Il giorno dopo quella foto, pensai davvero che la storia fosse finita.
Mi sbagliavo.
Perché certi addii non chiudono una porta.
La lasciano socchiusa, abbastanza perché un cane vecchio possa ancora passarci dentro.
Guardai quella foto almeno venti volte.
Nerone seduto davanti al cancello del numero 18.
La schiena dritta.
Il muso grigio.
Gli occhi puntati verso la strada, come se il mondo dovesse ancora arrivare da lì.
Mia moglie mi trovò fermo in cucina con il telefono in mano.
“È ancora lui?”
Annuii.
Lei appoggiò una tazzina sul tavolo.
“Giovanni, sei in pensione da un giorno e sembri già più vecchio di ieri.”
Sorrisi appena.
“Forse perché ieri avevo un lavoro.”
Lei mi guardò in quel modo che hanno certe mogli quando capiscono più di quanto dici.
“No. Ieri avevi una strada. È diverso.”
Non risposi.
Perché aveva ragione.
Il lavoro era finito.
Ma via dei Tigli mi era rimasta addosso.
Come l’odore della pioggia sulla giacca.
Come il peso della borsa sulla spalla, anche quando ormai non la portavo più.
Verso mezzogiorno mi arrivò un altro messaggio.
Era la ragazza nuova.
Si chiamava Chiara.
Aveva ventotto anni, due occhi svegli e quell’aria un po’ spaventata di chi vuole fare bene senza darlo a vedere.
Mi scrisse:
“Scusi se la disturbo. Nerone mi ha seguito fino al numero 14, poi si è fermato. Ha guardato indietro, verso casa. Non so se ho sbagliato qualcosa.”
Lessi quelle parole due volte.
Poi le risposi:
“Non hai sbagliato niente. Lui sta controllando se sai la strada.”
Dopo qualche minuto arrivò una faccina che rideva.
Poi un altro messaggio.
“Domani passo più piano.”
Quella frase mi fece bene.
Più di quanto avrei ammesso.
Perché era così che si cominciava a capire Nerone.
Non con comandi.
Non con carezze esagerate.
Solo passando più piano.
Per una settimana ricevetti una foto al giorno.
Nerone vicino alla cassetta del numero 6.
Nerone seduto all’ombra del cancello del numero 11.
Nerone che guardava Chiara mentre lei infilava una busta.
Ogni volta, sotto, una frase breve.
“Oggi mi ha aspettato.”
“Oggi si è offeso perché ho camminato troppo veloce.”
“Oggi mi ha accompagnata fino in fondo.”
Io ridevo.
Poi, quasi sempre, mi veniva un nodo in gola.
Non era gelosia.
No.
Era qualcosa di più strano.
Era come vedere qualcuno sedersi al tuo posto a tavola e scoprire che va bene così.
Che la sedia non era tua.
Era della vita.
Un venerdì mattina, però, la foto non arrivò.
Guardai il telefono una volta.
Poi due.
Poi dieci.
Mia moglie mi disse di smetterla.
“Non sei più in servizio, Giovanni.”
“Lo so.”
“E allora?”
“E allora non capisco perché non mi scrive.”
Lei sospirò.
“Chiamala.”
“Non voglio sembrare invadente.”
“Sei stato postino per quarant’anni. Hai suonato ai citofoni di tutti. Adesso ti fai problemi per una telefonata?”
Aveva ragione anche quella volta.
Presi il telefono.
Chiara rispose subito.
La sua voce non era più leggera.
“Signor Giovanni…”
Mi alzai dalla sedia.
“Che succede?”
“Nerone oggi non si è mosso dal cancello. Era lì, ma non si è alzato. La signora Teresa dice che da ieri sera mangia poco.”
Sentii freddo nelle mani.
“Vengo.”
“Non deve…”
“Vengo.”
Non presi la macchina.
Non so perché.
Forse perché quella strada non andava raggiunta in fretta.
Andava camminata.
Uscii con la giacca vecchia, quella che avevo usato negli ultimi anni di servizio.
Mia moglie mi guardò dalla porta.
“Vuoi che venga con te?”
Scossi la testa.
“No. È una cosa tra colleghi.”
Lei annuì piano.
Quando arrivai in via dei Tigli, mi sembrò tutto uguale e tutto diverso.
Le stesse case basse.
Le stesse persiane scolorite.
Gli stessi cortili ordinati.
Ma io non avevo la borsa.
E senza quella borsa mi sentivo quasi un estraneo.
Al numero 6, la signora dei biscotti mi vide e si portò una mano al petto.
“Giovanni! È successo qualcosa?”
“Vado da Nerone.”
Lei non fece domande.
Solo disse:
“Allora vada. Lui la sta aspettando.”
Quelle parole mi colpirono forte.
Perché non sapevo se fossero vere.
O se sperassi soltanto che lo fossero.
Davanti al numero 18 trovai Teresa in piedi accanto al cancello.
Chiara era poco più in là, con la borsa sulla spalla e gli occhi pieni di dispiacere.
E Nerone era seduto a terra.
Più piccolo di come lo ricordavo.
Non so spiegare.
Era lo stesso cane.
Lo stesso pelo scuro, ormai quasi tutto grigio.
La stessa testa nobile.
Ma sembrava che la stanchezza lo avesse abbassato di qualche centimetro.
Mi fermai sul marciapiede.
“Nerone.”
