Il ragazzo si sedette proprio davanti alla mia moto, in mezzo all’incrocio, e mi supplicò di salvare suo fratello.
Si lasciò cadere sull’asfalto rovente, schiena contro la ruota anteriore, come se volesse incatenarmi lì. Aveva il viso pieno di lividi, lo zaino di scuola ancora in spalla, il respiro corto.
Dietro di me le auto iniziarono subito a suonare il clacson, qualcuno urlò che dovevo spostarmi, che non eravamo al cinema. Ma il ragazzo non si mosse. Rimase seduto, con le gambe piegate, guardando in su verso di me con degli occhi che ti prendevano allo stomaco.
Ho sessantacinque anni, guido moto da quando ne avevo diciotto, ho visto incidenti, risse, pianti, abbracci. Ma nessuno, mai, si era messo volontariamente davanti al mio mezzo per impedirmi di andare via.
La sua labbra era spaccata, un occhio stava gonfiando, e le sue mani tremavano così tanto che a fatica teneva un foglio stropicciato.
«Per favore,» ansimò. «Lei… lei è uno di quelli veri, vero? Si vede dalla giacca. La prego, mi aiuti. Lo ammazzano.»
Il semaforo diventò verde. Le proteste alle mie spalle aumentarono, qualcuno urlò di “togliere di mezzo quel teatrino”. Ma io non riuscivo a staccare gli occhi da quel viso.
«Chi ammazzano?» chiesi, spegnendo il motore.
Lui sollevò il foglio con una mano che tremava. Era una foto stampata da un cellulare: un altro ragazzino, più piccolo, forse tredici anni, legato a una sedia in una stanza buia. Indossava la stessa divisa scolastica del ragazzo davanti a me.
«Mio fratello,» sussurrò. «L’hanno preso perché io non voglio lavorare per loro. Hanno detto che se non porto diecimila euro entro stasera…» La frase si spezzò. Deglutì. «…non lo rivedo più.»
Le auto iniziarono finalmente ad aggirare la mia moto, tra imprecazioni e frenate brusche. Io scesi, lo presi sotto le ascelle e lo tirai gentilmente in piedi.
«Vieni, spostiamoci sul marciapiede prima che ci investano tutti e due.»
Lo accompagnai a lato strada, spingendo la moto a mano. Da vicino si vedeva meglio: non erano solo lividi freschi. C’erano segni più vecchi, giallognoli, sui polsi e sulle braccia. Quella non era la sua prima “lezione”.
«Come ti chiami?» chiesi.
«Daniele… Daniele Rossi.»
Mi si strinse lo stomaco. Quel cognome, in quella zona, non era nuovo.
«Tuo padre… per caso si chiamava Marco Rossi?» domandai piano.
Lui spalancò gli occhi. «Lo conosceva?»
Marco Rossi era stato capo squadra dei vigili del fuoco in città. Uno di quelli veri, di quelli che entrano nei palazzi che tutti gli altri stanno fuggendo. Era morto due anni prima, dentro un edificio vecchio, crollato durante un incendio. Ufficialmente, una tragedia. Ufficiosamente, sapevamo che stava pestando i piedi a gente che preferiva ignorare certe infiltrazioni e certi affari sporchi.
«Tuo padre mi ha salvato un nipote,» dissi. «E gli ha evitato parecchi guai senza rovinarlo con una denuncia. Gli ha dato una seconda possibilità.» Tirai fuori il telefono. «Dimmi: quando hanno preso tuo fratello?»
«Stamattina. A scuola. All’intervallo.» Si strofinò il naso con il dorso della mano. «È colpa mia. Da mesi mi chiedono di fare il “corriere”, di portare pacchetti, di chiudere gli occhi. Dicono che devo “ripagare il debito” perché papà, quando era vivo, gli ha fatto perdere soldi.»
«Chi sono “loro”, Daniele? Voglio il nome.»
«Si fanno chiamare “I Corvi del Porto”.» Abbassò la voce, come se qualcuno potesse sentirlo. «Il capo lo chiamano Vipera. È giovane, ma tutti hanno paura di lui.»
Conoscevo il soprannome. Ragazzo sui venticinque anni che comandava un gruppetto nella zona del porto vecchio, tra magazzini abbandonati e bar frequentati dalla stessa gente, sempre a metà fra lavoro onesto e illegalità. Non era un “boss” di quelli che si leggono sui giornali, ma bastava per terrorizzare un quartiere.
