Il gatto tra gli scatoloni che salvò due case e tre cuori

La prima notte di Mimmo in casa mia, capii che non avevo salvato solo lui.

La prima notte non dormì quasi per niente.

Io nemmeno.

Lui passava dal corridoio alla cucina con quel passo lento da vecchio marinaio che conosce bene il rollio ma non si fida della nave nuova.

Ogni tanto si fermava.

Mi guardava.

Come per dire:

Va bene il gesto gentile. Ma adesso vediamo chi sei davvero.

Io, seduto sul divano con la televisione accesa senza volume, gli parlavo piano come si parla a chi non ti deve ancora niente.

“Non ti preoccupare,” gli dicevo. “Non voglio convincerti di nulla stasera.”

A un certo punto andò davanti alla porta d’ingresso.

Restò lì.

Seduto.

Con la schiena dritta e gli occhi fissi sul legno.

Non graffiava.

Non piangeva.

Aspettava.

Era peggio.

Perché c’erano attese che facevano rumore, e altre che ti rompevano il cuore in silenzio.

Mi venne da pensare a Elisa nella casa nuova.

Alle sue scatole ancora chiuse.

Alle pareti vuote.

Al modo in cui avrebbe cercato, per abitudine, quella sagoma sul davanzale e non l’avrebbe trovata.

Mi alzai.

Presi la coperta consumata che mi aveva lasciato e la stesi vicino al termosifone.

Poi ci misi sopra il topolino senza coda.

“Mica è un albergo,” dissi. “Però il servizio non è pessimo.”

Mimmo non si degnò di guardarmi.

Ma dopo qualche minuto si spostò dalla porta e andò ad annusare la coperta.

Ci salì sopra con la cautela di uno che ha già perso abbastanza da non fidarsi più del comfort.

Poi si acciambellò.

Io rimasi lì a guardarlo più del necessario.

Perché era strano quanto bene facesse, in una casa silenziosa, il rumore piccolo di un essere vivo che decide di restare almeno fino al mattino.

Il giorno dopo Elisa mi scrisse.

Un messaggio corto.

Grazie. Non so come dirlo meglio di così.

Lo lessi due volte.

Poi gliene mandai uno anch’io.

Mimmo ha passato la notte a giudicarmi. Quindi direi che è in forma.

Lei rispose con una faccina che rideva e una frase:

Allora è proprio lui.

Fu l’inizio di una cosa nuova.

Non tra me e lei, almeno non subito.

Tra me e la giornata.

Perché da quando Mimmo stava da me, il tempo aveva ripreso ad avere dei piccoli doveri.

Aprire una scatoletta.

Cambiare l’acqua.

Pulire la lettiera.

Controllare dov’era finito.

Erano cose minime.

Ma quando vivi da solo abbastanza a lungo, anche le cose minime possono rimettere in piedi una giornata che altrimenti ti sarebbe crollata addosso.

Mimmo non era affettuoso come nei video sciocchi che la gente manda nei gruppi.

Non saltava in braccio.

Non faceva fusa per convenienza.

Era un gatto serio.

Uno di quelli che concedono presenza, non spettacolo.

La mattina stava sul davanzale del soggiorno.

Il pomeriggio si spostava sulla poltrona vicino alla libreria.

La sera tornava alla finestra.

Sempre la stessa.

Quella da cui si vedeva il vialetto.

Qualche volta lo trovavo immobile a guardare fuori e capivo che non stava osservando la strada.

Stava ricordando.

Gli animali non parlano, ma certe nostalgie le riconosci lo stesso.

Passò una settimana.

Poi due.

Elisa venne a trovarlo la prima domenica.

Suonò con una crostata in mano comprata, si capiva, all’ultimo momento.

Aveva ancora l’aria stanca.

Però meno spezzata.

Entrò piano, come se temesse che la casa potesse respingerla.

Mimmo era sul davanzale.

Appena la vide, non fece nulla per tre secondi che sembrarono lunghi.

Poi saltò giù.

Le andò incontro.

E contro ogni logica, contro tutta quella sua dignità da pensionato diffidente, le strofinò la testa sulla caviglia.

Elisa si mise una mano sugli occhi.

“Non farlo,” disse. “Che oggi mi ero promessa di non piangere.”

“Le promesse della domenica valgono poco,” risposi.

Lei rise.

Era una risata piccola, ma vera.

Si sedette sul tappeto.

Mimmo le salì accanto senza fretta.

E io capii che tra certe creature l’amore non si misura da quanto restano sempre insieme.

Si misura da come si riconoscono anche dopo il dolore.

