Pensavo che il momento più difficile fosse sopravvivere. Invece era tornare a fidarmi di un cuore che avevo sentito cedere.
La prima volta che sono uscito da solo, dopo quella sera, ho fatto trenta metri.
Trenta.
Dal portone di casa fino all’edicola chiusa all’angolo.
Avevo le chiavi in tasca, il telefono nella mano destra e quella paura stupida, pesante, appoggiata dietro le costole.
Non stavo male.
Ma il mio corpo, ormai, non mi sembrava più casa mia.
Mi sembrava una stanza con una crepa sul muro.
Ci vivi ancora dentro, però ogni rumore ti fa alzare la testa.
Arrivato davanti all’edicola, mi sono fermato.
Ho fatto finta di leggere i titoli dei giornali dietro il vetro, ma in realtà stavo contando i battiti.
Uno.
Due.
Tre.
Troppo veloci.
O forse normali.
Non lo sapevo più.
Una signora mi è passata accanto con il carrello della spesa e mi ha detto:
«Permesso, giovanotto.»
Giovanotto.
Mi è venuto quasi da ridere.
Perché dentro mi sentivo vecchio di colpo, come se una notte in ospedale mi avesse aggiunto vent’anni addosso.
Sono tornato indietro piano.
Sulle scale ho fatto una pausa al primo piano.
Non perché non ce la facessi.
Perché volevo dimostrarmi che potevo fermarmi senza odiarmi.
Quando sono arrivato al pianerottolo, la porta della signora Ricci era socchiusa.
«Hai fatto il giro dell’isolato?» mi ha chiesto.
«No. Solo fino all’edicola.»
Lei ha annuito, seria.
«Allora oggi hai vinto fino all’edicola.»
Quella frase mi è rimasta addosso tutto il giorno.
Non sembrava una frase importante.
Eppure lo era.
Perché nessuno, fino a quel momento, mi aveva detto che anche poco poteva bastare.
Io ero cresciuto con l’idea che bisognasse sempre stringere i denti.
Lavorare.
Rispondere.
Fare tardi.
Fare finta di niente.
Dire “non è nulla” anche quando dentro qualcosa si stava rompendo.
Ma la signora Ricci, con le sue mani piene di vene e il grembiule a fiori, mi stava insegnando una cosa diversa.
Che certe volte non vinci andando lontano.
Vinci tornando a casa senza scappare da te stesso.
Sara venne a trovarmi un sabato pomeriggio.
Portò dei biscotti presi in un forno piccolo vicino a casa sua, avvolti in una carta bianca.
«Non sapevo cosa portare», disse. «Allora ho preso qualcosa che non pretende di guarire nessuno.»
Mi fece sorridere.
Ci sedemmo al tavolo della cucina.
Quello con due sedie.
La terza l’avevo ancora in cantina, smontata, appoggiata a una parete.
Da anni tenevo in casa solo il necessario.
Come se lasciare spazio vuoto mi proteggesse dalle assenze.
Sara guardò la cucina senza fare commenti.
Poi disse:
«Com’è stare qui?»
«Strano.»
«Strano come?»
Mi passai una mano sulla faccia.
«Come se tutto sapesse qualcosa che io non so ancora.»
Lei spezzò un biscotto a metà.
Non aveva fretta di riempire il silenzio.
Quella era una cosa che mi piaceva di Sara.
Non ti salvava con le parole.
Ti faceva spazio.
«La sera peggiore è quando si spegne tutto», dissi dopo un po’. «Di giorno mi distraggo. C’è la spesa, il telefono, le visite, le scale. Ma la sera… la sera sento ogni cosa.»
Sara abbassò gli occhi.
«Ogni cosa?»
«Il battito. Il respiro. Un fastidio al braccio. Una fitta che magari è solo la postura. E ogni volta penso: eccoci.»
Non piansi.
Non quella volta.
Ma dissi la verità senza vestirmela meglio.
E già quello, per me, era enorme.
Sara restò zitta.
Poi allungò una mano sul tavolo.
Non mi prese la mano.
La lasciò lì, vicino alla mia.
Così potevo scegliere io.
Dopo qualche secondo, fui io ad appoggiarci sopra le dita.
Fu un gesto piccolo.
Ma mi stancò più di una salita.
Perché certe paure non stanno nel petto.
Stanno nella vergogna di essere visti mentre tremi.
La domenica successiva, la signora Ricci bussò alla mia porta alle nove del mattino.
Io ero ancora in pigiama.
Avevo dormito male.
«Vieni giù con me?» disse.
«Dove?»
«In cortile. Devo buttare il vetro.»
Guardai il sacchetto che aveva in mano.
Dentro c’erano due bottiglie vuote e un barattolo.
Avrei voluto dirle che poteva farlo da sola.
Ma capii subito che non era per il vetro.
Era per me.
Mi infilai una felpa e la seguii.
Scendemmo piano.
Lei davanti, io dietro.
Ogni gradino sembrava avere una voce.
Al primo piano mi fermai.
La signora Ricci non disse nulla.
Si fermò anche lei.
Fissava il muro scrostato davanti a noi come se fosse una cosa interessantissima.
«Mio marito, dopo il primo ricovero, odiava queste scale», disse. «Diceva che lo guardavano.»
«Le scale?»
«Sì. Diceva che aspettavano di vederlo cedere.»
Sorrisi appena.
«Lo capisco.»
Lei si voltò.
«Poi un giorno ha cominciato a salutarle.»
«A salutare le scale?»
«Sì. Diceva: buongiorno, brutte bestie. Oggi passiamo lo stesso.»
Per la prima volta risi davvero.
Non una risata educata.
Una risata mia.
Arrivammo in cortile.
Era una mattina fredda, ma chiara.
Il cielo sopra i tetti di Bologna aveva quel colore pallido che sembra non promettere niente, e proprio per questo non mente.
La signora Ricci buttò il vetro nel cassonetto.
Poi mi indicò una panchina di ferro contro il muro.
«Cinque minuti?»
Ci sedemmo.
Nel cortile c’erano una bicicletta legata male, due piante mezze secche e un gatto rosso che ci guardava come se fossimo noi gli intrusi.
«Io non voglio vivere così», dissi.
La frase mi uscì secca.
Lei non si spaventò.
«Così come?»
«Sempre con la paura in tasca. Sempre a misurarmi. Sempre a pensare che gli altri vivano davvero e io debba chiedere il permesso.»
La signora Ricci si sistemò il cappotto sulle ginocchia.
«Andrea, quando mio marito è tornato a casa, ha passato mesi a dire che voleva tornare quello di prima.»
«E poi?»
«Poi un giorno ha capito che quello di prima non c’era più. Ma non era una tragedia. Era solo una persona nuova da conoscere.»
Rimasi zitto.
Una persona nuova da conoscere.
Io, invece, mi trattavo come un guasto.
Come un Andrea difettoso.
Da riparare in fretta per tornare produttivo, simpatico, presente, normale.
Ma forse non si trattava di tornare.
Forse si trattava di restare.
Restare dentro questa vita, anche cambiata.
La settimana dopo accadde una cosa stupida.
Stupida, ma per me enorme.
Andai al supermercato da solo.
Non quello grande, lontano.
Quello piccolo sotto i portici, dove il pavimento è sempre un po’ lucido e le casse fanno rumore anche quando non c’è quasi nessuno.
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