Il vecchio tranviere, le monetine cadute e l’uomo che si ricordò di lui

Pensavo che quel giro in moto sarebbe stato solo un piccolo regalo per il signor Bellini.

Invece fu lui, senza volerlo, a rimettere in moto qualcosa dentro di me.

Quando arrivammo vicino al vecchio capolinea, rallentai.

Il signor Bellini mi diede un colpetto leggero sulla spalla.

“Può fermarsi un attimo?”

Accostai vicino al marciapiede.

Davanti a noi passò un tram della linea 7.

Non era identico a quelli di una volta. Era più moderno, più silenzioso, con i vetri grandi e le porte automatiche.

Ma il rumore delle rotaie era ancora quello.

Ferro contro ferro.

Un suono che non sembra niente, finché non ti porta indietro di trent’anni.

Il signor Bellini rimase seduto dietro di me, con il casco ancora in testa.

Guardava il tram allontanarsi come si guarda una persona cara che non si ha più il coraggio di salutare.

“Sa,” disse piano, “io li riconoscevo dai passi.”

“Chi?”

“I ragazzi che arrivavano tardi. Gli operai stanchi. Le signore con le borse pesanti. Certe mattine non vedevo nemmeno il viso. Sentivo solo correre.”

Sorrise appena.

“E capivo che dovevo aspettare.”

Io non risposi.

Avevo ancora davanti agli occhi il bambino che ero stato.

Zaino rotto.

Ginocchia magre.

La paura continua di restare indietro.

“Lei mi ha aspettato tante volte,” dissi.

Lui scosse la testa.

“Io facevo il mio lavoro.”

“No,” risposi. “Faceva un po’ di più.”

A quel punto si tolse il casco.

Aveva i capelli schiacciati e gli occhi lucidi.

Non pianse.

O forse sì, ma con la dignità di chi ha imparato a trattenere tutto per una vita intera.

Restammo lì qualche minuto.

La gente ci passava accanto.

Qualcuno guardava la mia moto.

Qualcuno guardava lui.

Ma quella volta non mi importava.

E credo non importasse nemmeno a lui.

Poi mi chiese di accompagnarlo a casa.

Abitava in una palazzina vecchia, non lontano dal mercato.

Un portone pesante.

Una cassetta della posta con il suo cognome scritto su un’etichetta ingiallita.

“È qui,” disse.

Scese piano dalla moto.

Prima di restituirmi il casco, lo tenne tra le mani come se fosse una cosa preziosa.

“Grazie,” mormorò.

“Domani torno al bar,” dissi.

Lui alzò lo sguardo.

“Perché?”

“Per prendere un caffè.”

“Ah.”

“E magari, se passa anche lei, lo prendiamo insieme.”

Per un secondo vidi la paura nei suoi occhi.

Non la paura di me.

La paura di credere a una cosa bella e poi vederla sparire.

“Non deve sentirsi obbligato,” disse.

“Non mi sento obbligato.”

Lui annuì.

Poi fece un piccolo sorriso.

“Allora magari passo.”

Il giorno dopo arrivai al bar cinque minuti prima delle otto.

Mi sedetti nello stesso angolo.

Il barista mi riconobbe subito.

Mi guardò con un’aria un po’ imbarazzata.

“Forse ieri avrei dovuto dire qualcosa,” disse mentre puliva il bancone.

Io alzai le spalle.

“Forse tutti avremmo dovuto dirla prima.”

Lui abbassò gli occhi.

Poi mise una tazzina sul bancone.

“Il caffè del signor Bellini oggi lo offro io.”

Non dissi niente.

A volte le persone non hanno bisogno di un discorso.

Hanno solo bisogno di una piccola possibilità per fare meglio.

Il signor Bellini entrò poco dopo.

Aveva la stessa giacca pulita.

Le stesse scarpe lucidate.

Ma camminava in modo diverso.

Non tanto.

Solo un po’.

Come se il mondo pesasse mezzo chilo in meno sulle sue spalle.

Quando mi vide, si fermò sulla porta.

Sembrava quasi sorpreso che io fossi davvero lì.

Gli feci cenno con la mano.

“Buongiorno, conducente.”

Lui sorrise.

Non un sorriso grande.

Un sorriso vero.

“Buongiorno.”

Si sedette con me.

Il barista portò due caffè e una brioche divisa a metà.

“Questa è della casa,” disse.

Il signor Bellini aprì subito il portamonete.

“No, no, pago io.”

Il barista gli mise una mano sul bancone.

“Signor Bellini, oggi no.”

Lui rimase confuso.

