Io alzai le spalle.
“Stavano solo prendendo polvere.”
Lei prese una piccola pallina rossa.
“Anche certe cose aspettano il momento giusto per tornare fuori.”
Mi venne un nodo in gola.
Finsi di controllare le luci.
Ciccio era seduto al centro dell’androne, naturalmente.
Pepe gli girava intorno come una mosca felice.
Il bambino rideva.
Enzo brontolava perché le luci si aggrovigliavano.
Martina appendeva decorazioni troppo in alto per tutti noi.
La signora Greco teneva in mano la stella.
E io, per la prima volta dopo tanto tempo, non mi sentii ospite nella mia stessa vita.
Poi successe una cosa piccola.
Una cosa che forse, vista da fuori, non avrebbe avuto importanza.
Pepe, correndo dietro a un filo dorato, finì contro una pallina azzurra.
La pallina rotolò fino ai piedi di Ciccio.
Lui la guardò.
Poi guardò Pepe.
Poi, con una lentezza solenne, diede una zampata leggera alla pallina e gliela rimandò.
Pepe le corse dietro.
Tutti ci fermammo.
Nessuno parlò.
Perché avevamo appena visto il grande Ciccio, il commendatore del condominio, giocare.
Solo per un secondo.
Ma bastò.
La signora Greco si asciugò gli occhi.
Enzo tossì, anche se non aveva tosse.
Io mi girai verso il portone per non farmi vedere.
Quella sera, dopo che tutti furono rientrati, rimasi un momento nell’androne.
L’albero brillava piano.
Niente di elegante.
Niente da rivista.
Ma era nostro.
Ciccio mi si sedette accanto.
Pepe si infilò tra le mie scarpe.
“Tu lo sapevi, vero?” dissi al gatto grigio.
Lui non rispose.
Ovviamente.
Ciccio non sprecava parole.
Però appoggiò la sua testa pesante contro la mia gamba.
Fu un gesto breve.
Quasi distratto.
Ma io lo sentii fino al petto.
A Natale, mia figlia venne a trovarmi con la sua famiglia.
Era tanto che non restava più di qualche ora.
Quella volta rimase due giorni.
Quando entrò nel palazzo, trovò l’albero, Pepe che dormiva nella cuccia di Enzo e Ciccio seduto sullo zerbino come un portiere severo.
Mia nipote si inginocchiò subito.
“Nonno, ma quanti gatti hai?”
Io guardai Ciccio.
Poi Pepe.
Poi la signora Greco che usciva con un vassoio di biscotti.
Poi Enzo che fingeva di passare per caso.
Poi Martina che saliva le scale sorridendo.
“Tecnicamente,” dissi, “nessuno.”
Mia figlia rise.
Ma poi mi guardò meglio.
Credo che vide qualcosa che non vedeva da tempo.
Non la solitudine coperta bene.
Non il padre che diceva “sto bene” per non pesare.
Vide una casa viva.
Vide persone che mi aspettavano.
Vide che il silenzio, finalmente, non era più l’unica voce.
La sera, mentre i bambini dormivano, mia figlia si sedette con me in cucina.
“Papà,” disse piano, “mi dispiace di non esserci stata di più.”
Io guardai le mie mani.
Erano più vecchie di quanto mi ricordassi.
“Tu hai la tua vita,” dissi.
“Lo so. Ma tu sei ancora parte della mia.”
Non fece un discorso lungo.
Non ne avevamo bisogno.
Mi prese la mano.
E per un momento sentii che anche certe distanze possono essere accorciate, se qualcuno ha il coraggio di fare il primo passo.
O se un gatto grasso decide di mettersi in mezzo.
Da quel Natale, mia figlia cominciò a chiamare più spesso.
Non per dovere.
Per davvero.
A volte solo cinque minuti.
A volte mi mandava una foto dei bambini.
A volte chiedeva di Ciccio, prima ancora di chiedere di me.
“Come sta il capo del palazzo?”
“Più autoritario che mai,” rispondevo.
Col tempo, Pepe diventò un gatto lungo, magro, pieno di energia.
Sembrava fatto di molle e curiosità.
Ciccio, invece, restò Ciccio.
Più lento.
Più pesante.
Più grigio intorno al muso.
Ma sempre al comando.
Quando camminava per il pianerottolo, tutti si spostavano.
Non perché fosse veloce.
Per rispetto.
Una primavera, decidemmo di sistemare il cortile.
Nessuno lo aveva mai fatto davvero.
Era sempre stato quel posto dove si lasciavano biciclette rotte e vasi tristi.
Poi un giorno Enzo disse:
“Se dobbiamo avere due gatti amministratori, almeno che il cortile non sembri un magazzino.”
Così pulimmo.
Buttammo via il vecchio stendino.
Portammo piante nuove.
Martina mise un tavolino.
La signora Greco portò sedie pieghevoli.
