Il ricco vedovo sfamò un cane cacciato da una trattoria: quella stessa notte, sotto i portici, fu proprio lui a salvarlo
«Via, bestiaccia! Qui dentro non entri!»
Il calcio partì secco.
Non fortissimo da rompere qualcosa, ma abbastanza cattivo da far capire a tutti chi comandava.
Il cagnolino scivolò sul pavimento lucido della trattoria, tra le sedie di legno e le gambe dei clienti.
Qualcuno disse: «Oddio.»
Qualcun altro abbassò gli occhi sul piatto.
Io rimasi fermo sulla porta, con il cappotto buono ancora addosso e l’ombrello che gocciolava sul tappetino.
Avevo sessantasei anni, una vita di lavoro alle spalle, una casa troppo grande sulla collina di Bologna e più soldi di quanti mio padre avrebbe mai potuto immaginare.
Eppure, in quel momento, mi sentii povero.
Povero dentro.
Perché guardai quel cane e mi vergognai di tutti noi.
Era piccolo, magro, con il pelo sporco di pioggia e due occhi enormi.
Non abbaiava.
Non ringhiava.
Sembrava chiedere scusa per essere vivo.
Il cameriere, un uomo sui quarant’anni con la camicia bianca tirata sulla pancia e la faccia di chi si crede importante perché porta i piatti agli altri, lo afferrò per la collottola.
«Fuori! Qui non siamo mica al canile.»
Lo spinse oltre la porta.
La pioggia entrò per un secondo.
Poi il vetro si richiuse.
Dentro tornò il caldo.
Il profumo di ragù.
Il tintinnio dei bicchieri.
Le chiacchiere del sabato sera.
Ma qualcosa si era spezzato.
Almeno in me.
Il proprietario della trattoria, dietro il banco, fece finta di sistemare una bottiglia.
Una signora con la permanente sussurrò al marito: «Povera creatura.»
Il marito rispose: «Eh, ma in un ristorante non si può.»
E io pensai a quante volte, nella vita, avevo sentito quella frase.
“Non si può.”
Non si può aiutare tutti.
Non si può mettersi contro la famiglia.
Non si può dire la verità in paese.
Non si può fermarsi per ogni poveraccio che incontri.
Non si può.
E intanto, con tutti questi “non si può”, diventiamo gente che non guarda più niente.
Mi accompagnarono al tavolo migliore.
Lo facevano sempre.
Per loro ero il commendator Rinaldi.
Anche se quel titolo non l’avevo mai voluto.
Avevo costruito condomìni, comprato terreni quando costavano poco, venduto bene quando tutti volevano salire sui colli.
Avevo stretto mani a notai, direttori di banca, assessori, imprenditori con sorrisi larghi e memoria corta.
Ma dentro ero rimasto il figlio di un muratore di Casalecchio.
Uno che da ragazzo portava sacchi di cemento su per le scale e mangiava pane e mortadella seduto su un gradino.
Solo che col tempo me n’ero dimenticato.
La ricchezza fa anche questo.
Ti mette addosso un cappotto elegante e, piano piano, ti convince che il freddo degli altri non ti riguarda.
Mi sedetti.
Il cameriere tornò con il menù, come se niente fosse.
«Il solito, commendatore? Tagliatelle al ragù, filetto, Sangiovese della casa?»
Lo guardai.
Aveva ancora sul volto quella smorfia di fastidio.
Come se il problema non fosse stato il suo gesto, ma il fatto che io lo avessi visto.
«Portami il piatto più abbondante che avete.»
Lui sorrise.
«Abbiamo il brasato con purè, le lasagne, il coniglio alla cacciatora…»
«No.»
Chiusi il menù.
«Un piatto grande. Carne, pane, un po’ di brodo caldo se c’è. E niente ossa piccole.»
Il sorriso gli morì in faccia.
«Per lei?»
«Per il cane.»
Al tavolo accanto, una coppia smise di parlare.
Il cameriere abbassò la voce.
«Commendatore, capisco la sensibilità, però…»
«No, ragazzo. Non capisci.»
Non alzai la voce.
Non ne avevo bisogno.
«Portami quel piatto. E fallo adesso.»
Ci sono momenti in cui i soldi fanno schifo.
E momenti in cui, almeno, possono comprare un po’ di dignità per chi non ce l’ha.
Il cameriere andò via rigido.
Dalla vetrata vedevo il cane.
Era seduto sotto la tenda esterna, rannicchiato vicino a un vaso di basilico mezzo secco.
La pioggia gli batteva sulla schiena.
Non se n’era andato.
Forse sperava ancora in una briciola.
O forse, come capita a certi esseri feriti, non sapeva più dove andare.
Quando arrivò il piatto, caldo e pieno, mi alzai.
Il proprietario fece un passo dal banco.
«Commendatore, magari glielo facciamo portare fuori da…»
«Lo porto io.»
Il locale si zittì.
Attraversai la sala con quel piatto tra le mani.
Mi sentivo addosso tutti gli occhi.
Quelli curiosi.
Quelli infastiditi.
Quelli commossi ma incapaci di muoversi.
Aprii la porta.
L’aria fredda mi colpì il petto.
Il cane sobbalzò.
