A volte le case diventano brave a nascondere la solitudine.
“Poi è arrivato il gatto,” disse Serena.
Ci voltammo entrambi verso il corridoio.
Ettore, sentendosi nominare senza essere lodato abbastanza, fece una coda lenta e maestosa.
“Già,” dissi. “Lui ha una certa esperienza nelle invasioni non richieste.”
Serena rise davvero, per la prima volta.
“Mamma parlava di lui al telefono come se fosse una persona.”
“Lui si considera meglio di una persona.”
“Lo credo.”
La settimana dopo Lidia stava già un po’ meglio.
Non ancora in forze.
Ma di nuovo capace di stare seduta fuori al sole di mezzogiorno con una coperta sulle ginocchia.
Ettore si sistemava accanto a lei.
Io arrivavo con il pane o con la frutta.
A volte anche Serena telefonava mentre ero lì.
La sentivo chiedere:
“Hai mangiato?”
E Lidia rispondere con una dignità perfetta:
“Sì.”
Allora io intervenivo da lontano:
“Ha mangiato mezza pera e tre biscotti.”
E Serena, dal telefono, rideva.
Anche Lidia rideva.
Ma meno da sola di prima.
Con il passare dei giorni cominciò a succedere una cosa strana.
Non strana in sé.
Strana per il quartiere.
Le persone iniziarono a fermarsi.
Forse perché ci vedevano sempre lì.
Forse perché la presenza costante di un gatto rosso grosso come un cuscino e privo di qualsiasi senso del pudore sociale rendeva tutto più semplice.
La signora del civico accanto una mattina portò due vasetti di marmellata fatta in casa.
Un uomo che abitava in fondo alla via si fermò a sistemare il cancelletto che cigolava.
Una coppia giovane lasciò una pianta nuova al posto di due vasi ormai secchi.
Niente di enorme.
Niente di spettacolare.
Solo piccoli gesti.
Ma i piccoli gesti, quando arrivano dopo tanto silenzio, fanno più rumore di quanto si creda.
Una domenica pomeriggio, mentre bevevamo caffè annacquato e Ettore tentava di rubare un pezzo di crostata, Lidia guardò la strada e disse:
“Mi pare più viva.”
“La via?”
“No. La mia vita.”
Lo disse così.
Senza dramma.
Senza enfasi.
Quasi con stupore.
Io non risposi subito.
Guardai le mani che teneva intorno alla tazza.
Più ferme di qualche settimana prima.
Guardai la pianta nuova sul davanzale.
Il cancelletto aggiustato.
Il gatto che russava come un piccolo motore soddisfatto.
Poi dissi:
“Forse bastava che qualcuno ricominciasse a bussare.”
Lei mi guardò.
“Due volte?”
Sorrisi.
“Almeno due.”
Arrivò dicembre.
Le luci comparvero ai balconi.
Qualche finestra si riempì di stelle di carta.
La sera il quartiere sembrava meno frettoloso.
Più disposto a trattenere un minuto in più.
Un pomeriggio Serena chiamò per dire che sarebbe venuta il fine settimana con i bambini.
Lidia fingeva calma, ma non riusciva a stare ferma.
Sistemò i cuscini.
Controllò tre volte il frigorifero.
Rimise in ordine una casa che era già in ordine.
Ettore la seguiva come un capocantiere inutile.
Quando i bambini arrivarono, la casa cambiò suono.
Non volume.
Suono.
Passi veloci.
Domande continue.
Una risata che partiva dal corridoio e finiva in cucina.
Il più piccolo, appena vide Ettore, disse:
“È enorme.”
Lidia rispose:
“E anche convinto di essere delicato.”
Il bambino lo accarezzò con il rispetto che si riserva agli animali grandi e ai misteri.
Ettore, da parte sua, concesse l’udienza.
Quella sera restai poco.
Non volevo occupare uno spazio che era chiaramente loro.
Ma mentre uscivo, Serena mi raggiunse alla porta.
“Mamma non me lo dirà mai in questi termini,” disse. “Quindi te lo dico io. Da quando ci sei tu, lei è tornata a guardare avanti. Poco, eh. Ma lo fa.”
Scossi la testa.
“C’è anche Ettore.”
“C’è soprattutto Ettore,” disse. “Ma lui non apre la porta da solo.”
Tornai a casa con quella frase dietro.
E con Ettore che, naturalmente, aveva deciso di restare da sua nonna acquisita per la notte.
Naturalmente.
La vigilia di Natale non avevo programmi particolari.
Mai avuti grandi.
Negli ultimi anni mi ero abituato a mangiare qualcosa di semplice, accendere la televisione senza ascoltarla davvero e aspettare che passasse.
Quel pomeriggio stavo già pensando a una cena qualunque, quando suonarono al campanello.
Aprii.
Fuori c’erano Lidia, Serena, i due bambini, e in mezzo a tutto quello, come un notabile locale, Ettore.
“Non faccia quella faccia,” disse Lidia. “Le abbiamo portato il cenone minimo sindacale.”
Serena alzò due contenitori.
