Il Postino Che Credeva Di Essere Dimenticato E Il Ragazzo Che Ricordava Tutto

Pensavo che quella mano alzata fosse la fine della mia storia da postino.

Invece mi sbagliavo.

Perché certe consegne non finiscono quando lasci la borsa.

A volte cominciano proprio quando credi di non servire più a nessuno.

Tornai al piccolo ufficio con le scarpe umide e il cappotto pesante di pioggia.

Consegnai le chiavi.

Svuotai l’armadietto.

Dentro c’erano due penne che non scrivevano più, una sciarpa dimenticata da anni e una foto ingiallita di me con la divisa nuova, quando avevo ancora i capelli neri e le ginocchia buone.

I colleghi mi dissero qualche parola gentile.

“Adesso goditi il riposo, Pietro.”

“Senza sveglia, eh?”

“Beato te.”

Sorrisi.

Feci finta che fosse facile.

Ma quando uscii, con la cassetta di legno di Niccolò sotto il braccio, mi sentii più leggero e più vuoto nello stesso momento.

Una sensazione strana.

Come se qualcuno mi avesse tolto una fatica dal corpo, ma anche un pezzo di nome.

A casa la misi sul tavolo della cucina.

La guardai a lungo.

Pietro.

Il mio nome inciso sul davanti.

Non “postino”.

Non “quello della posta”.

Pietro.

Passai un dito sulle lettere scavate nel legno.

Erano un po’ irregolari.

La P più profonda delle altre.

La O leggermente storta.

E proprio per questo mi sembravano perfette.

Quella notte dormii poco.

Alle cinque e venti aprii gli occhi, come sempre.

Il corpo non sapeva ancora che era finita.

Rimasi nel letto ad ascoltare il silenzio.

Niente pioggia sul giubbotto.

Niente passi sulle scale.

Niente borsa sulla spalla.

Solo il frigorifero che ronzava e il respiro lento della casa.

Mi alzai lo stesso.

Mi feci il caffè.

Mi vestii.

Poi rimasi fermo davanti alla porta d’ingresso con le chiavi in mano.

Non avevo nessun giro da fare.

Nessuno mi aspettava.

O almeno così credevo.

Alle otto e dieci suonò il campanello.

Mi spaventai quasi.

Aprii.

Niccolò era sul pianerottolo.

Aveva di nuovo la felpa addosso, ma niente cuffie.

Teneva una busta bianca tra le mani.

Dietro di lui, sua madre mi fece un piccolo saluto dal cancello, senza entrare.

“Buongiorno, signor Pietro,” disse lui.

La voce gli tremava meno del giorno prima.

“Buongiorno, Niccolò.”

Restammo un secondo in silenzio.

Poi lui allungò la busta.

“Questa è la sua prima posta.”

Io abbassai gli occhi.

Sulla busta c’era scritto a mano:

Per Pietro Bellini, che per anni ha portato più delle lettere.

Non riuscii a parlare.

Mi spostai dalla porta.

“Entra un momento. Fa freddo.”

Niccolò esitò.

Poi entrò piano, come se avesse paura di fare rumore.

Si sedette al tavolo della cucina con le mani sulle ginocchia.

Io misi la busta dentro la cassetta di legno.

“Ecco,” dissi. “Adesso funziona davvero.”

Lui sorrise appena.

Fu un sorriso piccolo.

Ma vero.

Aprii la busta.

Dentro c’era un foglio piegato in quattro.

La calligrafia era ordinata, un po’ rigida, come quella di chi ha cancellato e riscritto molte volte.

Cominciava così:

“Caro signor Pietro, ieri non le ho detto tutto.”

Mi sedetti.

Niccolò guardava il tavolo.

Io lessi in silenzio.

Mi raccontava che per anni aveva voluto salutarmi, ma le parole gli restavano ferme in gola.

Mi raccontava che quando mi vedeva arrivare dalla fine della strada, abbassava gli occhi non perché non gli importasse, ma perché aveva paura che io notassi quanto fosse agitato.

Mi raccontava che la frase “consegna speciale per un bambino coraggioso” era diventata una specie di riparo.

Quando suo padre era lontano.

Quando a scuola si sentiva fuori posto.

Quando la casa sembrava troppo grande per lui e sua madre troppo stanca per essere anche forte.

Alla fine aveva scritto:

“Lei pensava di portare lettere. Io credo che portasse prove che qualcuno, da qualche parte, pensava ancora a noi.”

Mi fermai.

Avevo gli occhi pieni.

Niccolò se ne accorse e diventò rosso fino alle orecchie.

“Scusi,” mormorò. “Forse ho scritto troppo.”

“No,” dissi.

Dovetti schiarirmi la voce.

“Hai scritto giusto.”

Lui annuì piano.

Poi fece una cosa che non mi aspettavo.

Tirò fuori dallo zaino altre tre buste.

“Non sono solo mie.”

Le posò sul tavolo.

“Quando mia madre ha detto in cortile che andava in pensione, alcune persone hanno voluto scriverle qualcosa. Poche, eh. Non volevo disturbare.”

Mi scappò una risata bagnata.

“Poche?”

Lui aprì lo zaino.

Dentro ce n’erano altre.

Dieci.

