non serviva.

Prima di andare via, le dissi:

“Signora Mirella, il suo fazzoletto sventola ancora.”

Lei mi guardò.

“Dove?”

“Alla fermata.”

Le labbra le tremarono appena.

“Così mi vedono?”

“Sì.”

“Anche se non sono lì?”

“Soprattutto per quello.”

Mirella abbassò la testa.

Una lacrima le cadde sulla coperta.

Non se l’asciugò.

Io non seppi cosa fare.

Allora feci l’unica cosa che conoscevo.

Mi alzai, feci un mezzo passo indietro e dissi con la voce di sempre:

“Vado già piano, signora Mirella.”

Lei alzò il fazzoletto di pochi centimetri.

Pochissimi.

Ma lo alzò.

E mormorò:

“Non abbastanza.”

Quella fu la prima volta, dopo tanti mesi, che sentii davvero la sua voce.

Tornai al paese con il cuore pesante e leggero insieme.

Il lunedì mattina, quando Lidia salì, mi chiese subito:

“L’ha visto?”

“Sì.”

“E lei ha capito?”

Ci pensai.

“Sì. A modo suo.”

I bambini vollero sapere tutto.

Non raccontai le parti tristi.

Non perché fossero sbagliate.

Ma perché certe cose vanno tenute con cura.

Dissi solo che Mirella aveva toccato il fazzoletto, aveva visto il disegno e aveva chiesto se sulla strada c’erano ancora bambini.

Da quel giorno, la vecchia fermata cambiò ancora.

Non tanto fuori.

Il palo era lo stesso.

La curva era la stessa.

La casa aveva un cancello nuovo, ma le pietre del muretto erano sempre quelle.

Cambiò dentro di noi.

Ogni venerdì, un bambino diverso portava un piccolo foglio.

Un disegno.

Una frase.

Un saluto.

Io li raccoglievo in una busta.

Quando potevo, li portavo a Mirella.

A volte lei capiva.

A volte guardava i fogli come se fossero arrivati da molto lontano.

Ma ogni volta cercava il giallo.

Quello sì.

Il giallo lo trovava sempre.

Arrivò la primavera.

I campi tornarono verdi.

Le finestre della vecchia casa restavano aperte più spesso.

Lidia aveva imparato a salire sul pulmino senza inciampare nello zaino.

Suo padre, Davide, continuava ad alzare il fazzoletto.

Una mattina mi fermò prima che chiudessi la porta.

“Valerio,” disse, “posso chiederti una cosa?”

“Dimmi.”

“Secondo te… sarebbe bello se un giorno la portassimo qui?”

Non capii subito.

“Mirella?”

Lui annuì.

“Solo per pochi minuti. Davanti alla fermata. Se sta bene. Se alla struttura va bene. Senza confusione.”

Guardai la strada.

Poi il palo.

Poi il fazzoletto.

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