Io comprai una piccola panchina.
Non era bella.
Ma ci stavamo.
La prima sera che ci sedemmo tutti lì, con un po’ di pane, formaggio, olive e una bottiglia d’acqua fresca, mi sembrò quasi impossibile.
Eravamo le stesse persone di prima.
Le stesse porte.
Le stesse scale.
Lo stesso palazzo.
Ma non eravamo più sconosciuti.
Ciccio stava sotto la panchina, con Pepe accanto.
Il bambino correva piano intorno alle sedie.
La signora Greco rideva con mia nipote, venuta a trovarmi quella domenica.
Enzo raccontava una storia troppo lunga e sbagliava tutti i dettagli.
Martina lo correggeva.
Io ascoltavo.
E dentro di me ringraziai mia moglie.
Non so bene perché.
Forse perché, se fosse stata lì, avrebbe amato tutto quel disordine buono.
Forse perché per anni avevo pensato che andare avanti significasse lasciare indietro.
Invece no.
A volte andare avanti significa fare spazio.
Una notte, molto tempo dopo, mi svegliai e non trovai Ciccio sulla poltrona.
Mi alzai piano.
Il cuore mi batté forte, come succede quando si ama qualcosa e si ha paura di perderla.
Lo trovai sul pianerottolo.
Era seduto davanti alla porta della signora Greco.
Pepe era accanto a lui.
La porta si aprì dopo un momento.
La signora Greco uscì con la vestaglia.
“Anche lei non dorme?” mi chiese.
“Sembra di no.”
Lei guardò Ciccio.
“Secondo me voleva controllare che fossimo ancora tutti qui.”
Mi sedetti sul gradino.
Lei si sedette accanto a me.
Pepe iniziò a giocare con il laccio della mia pantofola.
Ciccio chiuse gli occhi.
Restammo così per qualche minuto.
Due vecchi un po’ ammaccati.
Un gatto giovane troppo sveglio.
Un gatto grasso che aveva deciso, senza chiedere permesso, di rimettere ordine nelle nostre vite.
“Sa,” disse la signora Greco, “mio marito diceva sempre che le case non sono fatte dai muri. Sono fatte da chi si accorge quando manchi.”
Guardai le porte intorno a noi.
Porte che una volta sembravano confini.
Adesso sembravano promesse.
“Era un uomo saggio,” dissi.
“Sì,” rispose lei. “Ma non quanto Ciccio.”
Quella volta ridemmo tutti e due.
Piano.
Per non svegliare il palazzo.
Anche se, ormai, non era più solo un palazzo.
Era una piccola famiglia verticale.
Con scale, citofoni, panni stesi e due gatti troppo importanti.
Oggi Ciccio dorme ancora sulla mia poltrona.
Pepe dorme dove capita, spesso in posti dove non dovrebbe stare.
La signora Greco sale da me il giovedì per il caffè.
Enzo si lamenta meno, ma solo un pochino.
Martina è diventata infermiera e ogni volta che torna dal turno accarezza Ciccio come se salutasse un collega anziano.
Mia figlia viene più spesso.
I miei nipoti hanno imparato che, in questa casa, prima si saluta il nonno e poi il Cicciatore.
Anche se a volte credo che Ciccio pensi il contrario.
Io continuo a vivere nello stesso appartamento.
Stessi mobili.
Stesse finestre.
Stesso corridoio.
Ma non è più la stessa vita.
Per anni avevo creduto che la solitudine facesse rumore.
Invece no.
La solitudine, spesso, è proprio il contrario.
È quando nessuno bussa.
Nessuno chiede.
Nessuno nota se la tua luce resta spenta.
Poi arriva un gatto randagio.
Si piazza sul tuo zerbino.
Ti blocca la strada.
Ti costringe a fermarti.
E tu pensi che voglia solo mangiare.
Invece sta controllando se sei ancora capace di aprire una porta.
Ciccio non era mio.
Non lo è mai stato davvero.
Era della signora Greco.
Di Enzo.
Del bambino del primo piano.
Di Martina.
Di Pepe.
Di mia figlia, che ha ricominciato a chiedermi come sto.
Di tutti noi.
O forse no.
Forse siamo noi a essere diventati un po’ suoi.
E va bene così.
Perché a volte la famiglia non arriva con lo stesso cognome.
A volte arriva con quattro zampe bianche, un orecchio piegato e una pancia troppo grande per passare dalla porta.
E senza dire una parola, ti insegna la cosa più semplice del mondo.
Che nessuno dovrebbe vivere come se fosse invisibile.
Nemmeno in un palazzo pieno di gente.
Nemmeno a cinquantotto anni.
Nemmeno quando pensi che ormai sia troppo tardi.
Ciccio mi ha trovato davanti a una porta chiusa.
E, con tutta la calma del mondo, mi ha insegnato ad aprirla.