Quando mi chinai, indietreggiò di scatto.
E quel gesto mi fece più male del calcio.
Perché un animale non nasce con la paura dell’uomo.
Gliela insegniamo noi.
«Tranquillo.»
Mi uscì una voce bassa, quasi da nonno.
Io non avevo nipoti.
Mio figlio viveva a Milano, sempre di corsa, sempre con una riunione da fare e una frase pronta per chiudere le telefonate.
Mia figlia, dopo la morte di sua madre, si era trasferita in Veneto e mi chiamava la domenica sera, quando se ne ricordava.
La mia casa era piena di fotografie e vuota di passi.
«Mangia, dai.»
Posai il piatto a terra e feci un passo indietro.
Il cane annusò.
Guardò me.
Guardò il vetro.
Poi abbassò il muso.
Mangiò piano.
Non con avidità.
Con educazione, quasi.
Come se avesse paura di sbagliare anche nel ricevere un dono.
Restai lì sotto la pioggia per qualche minuto.
Il cappotto buono prese acqua.
Le scarpe nuove si sporcarono.
E per la prima volta da mesi, forse da anni, non me ne importò niente.
Quando rientrai, nessuno parlava.
Mi sedetti.
Il cameriere evitò il mio sguardo.
Io non mangiai quasi nulla.
Pagai il conto per intero, lasciando anche una mancia esagerata alla cucina.
Non per lui.
Per chi aveva preparato quel piatto senza fare domande.
Uscendo, guardai ancora fuori.
Il cane non c’era più.
Il piatto era pulito.
E io, chissà perché, sentii un vuoto strano.
Come quando aiuti qualcuno per un minuto e poi ti accorgi che quel minuto ti ha mostrato tutto quello che ti mancava.
Presi la strada sotto i portici.
A Bologna, la sera, i portici sembrano braccia vecchie.
Ti riparano dalla pioggia, ma ti ricordano anche quante persone sono passate prima di te.
Studenti con gli zaini.
Vecchi con il giornale sotto il braccio.
Donne che tornano dalla spesa.
Uomini soli che fingono di sapere dove andare.
Io ero uno di quelli.
Un uomo solo con un conto in banca pieno e la tavola apparecchiata per uno.
Avevo lasciato l’auto poco distante, in una via laterale.
Camminavo piano.
Da quando mi avevano operato all’anca, il passo non era più quello di una volta.
Mia moglie, Teresa, mi prendeva in giro.
«Giorgio, sembri un generale in pensione.»
Era morta tre anni prima.
Una mattina di maggio.
Senza fare rumore.
Come aveva vissuto.
Aveva passato quarantadue anni a dirmi di essere meno duro.
Con gli operai.
Con i figli.
Con me stesso.
Io le rispondevo sempre: «La vita è dura, Teresa. Se sei tenero ti mangiano.»
Quella sera, mentre camminavo sotto i portici, pensai che forse mi avevano mangiato lo stesso.
Solo dall’interno.
Sentii dei passi dietro di me.
All’inizio non ci feci caso.
In città ci sono sempre passi.
Poi rallentai.
I passi rallentarono.
Mi voltai appena.
Due ombre.
Giovani, credo.
Cappucci tirati su.
Una sigaretta accesa che brillava nel buio.
Accelerai.
Il cuore mi diede un colpo nel petto.
Non era paura vera, non ancora.
Era quel presentimento che viene prima della paura.
Quello che ti dice: stai attento, Giorgio.
Arrivai quasi all’angolo.
Una mano mi afferrò il braccio.
«Ehi, signore.»
La voce era sporca.
Fredda.
«Ci dia l’orologio.»
Io cercai di liberarmi.
«Lasciatemi stare.»
Uno rise.
«Ma guarda questo. Fa pure il duro.»
Il primo strappò.
L’orologio mi scivolò dal polso.
Era quello di mio padre.
Non valeva molto rispetto a ciò che potevo comprare.
Ma era l’unico oggetto che non avevo mai cambiato.
Lo tenevo perché mio padre lo aveva comprato con tre mesi di lavoro, quando io ero nato.
«Quello no.»
La frase mi uscì come un gemito.
Feci l’errore di trattenergli la mano.
Il colpo arrivò basso, alle costole.
Persi il respiro.
Caddi contro il muro.
La pietra del portico mi graffiò la guancia.
La pioggia cadeva oltre gli archi, ma lì sotto tutto sembrava asciutto e feroce.
Uno mi frugò nelle tasche.
L’altro bestemmiò.
Io provai ad alzarmi, ma l’anca cedette.
Pensai a Teresa.
Non come nei film, con la vita che ti passa davanti.
Pensai solo alla sua voce in cucina.
«Giorgio, ricordati di comprare il pane.»
Una frase qualunque.
E proprio per questo insopportabile.
Perché quando stai per perdere tutto, non ti manca il grande amore raccontato con le parole belle.
Ti manca il pane sul tavolo.
La tazza scheggiata.
Il rumore delle chiavi nella serratura.
Il secondo colpo non arrivò.
Arrivò un ringhio.
Basso.
Piccolo.
Ma pieno di una rabbia antica.
I due si voltarono.
Anch’io.
Dal buio sotto il portico spuntò il cane.
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