«Il luogo dove tengono tuo fratello lo sai?»
Lui annuì e indicò la foto. Sullo sfondo si vedeva una finestra alta, sporca, con una grata arrugginita. L’avevo già vista in un’altra vita.
«È il magazzino grande, dietro la banchina tre, vicino al vecchio silos,» mormorò. «Lì sotto c’è un seminterrato. Ci portano chi devono “convincere”.»
Aprii il gruppo sul telefono: FRATELLI DEL SOCCORSO. Era il nome che avevamo dato alla nostra associazione: una dozzina di ex vigili del fuoco, ex infermieri, gente della protezione civile, qualche pensionato con anni di turni notturni alle spalle. Molti di noi giravano ancora in moto. Non eravamo più ragazzi, ma non avevamo perso l’abitudine di correre quando qualcuno gridava aiuto.
Scrissi solo: “Ragazzo figlio di Marco Rossi. Fratello rapito dai Corvi del Porto. Magazzino banchina 3. Urgente.”
Le risposte arrivarono una dopo l’altra, quasi subito.
«Dove ci vediamo?»
«Quanto tempo abbiamo?»
«Sto arrivando.»
«Porto la macchina grossa.»
Guardai Daniele. «Ascoltami bene. Prima di tutto chiamiamo la polizia. Poi ti porto in un posto sicuro. Noi grandi ci occupiamo del resto. Va bene?»
Lui scosse la testa, agitato. «Non possiamo andare alla polizia! Hanno detto che se mi vedono con una pattuglia…»
«Daniele,» lo interruppi. «Tuo padre credeva nella legge, non nella paura. E io non ho intenzione di fare il giustiziere. Facciamo le cose per bene, ma in fretta.»
Chiamai un ispettore che conoscevo da anni, il signor Bianchi. Era stato spesso sul posto con noi durante incendi e incidenti. Sapeva chi eravamo e sapeva che eravamo persone serie.
Gli raccontai tutto in due minuti: Daniele, il fratello Luca, la foto, il magazzino, i Corvi del Porto.
Lui sospirò. «Lo sai che non posso mandare una squadra così, su semplice parola, senza preparazione…»
«Sai chi era Marco Rossi,» risposi. «E sai che io non ti faccio perdere tempo per niente. Qui c’è un minorenne legato a una sedia in un seminterrato. Se aspetti domani per “organizzare”, forse sarà troppo tardi.»
Ci fu un breve silenzio dall’altra parte.
«Va bene,» disse poi. «Ti mando due volanti in zona, senza sirene, a dieci minuti dal magazzino. Devono però sapere dov’è esattamente il ragazzo prima di intervenire. Non voglio una guerra in mezzo al porto.»
«Capito. Noi andiamo in avanscoperta. Ti tengo il telefono aperto.»
«Giovanni, lo dico seriamente: niente eroi. Osservate e riferite. Capito?»
«Capito, ispettore.» Misi giù.
Salii in moto e feci cenno a Daniele di montare dietro. Esitò, poi si aggrappò a me come se fossi l’ultima cosa solida al mondo.
In meno di venti minuti eravamo al nostro “circolo”: un vecchio bar di periferia che avevamo comprato anni prima e trasformato in sede dell’associazione. Nessuna insegna luminosa, solo una targa semplice: “Fratelli del Soccorso – volontari”.
Dentro ci aspettavano già in otto. Qualcuno con ancora addosso la tuta da officina, qualcuno con il bastone appoggiato vicino alla sedia, tutti con gli occhi attenti. Le nostre giacche non avevano teschi o simboli aggressivi, ma una semplice toppa: una mano che ne afferra un’altra, con una piccola fiamma sopra. Un ricordo del mestiere che ci aveva uniti.
Raccontai in breve la situazione, mostrando la foto stampa.
Giulio, il nostro presidente, ex caporeparto come me, strinse le labbra. «Quella finestra la conosco. Magazzino 5, banchina tre. Ci abbiamo spento un incendio dieci anni fa.»
«Sotto c’è un piano seminterrato con due uscite,» aggiunse Pietro, che allora aveva guidato l’autobotte. «Una scala interna e una porticina laterale, quasi nascosta.»
Daniele spiegò di nuovo come avevano preso Luca, all’intervallo, davanti a tutti. Nessuno aveva mosso un dito. Troppa paura, troppa abitudine a girare la testa dall’altra parte.