Lui alzò la testa.
Non subito.
Piano.
Come se anche il mio nome, ormai, pesasse.
Poi mi vide.
E la coda fece un colpo solo contro il pavimento.
Uno.
Ma bastò.
Mi inginocchiai davanti al cancello.
“Ehi, caposquadra.”
Teresa si mise una mano sulla bocca.
Chiara abbassò gli occhi.
Nerone si tirò su.
O almeno ci provò.
Le zampe tremarono.
Io infilai una mano tra le sbarre del cancello e gli accarezzai il muso.
“Piano. Non devi dimostrare niente.”
Lui mi guardò.
E in quello sguardo c’era tutto.
Gli otto anni.
La strada.
Le cassette.
Il marito di Teresa.
Le mattine di nebbia.
Le estati calde.
I miei silenzi.
I suoi passi lenti accanto alla mia gamba.
Teresa aprì il cancello.
“Vuole entrare?”
Entrai.
Era la prima volta.
In otto anni avevo consegnato centinaia di buste a quella casa.
Ma non avevo mai oltrepassato il cancello.
Mi sembrò quasi di entrare in una storia che mi aveva camminato accanto senza farsi vedere.
Il cortile era piccolo.
C’erano due vasi di gerani.
Una panchina di legno.
E vicino alla porta, appesa al muro, una vecchia fotografia.
Un uomo con la divisa da postino.
Sorriso gentile.
Borsa a tracolla.
Accanto a lui, un Nerone giovane, con il muso nero e gli occhi pieni di forza.
Mi avvicinai.
“Era suo marito?”
Teresa annuì.
“Si chiamava Aldo.”
Guardai quella foto.
E per un attimo mi sentii in debito con un uomo che non avevo mai conosciuto.
“Mi dispiace,” dissi.
Teresa scosse piano la testa.
“Non deve dispiacersi. Lei gli ha continuato qualcosa.”
Non sapevo cosa rispondere.
Chiara rimase fuori dal cancello, rispettosa.
Poi Teresa la chiamò.
“Entra anche tu, cara. Ormai questa storia riguarda pure te.”
Chiara entrò piano.
Si vedeva che non voleva disturbare.
Nerone fece due passi verso di lei.
Poi si fermò.
Non per diffidenza.
Per fatica.
Chiara si chinò.
“Mi sa che sono ancora in prova, eh?”
Nerone appoggiò il muso contro la sua mano.
E io capii una cosa.
Non stava scegliendo tra me e lei.
Nerone non aveva mai scelto le persone così.
Lui accompagnava chi aveva bisogno di tornare a casa.
Aldo.
Poi me.
Adesso Chiara.
Forse, in un modo che solo i cani capiscono, aveva visto anche in lei una specie di solitudine.
Teresa ci fece sedere in cucina.
Una cucina semplice.
Tovaglia cerata.
Sedie consumate.
Un profumo leggero di caffè e legno vecchio.
Nerone si sdraiò vicino alla porta, da dove poteva controllarci tutti.
Teresa mise tre tazzine sul tavolo.
“Stanotte non ha dormito quasi per niente,” disse. “Si alzava, andava al cancello, tornava indietro. Come quando Aldo non rientrava all’ora solita.”
Chiara si morse un labbro.
“Forse l’ho confuso io. Sono arrivata troppo presto, troppo tardi…”
“No,” dissi.
E mi sorpresi della sicurezza nella mia voce.
“Non sei tu.”
Teresa mi guardò.
“E allora cos’è?”
Guardai Nerone.
“Secondo me ha capito che qualcosa è cambiato. Prima Aldo. Poi io. Adesso Chiara. Lui ha tenuto insieme i passaggi, ma forse nessuno gli ha spiegato che il suo lavoro non è finito.”
Teresa abbassò gli occhi.
“Come si spiega una cosa così a un cane?”
Sorrisi appena.
“Non con le parole.”
Quel pomeriggio facemmo una cosa piccola.
Ma per me fu enorme.
Presi la mia vecchia borsa da postino.
Non dentro la casa, certo.
L’avevo portata quasi senza accorgermene, vuota, piegata sotto il braccio.
La misi sulla spalla.
Chiara si sistemò la sua.
Teresa aprì il cancello.
E Nerone, vedendoci entrambi, alzò la testa.
“Facciamo solo fino al numero 14,” dissi. “Poi si torna.”
Nessuno protestò.
Nerone uscì.
Lento.
Molto lento.
Io camminavo alla sua sinistra.
Chiara alla sua destra.
Teresa rimase al cancello, con le mani strette una nell’altra.
Al numero 16, Nerone si fermò.
Io aspettai.
Chiara aspettò.
Non c’era nessuna fretta.
Nessuno doveva consegnare niente.
Eppure, in quel momento, mi sembrò la consegna più importante della mia vita.
Al numero 14, Nerone annusò il muretto.
Poi guardò Chiara.
Lei infilò una busta nella cassetta.
“Fatto, collega,” sussurrò.
Nerone la fissò ancora un secondo.
Poi si girò verso casa.
Come se avesse deciso che, per quel giorno, poteva bastare.
Quando tornammo al numero 18, Teresa piangeva.
Ma sorrideva.
“Ha capito,” disse.
Io accarezzai Nerone sulla testa.
“No, signora Teresa. Siamo noi che forse abbiamo capito un po’ di lui.”
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