Forse quindici.

Tutte diverse.

Alcune bianche.

Alcune color crema.

Una fatta con un foglio piegato male.

Una aveva sopra una macchia di caffè.

Niccolò le tirò fuori una alla volta, con una cura che mi fece male al petto.

“Questa è della signora del civico 12.”

La signora del caffè alla finestra.

“Questa è del figlio del vecchio Nino.”

Nino, che non c’era più da due inverni.

“Questa è della maestra in pensione della via accanto.”

“Questa è di un uomo che ha detto che lei una volta gli ha aspettato cinque minuti sotto la pioggia perché non riusciva a scendere le scale.”

Io non ricordavo quasi niente.

O meglio, ricordavo i cancelli.

I nomi sui citofoni.

Le mattine fredde.

Ma non sapevo che tutto quello fosse rimasto anche negli altri.

Le misi nella cassetta di legno.

Una sopra l’altra.

La cassetta si riempì.

E con lei, piano piano, anche qualcosa dentro di me.

“Niccolò,” dissi, “ma quando hai fatto tutto questo?”

Lui si strinse nelle spalle.

“Ieri pomeriggio. Ho bussato a qualche porta.”

“Tu?”

Sorrise senza guardarmi.

“Non a tutte. Alcune le ha fatte mia madre. Però a tre ho bussato io.”

Lo disse come se mi stesse confessando un’impresa enorme.

E forse lo era.

Per lui lo era.

“Allora,” dissi piano, “oggi la consegna speciale l’hai fatta tu.”

Lui alzò gli occhi.

Per la prima volta vidi in quel ragazzo non solo il bambino che era stato, ma anche l’uomo che stava cercando di diventare.

Nei giorni dopo, Niccolò tornò.

Non ogni giorno.

Non sarebbe stato da lui.

Ma ogni tanto suonava.

A volte portava una lettera.

A volte un pezzo di legno da farmi vedere.

A volte niente.

Solo due parole.

“Passavo.”

Io facevo il caffè.

Per lui un bicchiere d’acqua, perché il caffè diceva che gli faceva battere troppo il cuore.

All’inizio parlavamo poco.

Del tempo.

Della scuola.

Del quartiere.

Poi, piano piano, le frasi diventarono più lunghe.

Mi raccontò che nel laboratorio di falegnameria si sentiva tranquillo.

Che il rumore delle seghe e della carta vetrata, stranamente, lo calmava più delle voci.

Che il legno non pretendeva risposte immediate.

Se sbagliavi, potevi levigare.

Se una linea veniva storta, potevi trasformarla in qualcosa.

“Con le persone non funziona così,” disse un giorno.

Eravamo seduti in cucina.

Fuori pioveva ancora.

Quell’inverno sembrava non voler finire.

“Con le persone, se sbagli una parola, resta.”

Io guardai la cassetta di legno sul mobile.

Ormai era piena di lettere.

Alcune le avevo lette tre volte.

Altre le tenevo per i giorni più vuoti.

“Non sempre,” risposi.

“Come no?”

“Anche le parole si possono riparare. Non tutte. Non subito. Però si può.”

Lui rimase zitto.

Poi disse:

“Io vorrei imparare.”

Non mi chiese cosa.

E io non glielo chiesi.

Avevo capito.

Qualche settimana dopo, accadde una cosa semplice.

Ma le cose semplici, a volte, cambiano più delle grandi.

Niccolò arrivò con una tavoletta di legno sotto il braccio.

“Ho un’idea,” disse.

Mi mostrò un disegno fatto a matita.

Una piccola cassetta, simile alla mia, ma più grande.

Con una fessura sopra.

E davanti una scritta:

Lascia qui una parola buona.

Lo guardai.

“Per chi?”

“Per il quartiere.”

Arrossì subito, come se si fosse pentito.

“È una stupidaggine?”

“No,” dissi.

“Magari nessuno ci mette niente.”

“Magari sì.”

“E se la prendono in giro?”

“Le cose buone vengono prese in giro solo da chi non sa più riconoscerle.”

Non so da dove mi uscì quella frase.

Forse da quarantadue anni di cancelli chiusi e finestre socchiuse.

Forse da tutte le lettere che avevo portato senza sapere davvero cosa contenevano.

Niccolò abbassò la testa.

Poi sorrise.

“Mi aiuta a farla?”

Io guardai le mie mani.

Erano vecchie.

Le dita un po’ gonfie.

Le unghie segnate.

Ma sapevano ancora tenere qualcosa.

“Ti aiuto.”

Lavorammo nel piccolo garage dietro casa sua, con il permesso di sua madre.

Non c’era niente di speciale.

Un banco consumato.

Una lampadina nuda.

Odore di polvere, colla e legno.

Niccolò misurava.

Io tenevo fermo.

Lui tagliava.

Io passavo la carta vetrata.

Ogni tanto sbagliavamo.

Ogni tanto ridevamo.

Poco, ma ridevamo.

Sua madre ci portò due bicchieri di tè caldo e rimase sulla porta a guardarci.

Aveva gli occhi stanchi, ma quel giorno sembravano più leggeri.

“Non lo vedevo così da tanto,” mi disse piano, mentre Niccolò cercava una vite caduta sotto il banco.

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