“Ma io…”

“Oggi no,” ripeté il barista. “Domani vediamo.”

Nel locale nessuno rise.

Nessuno fece commenti.

La signora con la borsa, quella del giorno prima, era seduta vicino alla vetrina.

Ci guardò un attimo.

Poi si alzò, venne al nostro tavolo e disse:

“Mi scusi.”

Il signor Bellini sbatté le palpebre.

“Per cosa?”

“Per ieri. Ho visto. E ho guardato fuori.”

Quelle parole fecero più rumore di tutte le monetine cadute a terra.

Il signor Bellini non sapeva cosa rispondere.

Allora disse solo:

“Capita.”

La signora scosse la testa.

“No. Non dovrebbe.”

Poi tornò al suo tavolo.

Il bar sembrò respirare in modo diverso.

Come quando si apre una finestra dopo troppe ore.

Per una settimana andai lì ogni mattina.

Non sempre alla stessa ora.

Il mio lavoro mi portava in giro, tra consegne, piccole riparazioni e favori che non entravano mai in un’agenda ordinata.

Ma trovavo il modo.

Il signor Bellini arrivava quasi sempre prima di me.

All’inizio parlavamo poco.

Del tempo no, perché non era uomo da frasi vuote.

Parlavamo di strade.

Di fermate.

Di vecchi passeggeri.

Mi raccontò di una ragazza che studiava medicina e saliva sempre con un libro aperto.

Di un operaio che dormiva in piedi ma non perdeva mai la sua fermata.

Di una nonna che portava il nipote all’asilo e ogni venerdì gli faceva salutare il conducente.

“Quel bambino aveva una mano minuscola,” disse. “Salutava come un signore.”

Mentre parlava, il suo viso cambiava.

Non diventava giovane.

Nessuno torna giovane davvero.

Ma tornava pieno.

Pieno di nomi, di mattine, di persone, di utilità.

Un giorno gli chiesi:

“Perché non torna ogni tanto al capolinea? Solo per salutare qualcuno.”

Lui abbassò lo sguardo.

“Non voglio dare fastidio.”

Mi venne quasi da ridere.

Quante volte una persona sola usa quella frase?

Non voglio dare fastidio.

Come se esistere fosse già un disturbo.

“Signor Bellini,” dissi, “lei ha portato mezza città da una parte all’altra per quarant’anni. Credo che un saluto se lo possa permettere.”

Lui non rispose.

Ma il giorno dopo mi aspettò fuori dal bar.

Aveva il cappello in mano.

“Se ha tempo,” disse, “potremmo passare di là.”

Andammo al capolinea.

Io spinsi la moto a mano per qualche metro, per non fare troppo rumore.

Lui camminava accanto a me.

Quando arrivammo vicino alla pensilina, c’erano due conducenti in pausa.

Uno più giovane, uno sui cinquanta.

Il signor Bellini si fermò subito.

Come se una linea invisibile gli impedisse di avvicinarsi.

“Allora?” gli chiesi.

“Magari un’altra volta.”

Ma il conducente più anziano lo guardò meglio.

Poi strinse gli occhi.

“Bellini?”

Il signor Bellini alzò la testa.

“Sì.”

L’uomo lasciò il bicchierino di plastica sul muretto.

“Ma lei è Bellini della linea 7?”

Il vecchio non parlò.

Fece solo sì con la testa.

Il conducente sorrise largo.

“Mio padre parlava sempre di lei. Diceva che lei non lasciava mai indietro nessuno.”

Vidi il signor Bellini irrigidirsi.

Non per orgoglio.

Perché certe frasi arrivano troppo tardi e fanno male proprio perché sono belle.

“Davvero?” chiese.

“Davvero.”

Il giovane conducente si avvicinò.

“Lei guidava i vecchi tram arancioni?”

“Anche quelli,” disse Bellini.

“Allora deve raccontarmi come facevate in discesa con i freni di una volta. Mio istruttore ne parla sempre, ma sembra una leggenda.”

Il signor Bellini si schiarì la voce.

Poi iniziò a spiegare.

Prima piano.

Poi con più sicurezza.

Usava le mani.

Indicava i binari.

Parlava di attenzione, di passeggeri, di curve da prendere senza scatti.

Io mi appoggiai alla moto e restai in silenzio.

Per la prima volta da quando lo conoscevo, nessuno lo stava sopportando.

Lo stavano ascoltando.

E lui, forse, se ne accorse.

Da quel giorno il capolinea diventò una tappa.

Non tutti i giorni.

Non serviva esagerare.

Una volta alla settimana bastava.

Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.

Torna in alto