Gli appartamenti lasciati liberi venivano rimessi sul mercato a prezzi quasi tripli.
I vecchi inquilini, invece, erano un ostacolo.
Una mattina Ludovico convocò la sua assistente, Chiara.
Aveva ventinove anni, un contratto precario e una madre disoccupata.
«Trovami qualcosa sui De Luca del quarto piano.»
Chiara aprì il fascicolo.
«Pagamenti regolari. Nessuna segnalazione. Sono lì da trentadue anni.»
«Appunto. Pagano meno della metà di quanto potrei chiedere.»
«Ma il contratto è valido.»
Ludovico la fissò.
«Non ti ho chiesto una lezione. Ti ho chiesto un motivo.»
«Non c’è.»
«Allora crealo.»
Chiara rimase immobile.
«Non posso falsificare dei documenti.»
«Puoi annotare quello che ti viene riferito. Una lamentela per rumori. Un controllo non superato. Un danno all’appartamento.»
«Non risultano danni.»
Ludovico chiuse il fascicolo con forza.
«Chiara, fuori da questa porta ci sono cento persone pronte a prendere il tuo posto. Alcune hanno anche meno scrupoli.»
Tre giorni dopo, alle sette e quaranta del mattino, qualcuno bussò con violenza alla porta dei De Luca.
Teresa aprì in vestaglia.
Ludovico era nel corridoio con un tecnico e una macchina fotografica.
«Controllo urgente.»
«Non abbiamo ricevuto nessun avviso», disse Teresa.
«Le urgenze non avvisano.»
Entrò senza attendere un invito.
Aprì mobili, spostò sedie, fotografò una crepa vicino alla finestra e una macchia d’umidità sul soffitto della cucina.
Salvatore lo seguiva in silenzio.
«Quella macchia l’abbiamo segnalata almeno quattro volte», disse. «Abbiamo conservato le lettere.»
Ludovico scattò un’altra foto.
«Danno causato da cattiva aerazione.»
«È il tubo del piano di sopra.»
«Lo stabilirà chi di dovere.»
Aprì la porta della piccola stanza che un tempo era stata di Marco.
Ora c’erano una libreria, una macchina da cucire e un divano letto.
«Qui dorme qualcuno?»
«Nostro figlio, quando viene a trovarci.»
Ludovico sorrise.
«Quindi avete un occupante non dichiarato.»
«Viene due o tre volte l’anno», disse Teresa. «È nostro figlio.»
«Prendo nota.»
Salvatore fece un passo avanti.
«Prenda nota anche del fatto che è entrato senza il preavviso previsto.»
Per un istante, il sorriso di Ludovico scomparve.
Poi tornò, più freddo.
«Gli anziani dovrebbero evitare di complicarsi la vita.»
Quella sera Marco telefonò.
Teresa gli raccontò del controllo, cercando di farlo sembrare meno grave.
Salvatore prese il telefono.
«Non è niente, figliolo. Uno che ha ereditato troppo e lavorato poco.»
Marco rimase in silenzio.
«Papà, dimmi la verità.»
«Te l’ho detta.»
«No. Mi hai detto la versione che racconti quando non vuoi farmi preoccupare.»
Salvatore guardò Teresa.
Dopo tanti anni, suo figlio riconosceva perfino i suoi silenzi.
«Sta cercando di mandarci via.»
La voce di Marco cambiò.
Non diventò più alta.
Diventò ferma.
«Conservate tutto. Lettere, messaggi, fotografie, nomi dei testimoni. Non firmate nulla.»
«Possiamo cavarcela.»
«Lo so. Ma non dovete cavarvela da soli.»
Cinque giorni dopo arrivò la comunicazione.
Trenta giorni per lasciare l’appartamento.
Le motivazioni occupavano mezza pagina.
Presenza di persone non autorizzate.
Danni provocati dagli inquilini.
Mancata collaborazione durante l’ispezione.
Disturbo della quiete condominiale.
Salvatore lesse il foglio tre volte.
Aveva consegnato lettere per una vita intera.
Sapeva che un pezzo di carta può portare una pensione, una condanna, una nascita o una morte.
Quello portava una menzogna.
Entrò in cucina.
Teresa stava preparando la frittata.
