Pensavo che la storia fosse finita nel momento in cui avevo rimesso Nerino tra le braccia di Bruna.
Mi sbagliavo.
Perché certe volte riporti a casa un gatto, e senza accorgertene rimetti in cammino anche due persone che avevano smesso da tempo di aspettarsi qualcosa di buono.
La prima settimana, a casa mia, è stata strana.
Non triste soltanto.
Vuota in modo preciso.
La ciotola che non dovevo più riempire. La lettiera sparita dall’angolo del bagno. Il tappeto vicino alla porta di nuovo liscio, senza quel cerchio schiacciato dove lui si sedeva tutte le sere. Perfino la moka sembrava fare più rumore del solito.
Mi svegliavo ancora piano, come per non disturbare qualcuno.
Poi mi ricordavo che non c’era più nessuno da disturbare.
Bruna mi aveva mandato quella foto di Nerino sulla poltrona, con la zampa appoggiata al suo golfino. Io l’avevo guardata almeno venti volte. Non per farmi male.
Per convincermi che avevo fatto la cosa giusta.
La seconda foto è arrivata tre giorni dopo.
Nerino sul davanzale, con il muso contro il vetro e il sole addosso. Gli occhi mezzi chiusi. Più pieno, più morbido. Più suo.
Sotto, Bruna aveva scritto soltanto:
“Ha ricominciato a brontolare quando vuole da mangiare. Mi sembra un miracolo.”
Le ho risposto:
“Allora è tornato davvero.”
Per un po’ è andata avanti così.
Una foto ogni tanto. Due righe. Piccole cose.
“Nerino ha rovesciato il cestino del cucito.”
“Stanotte ha dormito ai miei piedi.”
“Ha riconosciuto il rumore del cassetto dei biscotti.”
Io rispondevo sempre.
Non subito, per non sembrare uno che non aveva altro da fare. Ma quasi subito, perché in effetti spesso non avevo altro da fare davvero.
Una sera di novembre, tornando dal lavoro, ho trovato il telefono che vibrava sul tavolo.
Un messaggio di Bruna.
“Mi dispiace disturbarti. So che hai già fatto tanto. Ma posso chiederti una cosa un po’ sciocca?”
Le ho scritto di sì.
Ha risposto dopo qualche minuto.
“Nerino da due sere si mette davanti alla porta d’ingresso verso le sette. Fissa fuori. Non è triste come prima. Ma aspetta. Secondo te aspetta te?”
Sono rimasto fermo con il cappotto ancora addosso.
Ho riletto quel messaggio tre volte.
Poi ho guardato la mia porta.
E ho sentito una stretta strana, a metà tra tenerezza e vergogna.
Le ho scritto:
“Forse si ricorda che una volta, a quell’ora, io rientravo.”
Lei mi ha mandato un vocale. Aveva una voce sottile, stanca, ma calda.
“Anch’io lo penso. Non è una cosa brutta, sai? Credo che un cuore vecchio possa fare spazio a più di una casa.”
Quella frase mi è rimasta dentro.
Più del dovuto.
La domenica successiva sono andato a trovarli.
Non avevo una scusa vera. Ho portato una torta presa al forno del mio paese e un sacchetto di croccantini per gatti anziani. Una di quelle visite che ti racconti essere di cortesia, quando in realtà stai cercando anche tu qualcosa.
Bruna mi ha aperto con il golfino grigio della foto.
Nerino era dietro di lei.
Appena mi ha visto, non si è lanciato come aveva fatto la prima volta con lei. Non era quello. Ma ha tirato fuori un miagolio basso, ha camminato verso di me e mi si è strusciato contro una gamba con l’aria di chi dice:
“Ah. Sei tu. Bene. Adesso entra.”
Mi è venuto da ridere.
Era la prima risata vera da giorni.
Bruna aveva una casa semplice.
Pulita. Ordinata. L’odore di minestra leggera e di sapone di marsiglia. Sulla credenza c’erano fotografie incorniciate, quasi tutte vecchie. Un uomo con i baffi davanti a una Fiat di altri tempi. Una bambina con due trecce. Bruna giovane, bella in modo sobrio, con uno sguardo dritto che si intuiva ancora.
Mi ha fatto sedere in cucina.
“Il soggiorno è troppo freddo,” ha detto. “E poi in cucina si parla meglio.”
Aveva ragione.
Ci siamo messi a bere caffè e a parlare come se ci conoscessimo da più tempo di quanto fosse vero.
Lei mi ha raccontato di suo marito, morto da sette anni. Del figlio che viveva all’estero e telefonava, sì, ma sempre con quella fretta da persone che devono correre dietro a una vita troppo piena. Di come Nerino fosse arrivato da lei quando era già un gatto adulto, una sera d’inverno, magro come un filo, e avesse deciso da solo di restare.
