Chiesi di vedere il gatto più anziano del gattile. La donna dietro il banco rimase senza fiato per un secondo.
Non in modo teatrale.
Solo abbastanza perché me ne accorgessi.
Sul cartellino aveva scritto Paola. Avrà avuto sui sessant’anni, gli occhi stanchi e una felpa piena di peli di gatto. Mi guardò come se dovesse capire se parlavo sul serio.
«Non vuole vedere i cuccioli?» mi chiese.
Scossi la testa.
«Voglio quello davanti al quale passano tutti senza fermarsi.»
Il viso di Paola cambiò.
Non sorrise. Sarebbe stato troppo facile.
Prese solo un mazzo di chiavi e disse piano:
«Allora deve conoscere Arturo.»
Passammo prima davanti alle stanze più luminose.
Lì c’erano i gattini.
Zampette minuscole che colpivano i giochini. Nasini rosa schiacciati contro il vetro. Una coppia giovane rideva davanti a una gabbia e faceva già foto, ancora prima di aver scelto.
Li capivo.
Un gattino sembra un inizio.
E a tutti piacciono gli inizi.
Ma Paola continuò a camminare.
Giù per il corridoio.
Oltre i box puliti, con le copertine piegate bene.
Oltre i gatti che infilavano le zampe tra le sbarre.
Oltre quelli che credevano ancora che ogni passo potesse essere per loro.
In fondo, proprio in fondo, dove il neon ronzava piano e l’aria sembrava più fredda, c’era un gatto grigio seduto nella parte posteriore del suo box.
Non miagolava.
Non si alzava.
Non cercava di farsi scegliere.
Mi guardava e basta.
Aveva il pelo rado in alcuni punti. Il muso era quasi tutto bianco. Un orecchio era piegato male, come se la vita glielo avesse storto un giorno e nessuno fosse più riuscito a raddrizzarlo.
Sul cartellino del box c’era scritto:
ARTURO. 18 anni. Buono. Ha bisogno di una casa tranquilla.
Sotto, qualcuno aveva aggiunto con un pennarello:
Qui da tanto tempo.
Sentii qualcosa stringersi nel petto.
«Da quanto?» chiesi.
Paola abbassò lo sguardo.
«Undici mesi.»
Guardai Arturo.
Undici mesi in un box.
A diciotto anni.
Paola parlò a voce bassa.
«La gente si ferma. Legge l’età. Qualcuno dice anche che è dolce. Poi chiede dove sono i gatti più giovani.»
Arturo batté piano le palpebre.
Come se avesse sentito quella frase cento volte.
E come se ormai non gli facesse più nemmeno male.
Io ero arrivata al gattile perché casa mia era diventata troppo silenziosa.
Sei mesi prima, il mio matrimonio era finito al tavolo della cucina. Niente urla. Niente piatti rotti. Solo un uomo che avevo amato per ventidue anni, seduto davanti a me, mentre mi diceva che non voleva più la vita che avevamo costruito insieme.
Disse che aveva bisogno di ricominciare da capo.
Quella frase mi rimase addosso.
Ricominciare da capo.
Come se le persone fossero vasetti di yogurt con una data di scadenza.
Come se alcuni di noi, a un certo punto, diventassero semplicemente vecchi da buttare.
Per sei mesi avevo camminato dentro casa mia come un’ospite. Preparavo il caffè per una tazzina sola. Piegavo bucati dove non c’erano più camicie da uomo. Accendevo la televisione la sera solo per sentire una voce.
Poi quella mattina mi ero svegliata pensando che forse, da qualche parte, c’era qualcun altro che veniva lasciato indietro.
Paola aprì il box.
Arturo non uscì di corsa.
Le zampe davanti gli tremavano quando si alzò. Fece un passo, poi si fermò, come se ogni movimento avesse bisogno di essere deciso con calma.
Mi inginocchiai sul pavimento.
«Non ho fretta», sussurrai.
Lui mi guardò a lungo.
