Risistemai tutto.
Riga per riga.
Blocco per blocco.
Salvai l’azienda da una figuraccia che ci avrebbe distrutti.
Nel frattempo Alberto andava alle cene con Marta.
Li vedevo nelle foto pubblicate dal profilo aziendale.
Lui in giacca scura.
Lei con il suo sorriso lucido.
Didascalia: “La leadership che guarda al futuro.”
Io guardavo quelle immagini alle tre di notte, seduta davanti a tre monitor, con una coperta sulle spalle e le scarpe tolte sotto la scrivania.
La leadership.
Quando finalmente chiusi l’ultima falla, aspettai.
Un grazie.
Una mail.
Una parola.
Niente.
Alberto tornò a casa tardi, profumava del profumo di Marta, quello dolce e costoso che mi era ormai rimasto attaccato allo stomaco.
«Serata pesante,» disse, togliendosi la giacca.
Non mi chiese come stavo.
Non vide le occhiaie.
Non vide le mani tremanti.
Non vide me.
Quella notte, mentre lui dormiva, io aprii il vecchio fascicolo digitale dell’atto costitutivo.
Pagina otto.
Clausola dodici, comma D.
L’avevo fatta inserire io.
Otto anni prima.
Alberto non l’aveva nemmeno letta.
Il suo avvocato, un vecchio compagno di università, gli aveva detto che era una protezione standard per i fondatori tecnici.
Lui aveva firmato e mi aveva dato un bacio sulla fronte.
«Se ti fa stare tranquilla, amore.»
La clausola diceva una cosa semplice, nascosta in parole da notaio:
se io fossi stata sospesa o rimossa senza giusta causa documentata e senza arbitrato formale, tutta la proprietà intellettuale sviluppata personalmente da me sarebbe tornata sotto il mio controllo diretto.
L’azienda avrebbe avuto solo una licenza temporanea.
Da rinegoziare.
Io non avevo mai voluto usarla.
Una clausola del genere è come il doppio fondo in un cassetto: speri di non doverci mettere mai niente.
Ma ci sono uomini che ti insegnano a essere prudente proprio mentre ti accusano di esagerare.
Così, quando Alberto mi sospese davanti a tutti, non urlai.
Non piansi.
Non supplicai.
Andai nel mio piccolo ufficio privato, quello che avevo affittato anni prima in una stradina laterale, sopra uno studio di commercialisti e una parrucchiera.
Sulla porta c’era scritto solo “Consulenze Riva”.
Alberto lo sapeva appena.
Credeva fosse un posto dove ogni tanto mi rifugiavo per “i miei progetti”.
Non aveva mai chiesto.
Gli uomini come lui raramente fanno domande su ciò che pensano di possedere.
Entrai, chiusi la porta e accesi il server sicuro.
Lì c’era tutto.
Contratti.
Email.
Registri di sviluppo.
Date.
Versioni.
Backup.
Ogni riga di codice che avevo creato.
Ogni progetto che Marta aveva provato a riciclare.
Ogni firma di Alberto.
Ogni omissione.
Non cancellai niente.
Non danneggiai niente.
Non feci sabotaggi.
Mi limitai a far valere ciò che era già scritto.
A mezzanotte e un minuto, tutti i sistemi principali di Riva Sistemi avrebbero chiesto una nuova autorizzazione al titolare effettivo della proprietà intellettuale.
Io.
Alle nove di sera Alberto tornò a casa.
Io stavo preparando il sugo.
Pomodoro, basilico, un po’ di cipolla.
Una cosa semplice, di quelle che mia madre faceva quando i soldi erano pochi ma la dignità doveva restare abbondante.
«Giornata dura?» gli chiesi.
Lui si versò da bere.
«Gestire certe situazioni è sgradevole, ma necessario.»
«Certo,» dissi, mescolando piano. «La responsabilità è importante.»
Lui non colse niente.
Mangiò guardando il telefono.
Io guardai lui.
Alle undici e quarantotto andammo a letto.
Alle undici e cinquantanove ero sveglia.
A mezzanotte e un minuto, da qualche parte nella sala server dell’azienda, le autorizzazioni scaddero una dopo l’altra.
Non ci furono esplosioni.
Non ci furono luci rosse da film.
Solo sistemi educati che dicevano:
“Licenza non valida. Contattare Consulenze Riva.”
Dormii come non dormivo da mesi.
Alle cinque e trentasei il telefono iniziò a vibrare.
Chiamate.
Messaggi.
Notifiche.
