Il professore umiliò il figlio dell’addetto alle pulizie, ma sulla lavagna emerse un errore nascosto da cinque anni

La Gara Galvani era l’evento più importante dell’anno.

Il vincitore avrebbe ricevuto cinquantamila euro, la pubblicazione di un lavoro e l’accesso privilegiato a un dottorato prestigioso.

Il primo turno prevedeva sei problemi in tre ore.

I concorrenti avrebbero lavorato in cabine trasparenti, davanti a duecento spettatori e a migliaia di persone collegate a distanza.

Quando Balestri annunciò che sarebbe stata concessa una sola pagina di appunti scritti a mano, tutti capirono che la restrizione mirava soprattutto a Matteo.

Gli altri concorrenti avevano studiato per anni con tutor, archivi privati e programmi costosi.

Matteo aveva ciò che riusciva a tenere nella mente.

Gli altri formarono gruppi di studio.

Lui non fu invitato.

«Abbiamo bisogno di persone con basi solide», gli disse Federico. «Non di fenomeni da biblioteca.»

Matteo tornò a studiare da solo.

La solitudine non gli era nuova.

Aveva imparato quasi tutto così.

La professoressa Rinaldi lo trovò una sera nella sala periodici.

«Cammina con me.»

Uscirono nel cortile.

«Balestri ama l’analisi pura», disse lei. «Non comprende il valore dell’intuizione geometrica.»

Gli porse un vecchio volume di dimostrazioni visive.

«Ho visto i tuoi quaderni. Tu disegni prima di calcolare.»

«È un difetto?»

«È il motivo per cui vedi ciò che gli altri non vedono.»

Matteo abbassò lo sguardo sul libro.

«Perché mi sta aiutando?»

«Non ti sto aiutando.»

La professoressa lo fissò.

«Ti sto dando il permesso di fidarti di te stesso. Sono due cose diverse.»

Quella notte Antonio trovò Matteo al tavolo della cucina.

Il caffè era freddo. I quaderni occupavano ogni spazio.

«Hai mangiato?»

«Non ho fame.»

Antonio si sedette davanti a lui.

«Hai paura.»

Matteo rimase in silenzio.

Poi sussurrò:

«E se avessero ragione? Se fossi arrivato fin qui soltanto per caso?»

Antonio guardò la fotografia di Lucia appesa al muro.

«Tua madre diceva che possono toglierti i soldi, il lavoro e perfino la dignità. Ma quello che hai nella testa resta tuo.»

Prese la mano del figlio.

«Tu vedi le cose in modo diverso. Non restituire questo dono soltanto perché mette a disagio qualcuno.»

Il giovedì Balestri pubblicò un problema di allenamento.

Era di livello altissimo.

Matteo ci lavorò per tre ore senza fare progressi.

Dalla finestra vide Federico completarlo in meno di quaranta minuti.

La paura tornò.

Quella notte, durante il turno di pulizia, Matteo passò davanti all’ufficio di Balestri.

La luce era accesa.

Sulla lavagna c’erano il problema di allenamento e la soluzione completa.

Ogni singolo passaggio.

Matteo capì.

Federico non aveva risolto nulla.

Aveva già visto il procedimento.

Il gioco era truccato.

Matteo fotografò la lavagna, non per copiare, ma per conservare una prova.

Il venerdì arrivò una telefonata dal responsabile delle pulizie.

«Domani sera sei di turno.»

«C’è la gara.»

«Se non vieni, sei fuori.»

Matteo guardò i suoi quaderni.

Pensò all’affitto.

Pensò alle bollette.

Pensò ad Antonio, che aveva già dato tutto.

«Parteciperò alla gara.»

«Allora da domani non lavori più qui.»

Matteo chiamò suo padre.

Antonio rimase in silenzio per qualche secondo.

Poi disse soltanto:

«Sono fiero di te.»

Sabato mattina l’auditorium era pieno.

Giornalisti locali, studenti, docenti e curiosi occupavano ogni posto.

Balestri salì sul palco.

«I problemi di quest’anno sono stati preparati collegialmente dalla commissione.»

Matteo vide la professoressa Rinaldi fare un piccolo cenno.

Il professore non aveva potuto controllare tutto.

La gara cominciò.

Matteo aprì il fascicolo e passò in rassegna i sei quesiti.

Il primo era di teoria dei numeri.

Il secondo geometrico.

Il terzo combinatorio.

Il quarto richiedeva una dimostrazione strutturale che sembrava dipendere da migliaia di calcoli.

Matteo risolse i primi tre in poco più di un’ora.

Poi tornò al quarto.

Guardò la sua unica pagina di appunti.

Non conteneva formule complete.

C’erano alberi, cerchi, frecce e piccole mappe.

A chiunque altro sarebbero sembrati scarabocchi.

Per lui erano strade.

Non doveva calcolare ogni possibilità.

Doveva dimostrare che una certa ramificazione non avrebbe potuto superare il limite imposto.

Usò una contraddizione.

Disegnò la struttura.

Trasformò il problema in una figura che poteva quasi essere osservata.

Quando il tempo finì, aveva completato cinque quesiti su sei.

Il giorno dopo furono annunciati i risultati.

Passarono Federico, Giulia, Alberto e Serena.

Restava un posto.

Matteo trattenne il fiato.

Balestri fece una lunga pausa.

«Il quinto finalista è Paolo Neri.»

Matteo sentì il pavimento sparire.

Aveva perso il lavoro.

Aveva rischiato l’affitto.

Non era bastato.

Balestri proiettò la sua soluzione al quarto problema.

«Questo elaborato dimostra creatività, ma manca del rigore richiesto. Le rappresentazioni visive non sostituiscono una formazione sistematica.»

La professoressa Rinaldi si alzò.

«Io gli ho assegnato il punteggio pieno.»

«La maggioranza ha deciso diversamente.»

«Non la maggioranza. Tu.»

Balestri chiuse la discussione.

Matteo uscì dall’auditorium senza parlare.

Seduto sui gradini, chiamò suo padre.

«Forse non sono pronto.»

«La tua dimostrazione era giusta?»

Matteo ripercorse mentalmente ogni passaggio.

«Sì.»

«Allora non ti hanno battuto. Non hanno voluto capirti.»

Quella sera Matteo cominciò a mettere i vestiti in una valigia.

Senza stipendio non avrebbe pagato l’affitto.

Avrebbe lasciato Bologna, interrotto gli studi e cercato un lavoro qualsiasi.

Il computer emise un suono.

Era un messaggio della professoressa Rinaldi.

“Matteo, la tua soluzione era corretta, rigorosa e originale. Hai ottenuto 94 punti su 100, il secondo risultato migliore. Paolo Neri ne ha ottenuti 82. Il professor Balestri ha annullato parte della mia valutazione. Nel regolamento esiste una norma che permette a un giudice di richiamare un concorrente escluso come riserva straordinaria. Mercoledì sarò in aula. Non è finita.”

Matteo smise di fare la valigia.

Aprì il tredicesimo quaderno.

Mercoledì sera l’auditorium era ancora più affollato.

I cinque finalisti dovevano collaborare alla soluzione di un unico problema complesso.

Dopo dieci minuti, Federico aveva già riempito metà lavagna.

Il suo approccio era elegante.

Ed era completamente sbagliato.

La professoressa Rinaldi si alzò.

«Invoco la norma sulla riserva straordinaria. Chiedo che Matteo De Santis venga ammesso.»

L’auditorium esplose.

Balestri strinse il bordo del tavolo.

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