Poi venne verso di me.
Piano.
Con fatica.
Con una dignità che mi chiuse la gola.
Quando arrivò vicino, annusò le mie dita. Il suo naso era asciutto e caldo.
Poi fece una cosa che mi spezzò in due.
Appoggiò una zampina sul mio ginocchio.
Non tutte e due.
Solo una.
Come se stesse chiedendo il permesso di sperare ancora.
Paola si voltò dall’altra parte, ma vidi che si asciugava una guancia con la manica della felpa.
Mi sedetti lì, sul pavimento freddo del gattile.
Arturo salì sulle mie gambe con la lentezza goffa di un vecchio che si accomoda su una panca in chiesa. Ci mise un po’. Non lo aiutai, perché capii che voleva farcela da solo.
Quando finalmente si sistemò contro di me, fece il sospiro più lungo che avessi mai sentito uscire da un essere vivente.
Non un suono tenero.
Non una fusa allegra.
Un sospiro stanco.
Il sospiro di chi, forse, smette per un attimo di prepararsi all’ennesima delusione.
Gli posai piano una mano sulla schiena.
Sotto il palmo sentivo tutte le ossa.
«Povero vecchietto», mormorai.
Paola disse:
«La sua padrona è morta lo scorso inverno. Era una signora anziana. Nessun parente è venuto a prenderlo. Sono arrivati solo un trasportino, una coperta e una lettera.»
«Una lettera?»
Paola annuì.
«Aveva chiesto di tenerla con lui. La maggior parte delle persone non vuole leggerla.»
«Io sì.»
Andò via per un minuto e tornò con una piccola busta, consumata agli angoli.
Dentro c’era un foglio con una calligrafia tremante.
Si chiama Arturo. Ha dormito accanto a me per sedici anni. Se una persona buona lo porterà a casa, ditegli per favore che non l’ho lasciato di proposito. Ditegli che l’ho amato fino all’ultima mattina.
Non riuscii a leggere il resto.
Gli occhi mi si riempirono troppo in fretta.
Arturo spinse la fronte contro il mio stomaco, come se quella lettera avesse già detto tutto.
Firmai i documenti quello stesso giorno.
Nessun grande discorso.
Nessun momento eroico.
Solo il mio nome su una riga, le mani che tremavano, e un vecchio gatto dentro un trasportino che mi guardava come se non si fidasse ancora della felicità.
Quando arrivammo a casa, non esplorò.
Non controllò il divano, né le finestre, né la ciotolina che avevo preparato per lui.
Uscì dal trasportino, si guardò intorno una volta sola, poi andò dritto verso la camera da letto.
Ai piedi del letto avevo messo una coperta blu piegata.
Arturo ci salì sopra, fece tre giri lenti e si sdraiò.
Poi mi guardò.
Allora mi sedetti accanto a lui.
Per la prima volta dopo mesi, casa mia non sembrò vuota.
Quella notte Arturo dormì con una zampa appoggiata alla mia caviglia.
Una sola.
Come se volesse assicurarsi che fossi ancora lì.
Non so quanto tempo ci resta.
Forse qualche mese.
Forse meno.
Forse di più, se la vita vorrà essere gentile.
Ma una cosa la so.
Arturo non passerà il suo ultimo capitolo dietro le sbarre, mentre la gente sceglie un amore più giovane, più facile, più nuovo.
Forse non è più giocherellone.
Forse non è bello.
Forse non ha anni da offrire.
Ma ha questa sera.
Ha un letto caldo.
Ha una mano sulla schiena.
E ha qualcuno che sa cosa vuol dire essere guardati come se la parte migliore della propria vita fosse già finita.
Pensavo di dare a un vecchio gatto un posto dove finire i suoi giorni.
Ma Arturo ha dato a me un motivo per tornare a casa.
Forse non sono la sua prima famiglia.
Ma sarò l’ultima persona che gli farà mai dubitare di meritare amore.
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.





