Il Ragazzo Che Nascondeva la Fame Dietro un Pezzo di Pane

Pensavo che il peggio fosse stato vedere Enzo mangiare mezzo pezzo di pane dietro il palazzo.

Mi sbagliavo.

Perché certe fami non finiscono quando riempi un piatto.

Si nascondono meglio.

Passarono tre settimane da quel primo pranzo insieme.

Sul cantiere sembrava cambiato qualcosa. Non il rumore, quello era sempre lo stesso. Martelli, secchi, trapani, Gino che brontolava perché qualcuno aveva lasciato la cazzuola nel posto sbagliato.

Però Enzo non spariva più.

A mezzogiorno entrava nel prefabbricato con noi. Si sedeva sempre nello stesso angolo, vicino alla finestra piccola. All’inizio teneva lo zaino sulle ginocchia, come se fosse pronto a scappare.

Poi piano piano lo appoggiò a terra.

Per me fu un segno.

Non grande, non da film. Ma nei cantieri impari a capire le cose piccole.

Un ragazzo che posa lo zaino vuol dire che, almeno per mezz’ora, si sente al sicuro.

Gino continuava con la sua recita.

“Stefano, tua moglie cucina per un reggimento.”

“Gino, le tue polpette ormai hanno un contratto fisso qui dentro.”

Enzo rideva.

Non sempre. Non forte.

Ma rideva.

E quando un ragazzo che ha imparato a chiedere poco comincia a ridere senza chiedere scusa, vuol dire che qualcosa si sta aggiustando.

Poi arrivò quel giovedì.

Me lo ricordo perché pioveva da tre giorni e il cantiere puzzava di umido, cemento bagnato e giacche appese male.

Enzo non si presentò.

Alle sette meno dieci guardai verso il cancello.

Niente.

Alle sette precise, Gino disse:

“Avrà perso l’autobus.”

Io non risposi.

Alle sette e venti, presi il telefono.

Enzo rispose al terzo squillo.

La sua voce era bassa.

“Capo… mi scusi.”

“Dove sei?”

Ci fu un silenzio.

Poi disse:

“Sono a casa. Arrivo appena posso.”

Sentii un rumore in sottofondo. Una bambina che tossiva. Una donna che parlava piano.

“Enzo, dimmi la verità.”

Lui respirò forte.

“Mia sorella ha la febbre alta. Mia madre doveva andare a lavorare stamattina. Non sapevamo a chi lasciarla.”

Non lo disse per lamentarsi.

Lo disse come uno che si vergogna anche quando non ha colpa.

Io guardai Gino.

Lui capì senza sentire tutto.

Mi fece solo un cenno con la testa, come a dire: vai.

“Resta lì,” dissi a Enzo. “Non muoverti.”

“Ma il lavoro…”

“Il lavoro non scappa. Una bambina con la febbre sì che va guardata.”

Chiusi la chiamata.

Gino appoggiò la cazzuola.

“Vengo anch’io.”

“Tu devi restare qui.”

“Stefano, non fare il capo con me alle sette del mattino.”

Cinque minuti dopo eravamo sul furgone.

L’indirizzo era in una strada stretta, non lontana dal cantiere. Un palazzo vecchio, intonaco stanco, biciclette legate male all’ingresso, cassette della posta con nomi scritti a mano.

Enzo ci aspettava giù.

Aveva la faccia di uno che non aveva dormito.

“Non dovevate venire,” disse subito.

Gino gli mise una mano sulla spalla.

“Infatti. Siamo venuti lo stesso.”

Salimmo al terzo piano.

La porta si aprì piano.

Sua madre era una donna magra, con i capelli raccolti male e gli occhi buoni di chi ha passato più notti in bianco di quante ne ammetterà mai. Si chiamava Lucia.

Appena ci vide, si mise in imbarazzo.

“Scusate il disordine.”

Guardai dentro.

Non c’era disordine.

C’era povertà tenuta pulita.

La differenza è enorme.

Un tavolo piccolo. Due sedie diverse. Una tovaglia consumata ma lavata. Sul fornello, un pentolino con dell’acqua. Sul divano, sotto una coperta, c’era la sorellina di Enzo.

Si chiamava Marta.

Aveva sette anni e gli occhi grandi.

Quando vide Gino, si tirò la coperta fino al naso.

Gino, che in cantiere sembrava un orso, abbassò la voce.

“Ciao, signorina. Io sono quello delle polpette.”

Marta fece un mezzo sorriso.

Lucia voleva spiegare, giustificarsi, chiedere scusa per il figlio che non era al lavoro.

Io la fermai con gentilezza.

“Signora, Enzo ci ha detto solo che Marta non sta bene. Siamo passati a vedere se potevamo dare una mano.”

Lei abbassò gli occhi.

“Non vogliamo disturbare nessuno.”

Quella frase mi colpì.

Era la stessa fame di Enzo, solo con parole diverse.

La fame di chi ha paura di pesare.

La fame di chi si scusa perfino per avere bisogno.

Gino tirò fuori una busta.

Dentro c’erano pane fresco, latte, mele e un pacco di biscotti.

“Li avevo comprati per me,” disse. “Poi mi sono ricordato che sono a dieta da vent’anni e non ho mai cominciato.”

Lucia provò a rifiutare.

Enzo fece un passo avanti.

“Mamma…”

Non disse altro.

Ma bastò.

Lei prese la busta con le mani che tremavano appena.

“Grazie.”

Non restammo molto.

Non volevamo entrare troppo nella loro vita.

Prima di andare via, però, notai una cosa sul tavolo.

Un quaderno aperto.

Dentro c’erano conti scritti a matita, cancellati e riscritti.

Non lessi.

Non era roba mia.

Ma capii.

Tornando al furgone, Gino restò zitto per due isolati.

Poi disse:

“Quel ragazzo non deve mollare.”

“No.”

“Perché se molla adesso, si convince che la vita è tutta così.”

Io guidavo piano, sotto la pioggia.

“E non è tutta così.”

Gino guardò fuori dal finestrino.

“No. Almeno non sempre.”

Quel giorno facemmo il lavoro in due.

Più lentamente, certo. Con più fatica.

Ma nessuno disse niente.

Il giorno dopo Enzo tornò.

Aveva due occhiaie profonde e un sacchetto in mano.

“Scusate per ieri,” disse.

Gino sbuffò.

“Se ti scusi ancora, ti faccio portare sacchi di colla fino a Natale.”

Enzo sorrise appena.

Poi mise il sacchetto sul tavolo.

Dentro c’erano altri biscotti.

“Li ha fatti mia madre. Ha detto che non può darvi altro.”

Io ne presi uno.

Era duro come un sasso.

Buonissimo.

Perché certe cose non le mangi con la bocca.

Le mangi con il rispetto.

Da quel momento cambiai modo di guardare Enzo.

Prima vedevo un apprendista da insegnare.

Poi vidi un ragazzo che stava cercando di non cadere.

E capii che insegnargli il mestiere non bastava.

Dovevamo insegnargli anche una cosa più difficile: che non era solo.

Cominciai a tenerlo più vicino.

Gli spiegavo perché si faceva una cosa, non solo come. Come si prepara una malta fatta bene. Come si guarda un muro prima di toccarlo. Come si capisce se un pavimento è storto prima ancora di appoggiare la livella.

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