Il gatto sordo mi aspettava davanti alla porta ogni notte, finché capii chi stava cercando di salvare

«Non voglio che suo figlio stia male per colpa mia.»

«E io non voglio che lei perda casa.»

Lo disse quasi con rabbia.

Come se ammetterlo la infastidisse.

Mercurio era seduto vicino alla poltrona.

Non si avvicinò.

Si limitò a guardarle.

Lidia propose di tenere la porta sempre chiusa.

Di mettere un tappeto lavabile.

Di pulire il pianerottolo.

Io proposi che, in caso di necessità, Mercurio venisse portato direttamente nel mio appartamento invece di lasciarlo libero nel corridoio.

Elena ascoltò.

Nessuno ottenne tutto.

Ma per la prima volta non stavamo più difendendo posizioni.

Stavamo cercando una soluzione.

Durò poco.

Il venerdì comparve un altro avviso.

CONTROLLI NEGLI APPARTAMENTI LA SETTIMANA SUCCESSIVA.

GLI ANIMALI NON AUTORIZZATI SARANNO OGGETTO DI PROVVEDIMENTO.

Il condominio tornò freddo.

Le porte ricominciarono a chiudersi.

Qualcuno disse che Lidia avrebbe dovuto affidare Mercurio a un parente.

Qualcun altro rispose che non aveva parenti vicini.

Uno propose un rifugio.

Lidia smise di uscire.

Quando bussavo diceva soltanto:

«Sono qui.»

Ma non apriva.

Il terzo giorno tornai dal turno di notte.

Mercurio era seduto davanti alla mia porta.

Identico alla prima volta.

Coda intorno alle zampe.

Occhi fissi.

Il cuore mi cadde nello stomaco.

Battei un piede.

Una volta.

Lui sentì la vibrazione.

Si alzò.

Corse.

Quando arrivai davanti all’appartamento di Lidia, la porta era accostata.

«Lidia!»

Nessuna risposta.

Entrai.

Era di nuovo a terra.

Questa volta non parlava quasi.

Mercurio era premuto contro la sua spalla.

La sua schiena vibrava per le fusa.

Chiamai subito aiuto.

Poi urlai nel corridoio.

«Qualcuno venga qui!»

Le porte si aprirono.

Prima lentamente.

Poi tutte insieme.

Elena arrivò scalza.

Franco portò una coperta.

Un giovane del quinto corse a prendere il telefono perché il mio aveva quasi finito la batteria.

La signora Teresa mise un cuscino piegato dove le dissero di metterlo.

Nessuno domandò chi avesse ragione.

Nessuno parlò di regolamento.

Quando una persona è a terra davanti a te, certe discussioni diventano improvvisamente piccole.

Lidia aprì gli occhi.

Mi guardò.

«Paolo.»

«Sono qui.»

Lei mosse appena le labbra.

«Mercurio?»

«È qui anche lui.»

Quando arrivarono i soccorritori, il corridoio si riempì di passi e ordini.

Mercurio non si spostava.

Lidia cercava lui con gli occhi.

Uno dei soccorritori indicò il gatto.

«È suo?»

«Sì», risposi.

Elena fece un passo avanti.

«È importante per lei.»

La guardai.

Non dissi niente.

Elena aveva ancora paura per suo figlio.

Non aveva cambiato idea sul rischio.

Ma in quel momento aveva capito una cosa semplice.

Proteggere qualcuno non significa smettere di proteggere gli altri.

Significa rifiutarsi di scegliere la soluzione più comoda quando esiste una soluzione più umana.

Lidia venne portata via.

Mercurio rimase con me.

Passò due giorni nel mio appartamento.

Dormiva davanti alla porta.

Ogni tanto si alzava di scatto quando percepiva qualcuno nel corridoio.

La seconda sera Elena bussò.

Aveva in mano un rullo adesivo per i vestiti e una confezione di panni.

«Non ridere.»

«Non sto ridendo.»

«Se lui deve stare temporaneamente qui, almeno teniamo pulito il pianerottolo.»

Annuii.

«Grazie.»

«Non lo faccio per te.»

«Lo immaginavo.»

«E neanche perché sono diventata improvvisamente la santa dei gatti.»

«Mai pensato.»

Mi guardò.

Poi guardò Mercurio.

«Come sta Lidia?»

«Meglio.»

Elena inspirò lentamente.

«Bene.»

Se ne andò.

Quella sera, per la prima volta, mi resi conto che stava succedendo qualcosa che non avevo visto da anni.

Un quartiere stava tornando a essere un quartiere.

Non perché tutti si volessero bene.

Quella è una favola.

Teresa non sopportava Franco.

Franco litigava con quello del quinto per il parcheggio.

Elena continuava a controllare che Mercurio non uscisse.

Io continuavo a pensare che l’amministrazione fosse troppo rigida.

Ma avevamo cominciato a conoscere i nomi.

In Italia si parla spesso di come erano una volta i cortili.

Le sedie fuori dalle porte.

La vicina che teneva d’occhio i bambini.

Il panettiere che sapeva chi era malato.

La signora del piano terra che ti ritirava la posta.

Poi diciamo che quei tempi sono finiti.

Forse non sono finiti.

Forse abbiamo soltanto chiuso troppe porte.

Il lunedì arrivò l’amministratore incaricato della palazzina.

Si chiamava Riccardo.

Cinquantacinque anni.

Giacca blu.

Cartellina sotto il braccio.

Faccia di chi sa già che qualunque cosa dica farà arrabbiare qualcuno.

«Dobbiamo parlare dell’animale.»

«Mercurio.»

Mi guardò.

«Del gatto.»

«Si chiama Mercurio.»

Sospirò.

«Paolo, io devo applicare quello che è previsto dal contratto.»

«Lo capisco.»

«Ci sono segnalazioni.»

«Lo so.»

«Ci sono anche questioni sanitarie.»

Dietro di me si aprì la porta di Elena.

«È vero», disse.

Riccardo si voltò.

«Lei è la signora con il figlio allergico?»

«Con problemi respiratori, sì.»

«Allora capisce.»

Elena incrociò le braccia.

«Capisco entrambe le cose.»

Riccardo aggrottò la fronte.

Lei continuò.

«Non voglio Mercurio libero nel corridoio. Ma non voglio neanche che Lidia perda casa o che un animale che le ha fatto trovare aiuto venga portato via senza cercare una soluzione.»

Dal 16 uscì Franco.

«Anch’io pago l’affitto.»

Riccardo chiuse gli occhi per mezzo secondo.

«Immagino dove vuole arrivare.»

«No.»

Franco fece un passo avanti.

«Voglio arrivare al fatto che pago l’affitto e preferisco vivere in un posto dove se cado qualcuno bussa alla mia porta.»

Teresa comparve sulle scale.

«Io ho settantatré anni.»

Poi, quasi vergognandosi:

«Mio marito è morto l’anno scorso. A volte passano due giorni senza che parli con qualcuno.»

Un’altra porta si aprì.

Poi un’altra.

Le persone cominciarono a parlare.

Non tutte a favore di Mercurio.

Questo fu importante.

Una signora spiegò di aver paura degli animali.

Un uomo disse di temere che un’eccezione ne portasse altre.

Elena ripeté che la salute di suo figlio non poteva diventare secondaria.

Nessuno la zittì.

Nessuno la chiamò egoista.

Parlammo.

Finalmente.

Riccardo teneva ancora la cartellina.

Ma non scriveva più.

A un certo punto si passò una mano sul viso.

«Mia madre vive sola», disse.

Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.

Torna in alto