“I bambini hanno deciso che restare da solo è vietato.”
Il più piccolo intervenne subito:
“Ettore ha detto che devi venire.”
“Davvero?”
“No,” disse il bambino. “Ma si vede.”
Guardai tutti quanti.
Il freddo sulla strada.
Il vapore che usciva dai coperchi.
Lidia con la sciarpa stretta bene al collo.
I bambini già pronti a entrare senza aspettare risposta.
Ettore che si infilava tra le mie gambe come se la casa, in fondo, fosse solo un dettaglio amministrativo.
“Allora?” chiese Serena.
“Allora entrate,” dissi.
Non fu una cena perfetta.
Fu meglio.
Il forno decise di cuocere male le patate.
Il più piccolo rovesciò l’acqua.
Il più grande sostenne per venti minuti che Ettore capisse perfettamente il significato del prosciutto.
Lidia rise così tanto a un certo punto che dovette togliersi gli occhiali per asciugarsi gli occhi.
E io, a metà serata, mi accorsi di una cosa che non mi succedeva da tempo.
Non stavo aspettando che finisse.
Dopo cena restammo in soggiorno.
I bambini sul tappeto.
Serena al telefono con suo marito.
Lidia in poltrona.
Ettore sulle sue ginocchia, vasto come un plaid con le orecchie.
“Ti ricordi il biglietto?” le chiesi.
“Come potrei dimenticarlo?”
“Ho pensato che forse andrebbe aggiornato.”
Lei rise.
“Allungherebbe troppo la lista.”
“Il suo gatto mi deve,” dissi, “un vassoio di lasagne, mezza crostata, due caffè, tre visite mediche affrontate con faccia tosta, e il recupero sociale di un intero isolato.”
“È poco preciso,” disse Serena dal divano.
“Allora aggiunga pure,” disse Lidia, “quattro pomeriggi meno vuoti alla settimana.”
La stanza si fece quieta per un secondo.
Non triste.
Piena.
Piena nel modo giusto.
Guardai Ettore.
Aveva gli occhi socchiusi e l’aria soddisfatta di chi, ancora una volta, era riuscito a migliorare il mondo senza alcuna intenzione morale.
Solo per fame.
O forse no.
Perché col tempo avevo imparato a sospettare una cosa.
Che certi animali capiscano più di quanto sembri.
Non con i ragionamenti.
Con i vuoti.
Capiscono dove manca qualcosa.
E si siedono lì finché non cambia l’aria.
Quando se ne andarono, più tardi, rimasi sulla porta a guardarli attraversare il vialetto.
Lidia si voltò una volta sola e alzò la mano.
Ettore, invece, si voltò tre volte.
Per controllare che nessuno dimenticasse chi aveva organizzato tutto.
Chiusi la porta con una strana calma addosso.
Poi tornai in cucina.
Aprii il cassetto.
Presi il biglietto.
Lo rilessi da capo.
Le otto scatolette di tonno.
Le due ciotole di pollo.
La fetta di tacchino.
La mezza polpetta di salmone estorta con lo sguardo.
Sorrisi.
Poi, sul retro del foglio, aggiunsi una riga.
Con la mia calligrafia brutta.
IL SUO GATTO HA GIÀ SALDATO TUTTO.
Rimisi il biglietto nel cassetto.
E capii che non l’avevo conservato per scherzo.
L’avevo tenuto perché ci sono giorni in cui la vita ti cambia senza rumore.
Non arrivano con grandi annunci.
Non succedono in posti straordinari.
Cominciano con una porta.
Con un gatto senza vergogna.
Con una donna che apre e prova a non chiedere troppo.
Con un vicino che pensava di vivere bene da solo e scopre, un po’ tardi ma non troppo, che da soli si vive in ordine.
Insieme, invece, si vive meglio.
Da allora Ettore continua i suoi giri.
Con meno libertà gastronomica, per decisione presa all’unanimità da tutti gli esseri umani coinvolti e ignorata da lui con serena superiorità.
Lidia sta meglio.
Non sempre benissimo.
Ma meglio.
Serena viene più spesso.
I bambini ormai considerano quella panchina una tappa fissa.
E io, che prima salutavo appena e tiravo dritto, oggi mi fermo.
Parlo.
Chiedo.
Ascolto.
Ogni tanto busso io.
Ogni tanto bussano gli altri.
Ogni tanto non serve nemmeno bussare, perché il cancelletto è già aperto e c’è sempre qualcuno che dice:
“Entra pure.”
Se ripenso a tutto, la cosa che mi fa ancora sorridere è questa:
io credevo di dover andare a saldare un debito.
Invece quel giorno, due vie più in là, ho trovato un pezzo di vita che non sapevo di aver perso.
E il responsabile, come sempre, dorme venti ore al giorno, mangia come un re e non mostra il minimo rimorso.
Però quando, sul tardi, non mi vede muovere verso la porta all’ora giusta, si mette davanti all’ingresso e mi guarda.
Fisso.
Con quella faccia larga, impudente, antica.
Come per dire:
Muoviti.
C’è qualcuno che ci aspetta.