“Non l’ho adottato io,” mi ha detto. “Mi ha scelta lui.”
Ho annuito.
“Capita anche con le persone, a volte,” ho detto, senza sapere bene perché.
Lei mi ha guardato come se avesse capito una cosa che io ancora non avevo detto.
Quel pomeriggio sono rimasto più del previsto.
Ho sistemato il gancio traballante della persiana della cucina. Ho spostato due vasi pesanti sul balcone. Le ho cambiato una lampadina in corridoio. Piccolezze.
Quelle cose che da solo rimandi per settimane, e che per una persona anziana possono diventare montagne.
Quando sono ripartito, Bruna mi ha messo in mano un contenitore con delle polpette al sugo.
“Per il viaggio,” ha detto.
“Non doveva.”
“Lo so. Ma le ho fatte lo stesso.”
Nerino era di nuovo vicino alla porta.
Quando l’ho salutato, mi ha guardato con quegli occhi stanchi, ma adesso pieni. Non più di attesa.
Di riconoscimento.
Da allora, senza deciderlo davvero, è diventata un’abitudine.
Non tutti i giorni. Non tutte le settimane uguali. Ma spesso.
Io passavo da Bruna una o due domeniche al mese. A volte anche solo per un’ora. A volte restavo a pranzo. A volte le portavo qualcosa. A volte ero io a tornare a casa con un contenitore pieno e il frigorifero meno triste.
Lei fingeva di aver bisogno di aiuto con certe cose.
Io fingevo di crederci.
La verità era che ci facevamo compagnia.
Nerino, in mezzo, vigilava su tutto come un vecchio capostazione. Dormiva dovunque, ma a un certo punto delle mie visite aveva preso una strana abitudine: quando stavo per andarmene, si sedeva davanti alla porta.
Non per bloccarla.
Per presidiare quel momento.
Come se volesse controllare che io uscissi davvero, ma che poi tornassi anche.
A dicembre, Bruna mi ha invitato a pranzo per l’Immacolata.
Ho quasi detto di no per educazione. Lei ha quasi fatto finta di credere alla mia esitazione. Poi ha detto:
“Non farmi mangiare tutto quel brodo da sola, che poi mi tocca congelarlo.”
Ci sono andato.
C’era una tovaglia buona, anche se eravamo solo in due. Un piccolo centrotavola con rami secchi e bacche finte. Nerino dormiva su una sedia, arrotolato come una sciarpa dimenticata.
A metà pranzo, Bruna mi ha chiesto:
“Tu il giorno di Natale dove vai?”
Ho abbassato gli occhi sul piatto.
“Da nessuna parte.”
Lei ha annuito piano.
“Anch’io.”
Non l’ha detto per farmi pena.
Lo ha detto come si dice una temperatura, o il tempo fuori. Una cosa semplice. Vera. Senza dramma.
Ho passato il Natale da Bruna.
Non era in programma. O forse sì, ma nessuno dei due voleva dirlo troppo presto, per paura di sembrare bisognoso. Ho portato un panettone, una bottiglia di spumante economico e un regalo per Nerino: una copertina nuova che lui ha ignorato con assoluta coerenza.
Abbiamo mangiato con calma.
Lei ha tirato fuori i piatti belli, quelli con il bordo sottile dorato. Mi ha raccontato di quando suo marito fischiettava sempre mentre tagliava il pane. Io le ho parlato di mia madre, che da vivo mio padre non lasciava mai sparecchiare nessuno finché il caffè non fosse stato finito.
A un certo punto ci siamo messi a ridere di cose piccole.
Una parola sbagliata. Una candela che non voleva stare dritta. Nerino che, attirato dall’odore dell’arrosto, aveva tentato con poca dignità di saltare sul tavolo e aveva mancato il colpo per qualche centimetro.
Ridevamo davvero.
E quella, per me, è stata la parte più strana.
Perché non mi ricordavo più da quanto tempo una casa mi sembrasse piena senza essere rumorosa.
Verso fine gennaio, però, qualcosa è cambiato.
Bruna ha cominciato a rispondermi più tardi ai messaggi.
Niente di grave. Un ritardo di qualche ora. Una telefonata persa. Un “ti richiamo domani” che poi diventava dopodomani. All’inizio non ci ho fatto caso troppo.
Poi, una domenica, sono arrivato da lei e l’ho trovata più stanca del solito.
Non malata in modo spaventoso. Ma tirata. Con quella fatica addosso che le persone anziane cercano sempre di nascondere per non diventare un problema.
“Solo un po’ di pressione ballerina,” ha detto. “Alla mia età ormai si diverte così.”
Non ho insistito.
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