Vedendo la sua faccia, spense il fornello.
«Che cosa è successo?»
Lui appoggiò la lettera sul tavolo.
Teresa la lesse.
«Persone non autorizzate? Siamo sempre stati noi due.»
«Lo so.»
«Danni? Sono anni che chiediamo di riparare il soffitto.»
«Lo so.»
«Rumori? La sera alle nove tu dormi sulla poltrona.»
Salvatore si sedette.
Teresa rimase in piedi per qualche secondo, con il foglio tra le mani.
Poi le gambe cedettero e si lasciò cadere sulla sedia.
«Dove andiamo, Salvatore?»
Non disse “come ci difendiamo”.
Disse “dove andiamo”.
Era questo che Ludovico voleva.
Non soltanto mandarli via.
Voleva farli sentire già sfrattati prima ancora che lasciassero la casa.
Salvatore andò nel suo ufficio quella stessa mattina.
Chiara lo riconobbe e impallidì.
«Vorrei parlare con il signor Ferri.»
«È occupato.»
La porta alle sue spalle si aprì.
Ludovico uscì tenendo una tazza di caffè.
«Il signor De Luca. È venuto a comunicarmi la data del trasloco?»
Salvatore sollevò la lettera.
«È tutto falso.»
«È tutto documentato.»
«Da chi?»
«Non sono tenuto a discuterne con lei.»
«Trentadue anni di affitto pagato. Nessun problema. Nessuna lamentela. E all’improvviso diventiamo persone pericolose?»
Ludovico posò la tazza sulla scrivania di Chiara.
«La verità è semplice. Pagate troppo poco.»
«Allora il problema sono i soldi.»
«Il problema è che questo palazzo deve cambiare volto.»
«E il nostro volto non le piace.»
Chiara smise di digitare.
Ludovico guardò Salvatore dalla testa ai piedi.
«Lei e sua moglie rappresentate un’epoca finita. Pensionati, mobili vecchi, parenti che arrivano con le teglie la domenica, gente che chiacchiera sulle scale. Io voglio una palazzina elegante.»
Salvatore lo fissò.
«Mia moglie pulisce il pianerottolo anche davanti alle porte degli altri.»
«Non mi interessa.»
«Ho aiutato i suoi inquilini quando l’ascensore era rotto.»
«Non mi interessa.»
«Abbiamo cresciuto nostro figlio in quella casa.»
Ludovico si chinò verso di lui.
«Non mi interessa nulla della sua famiglia. Voglio clienti che possano pagare. Non vecchi attaccati ai ricordi.»
Salvatore piegò lentamente la lettera.
«Un giorno scoprirà che i ricordi costano più dei suoi marmi.»
Ludovico rise.
«Fuori dal mio ufficio.»
Salvatore si voltò.
Prima di uscire, incrociò lo sguardo di Chiara.
La giovane abbassò gli occhi.
Fu quel gesto a fargli più male delle parole di Ludovico.
Nei giorni successivi, la pressione aumentò.
Arrivò una seconda segnalazione per rumori notturni.
La signora Bassi, che abitava accanto ai De Luca, giurò di non aver mai protestato.
«Voi fate meno rumore dei miei gatti», disse.
Un pomeriggio venne interrotta l’acqua.
L’amministrazione parlò di lavori urgenti, ma tutti gli altri appartamenti avevano i rubinetti funzionanti.
Salvatore scese nel cortile con una bottiglia vuota in mano.
Ludovico era lì con due possibili nuovi inquilini.
Una coppia giovane, ben vestita, osservava l’atrio rinnovato.
«Come vede», spiegava Ludovico, «stiamo eliminando le vecchie situazioni che abbassavano il livello del palazzo.»
Indicò Salvatore e Teresa, appena uscita dall’ascensore.
«Alcuni residui della precedente gestione sono ancora presenti. Ma tra poco avremo soltanto persone selezionate.»
Teresa strinse la borsa della spesa contro il petto.
La giovane coppia si guardò con imbarazzo.
Salvatore si fermò.
«Siamo qui davanti.»
Ludovico fece finta di non capire.
«Come?»
«Se vuole insultarci, almeno abbia il coraggio di guardarci.»
«Non faccia scene.»
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