Paolo: “Francesca, emergenza. Tutto bloccato.”
Responsabile informatico: “Non entra nessuno. Server, badge, portale clienti. Tutto fermo.”
Segreteria: “Alberto la sta cercando.”
Misi il telefono a faccia in giù.
Andai in cucina.
Preparai il caffè con la moka.
Non le capsule.
La moka vera, quella che borbotta piano e ti ricorda che certe cose, se le vuoi buone, devi aspettarle.
Alle sette e dieci Alberto entrò in cucina con i capelli spettinati e la faccia di chi ha appena visto crollare il campanile del paese.
«Che diavolo succede?»
Io bevvi un sorso.
«Buongiorno anche a te.»
Lui guardava il telefono.
«Sono bloccati tutti i sistemi. Tutti. Dice che la licenza è scaduta. È impossibile. Noi possediamo tutto.»
Si fermò.
Lentamente alzò gli occhi su di me.
«Francesca.»
Io posai la tazzina.
«Dovresti chiamare l’avvocato.»
«Cosa hai fatto?»
«Io? Niente. I sistemi stanno funzionando esattamente come previsto.»
«Non fare la furba con me.»
La frase uscì brutta.
Vecchia.
Quasi paesana.
Quante donne italiane l’hanno sentita, quella frase?
Dai mariti, dai padri, dai fratelli, dai capi.
Non fare la furba.
Come se usare il cervello fosse un difetto da punire.
«Controlla l’atto costitutivo,» dissi. «Clausola dodici, comma D.»
Lui impallidì.
«Che clausola?»
«Quella che hai firmato.»
Alle otto ero in azienda.
Non come dipendente.
Come titolare dei diritti tecnici.
Nell’ingresso c’era il caos.
Badge che non funzionavano.
Dipendenti in fila.
Centralinista sull’orlo delle lacrime.
Gente che bisbigliava come al mercato quando passa l’ambulanza.
Salivo le scale con calma.
Ogni gradino era una risposta.
Al dodicesimo piano trovai Alberto nel suo ufficio.
Camicia stropicciata.
Occhi rossi.
Attorno a lui c’erano Paolo, due tecnici pallidissimi e l’avvocata dell’azienda, la dottoressa Bellini, con una cartella piena di fogli segnati.
Appena entrai, Alberto sbottò:
«Tu sei sospesa.»
Io appoggiai la borsa sulla sedia.
«Sono qui come fornitrice esterna.»
L’avvocata si schiarì la voce.
«Alberto, abbiamo un problema grave. La clausola di rientro della proprietà intellettuale è stata attivata.»
«Quale clausola?» ripeté lui, sempre più piccolo dentro il suo ufficio grande.
La dottoressa Bellini aprì la cartella.
«Dal momento che Francesca Riva è stata sospesa senza giusta causa documentata e senza la procedura di arbitrato prevista, tutti i sistemi sviluppati personalmente da lei tornano sotto il suo controllo. L’azienda può operare solo con sua autorizzazione.»
Paolo si lasciò cadere su una sedia.
Uno dei tecnici sussurrò:
«Senza quei sistemi non facciamo nemmeno partire il portale clienti.»
Alberto mi guardò.
Per la prima volta, non con fastidio.
Con paura.
«Quanto vuoi?»
Io mi sedetti.
«Non è una questione di soldi.»
Lui rise male.
«Certo che lo è.»
«Voglio il controllo completo della divisione tecnica. Il quaranta per cento delle quote. Un posto nel consiglio con diritto di voto. E una comunicazione pubblica in cui si riconosce che l’architettura dell’azienda è stata creata da me.»
Silenzio.
Poi aggiunsi:
«E Marta fuori dall’azienda entro un’ora.»
Alberto scattò in piedi.
«Questo no.»
Io presi la borsa.
«Allora ricostruite tutto da zero. Tre anni, forse quattro. Sempre che troviate qualcuno capace di capire cosa ho costruito.»
Il tecnico più giovane, poveraccio, disse la verità che nessuno voleva dire.
«Amministratore, senza la signora Riva non possiamo farlo. Non in tempi utili.»
L’avvocata Bellini ricevette una telefonata proprio in quel momento.
Uscì, parlò nel corridoio, rientrò con la faccia di chi ha appena trovato una vipera nel cesto del pane.
«C’è un’altra cosa.»
Guardò Alberto.
«Marta ha depositato una richiesta di brevetto la settimana scorsa. A suo nome. Sul modello adattivo di sicurezza.»
Mi venne da ridere.
Non una risata elegante.
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