Da quel giorno, Elisa cominciò a passare ogni tanto.

All’inizio per Mimmo.

Poi anche per un caffè.

Non successe tutto in modo cinematografico.

Nessuna musica.

Nessuna frase perfetta.

Nessun miracolo comodo.

C’era solo la vita che, senza fare annunci, smetteva un poco alla volta di essere così ostile.

Veniva il mercoledì sera o il sabato mattina.

Mi raccontava della casa nuova.

Un bilocale al piano terra, umido in inverno e caldo in modo stupido d’estate.

La proprietaria del negozio all’angolo le teneva da parte il pane del giorno prima.

Il rubinetto del bagno perdeva.

Il vicino sopra trascinava sedie fino a mezzanotte.

Però almeno c’era un tetto.

E almeno, diceva lei, per il momento nessuno la stava buttando fuori.

Una sera mi confessò il resto.

Non tutto insieme.

A pezzi, come si svuota una tasca troppo pesante.

Aveva perso ore al lavoro.

Poi aveva perso del tutto il lavoro.

Aveva consumato i risparmi.

Il suo ex, che fino a qualche tempo prima prometteva aiuto, era sparito dietro la solita nebbia di parole mezze dette e responsabilità sempre rimandate.

La vecchia casa era diventata impossibile.

“La cosa peggiore,” mi disse, guardando la tazza, “non era nemmeno perdere le cose.”

“Era dover far finta che stessi scegliendo io.”

Non risposi subito.

Perché certe frasi meritano rispetto.

Poi dissi:

“Penso che metà della dignità degli adulti stia tutta lì. Nel cercare di sembrare in controllo quando dentro stai affondando.”

Lei mi guardò come se quella frase non se l’aspettasse da me.

Forse non me l’aspettavo neanch’io.

Mimmo, intanto, si era piazzato in mezzo al tavolo come se il centro della discussione spettasse di diritto a lui.

Elisa gli sistemò una zampa con due dita.

“Lui comunque ti ha scelto,” disse.

“No,” risposi. “Mi tollera con metodo.”

“Per Mimmo è già una dichiarazione d’amore.”

Aveva ragione.

Col passare delle settimane, quel gatto prese possesso delle mie abitudini come se fossero una stanza sfittta.

Cominciai a tornare prima a casa.

Comprai una piantina d’erba gatta che lui ignorò con disprezzo.

Gli presi una cuccia nuova e lui continuò a preferire una scatola di cartone del supermercato.

Ogni tanto gli parlavo dei fatti miei.

Non perché mi rispondesse.

Ma perché ascoltare la propria voce in una casa dove c’è qualcun altro, anche se ha i baffi e giudica in silenzio, cambia tutto.

Una sera gli dissi persino di mia moglie.

Morta da quattro anni.

Un infarto arrivato in una mattina che sembrava identica a tutte le altre.

Da allora la gente era stata anche gentile, per carità.

Ti porta il sugo.

Ti chiama.

Ti dice di uscire.

Poi a un certo punto smette.

Non per cattiveria.

Perché il dolore degli altri, dopo un po’, non sa più dove mettersi.

E così avevo imparato a convivere con giornate intere in cui nessuno pronunciava il mio nome.

Mimmo sbatté una volta la coda.

Non so se per comprensione o per fastidio.

Però restò lì.

Ed era abbastanza.

Verso il secondo mese, successe una cosa che non mi aspettavo.

Una sera Elisa arrivò più tardi del solito.

Non aveva con sé la borsa grande da lavoro.

Aveva una cartellina.

“Ho trovato qualcosa,” disse.

La guardai.

“Un impiego?”

Fece sì con la testa.

“Poche ore. Non è chissà cosa. Però inizio lunedì.”

Aveva gli occhi lucidi, ma stavolta non di stanchezza.

Di paura buona.

Quella che arriva quando la vita ti offre una fessura e tu non sai ancora se riuscirai a passarci senza restare incastrato.

“È una gran cosa,” le dissi.

“Sì,” rispose. “Solo che…”

“Solo che?”

“Solo che continuo a fare i conti. E ancora non mi tornano.”

Lo disse senza vergogna, finalmente.

Come una persona che aveva finito le energie per fingere.

Io annuii.

“Le cose che contano spesso arrivano prima dei conti che tornano.”

“Detto da uno che vive da solo con un gatto scorbutico.”

“Appunto. Sono diventato un filosofo economico da corridoio.”

Rise di nuovo.

Quel suono iniziň ad abitare casa mia quasi quanto Mimmo.

Passò ancora del tempo.

L’inverno mollò la presa.

L’aria cambiò.

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