«L’hanno fermato per mesi,» disse il ragazzo. «“Porta questo”, “tieni d’occhio quello”, “chiudi gli occhi quando ti diciamo noi”. Io ho sempre rifiutato. Ho detto che non voglio finire come certe persone del quartiere. Allora hanno detto che se non collaboravo, se me ne andavo dalla loro zona, avrei “pagato” in un altro modo.»
«Hanno preso tuo fratello perché sanno che ti importa di lui,» disse piano Linda, l’unica donna del gruppo, ex infermiera. «Questo li rende ancora più vigliacchi.»
Giulio annuì. «Non possiamo lasciare i figli di Marco in mano a quella gente.»
«Il problema,» dissi, «è farlo senza mettere a rischio il ragazzo e senza metterci nei guai. La polizia sta arrivando, ma ha bisogno di sapere dov’è Luca con precisione.»
Giulio tacque un attimo, poi si voltò verso Daniele. «A che ora vogliono i soldi?»
«Alle otto di stasera. Hanno detto di andare da solo, alla porta sul retro. Se vedono qualcun altro, finisce male.»
Giulio guardò l’orologio. Erano le tre del pomeriggio. «Non aspettiamo le otto. Più tempo passa, più cresce il rischio che qualcuno perda la testa lì dentro.»
Si alzò. «Chi viene al porto? Chi preferisce restare qui con Daniele e prepararsi a ricevere Luca? Non è un ordine, è volontariato. Potrebbe essere pericoloso.»
Si alzarono tutti. Nessuno restò seduto.
Sorrisi amaramente. «Questo succede quando metti insieme gente che ha passato la vita a correre verso il fuoco invece che scappare.»
Decidemmo un piano semplice: tre moto e una macchina al porto. Niente armi, niente bravate. Solo occhi, orecchie, telefoni e, se necessario, la nostra presenza fisica per proteggere il bambino fino all’arrivo delle volanti.
Io rimasi con il telefono direttamente collegato all’ispettore Bianchi, viva voce in tasca. Linda restò al circolo con Daniele, per non farlo assistere a niente.
«Se succede qualcosa a mio fratello e io non sono lì…» iniziò lui.
Linda gli prese la mano. «Se tu sarai vivo e lui sarà vivo, ci sarà tempo per abbracciarvi. Se tu ti fai ammazzare, chi resterà a raccontare chi era vostro padre?»
Alla fine annuì, mordendosi il labbro.
Il porto vecchio di Genova (o di qualunque città sul mare, alla fine, si assomigliano tutti) ha un odore particolare: sale, gasolio, ferro, vecchie corde bagnate. Il magazzino 5 era esattamente come lo ricordavo: intonaco scrostato, finestre mezze rotte, portoni arrugginiti. Perfetto per chi vuole sparire dagli occhi del mondo.
C’erano due ragazzi all’ingresso sul retro, appoggiati a una cassa, intenti più al telefono che a controllare l’area. Uno aveva il cappuccio in testa nonostante il caldo, l’altro fumava nervosamente.
Noi ci sparpagliammo. Io e Giulio ci avvicinammo dalla strada, come due pensionati che fanno una passeggiata. Pietro girò attorno dal lato mare, fingendo di controllare il suo furgoncino.
Quando ci furono abbastanza vicini, Giulio fischiò piano. I due sobbalzarono.
«Cercate qualcuno?» disse il ragazzo col cappuccio, facendo la voce grossa.
«Sì,» rispose Giulio con tono tranquillo. «Cerchiamo un bambino legato a una sedia nel seminterrato. Si chiama Luca. Sai dirci dov’è?»
Il ragazzo sbiancò. L’altro fece un passo avanti. «Non so di cosa parlate. Fatevi i fatti vostri.»
Io tirai fuori il telefono e mostrai la foto. «Ha questa faccia. E questa finestra dietro di lui. Sii sincero, ragazzo. Non siamo qui per fare i film d’azione. Siamo qui per portarlo a casa vivo. E, ti informo, fra pochi minuti arriveranno delle pattuglie. Se vuoi scegliere da che parte stare, questo è il momento.»
Si guardarono tra loro. Uno abbassò lo sguardo.
«Giù per le scale a destra,» mormorò quello col cappuccio. «In fondo al corridoio. Porta di ferro. Ma se entrate adesso…»
«Non “se”.» Gli misi una mano sulla spalla. «Tu resta fuori, senza fare sciocchezze. Quando arriverà la polizia, di’ la verità. Hai ancora tutto il tempo per cambiare strada.»
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