Il vicino che odiavo aprì la porta, e capii chi ci divideva davvero

Quella notte, con la stufetta accesa e la bambina addormentata sul mio divano, capii che il nemico non abitava al piano di sopra.

Abitava molto più vicino di quanto volessi ammettere.

Perché certe volte il guaio non è solo chi ti mente. È anche la facilità con cui tu scegli di credergli, pur di avere qualcuno da odiare.

Marcello non parlava quasi più.

Stringeva sua figlia come se avesse paura che il freddo potesse portargliela via da un momento all’altro. Io sedevo sulla poltrona con la tazza tra le mani, e per la prima volta da mesi il silenzio fra me e lui non era pieno di rabbia.

Era pieno di vergogna.

La bambina si chiamava Anita.

Lo scoprii quando nel sonno emise un lamento sottile e lui le accarezzò i capelli, sussurrando piano: “Shh, Anita, papà è qui.”

Aveva una faccina piccola e rovente.

Ogni tanto si agitava, poi tornava a rannicchiarsi contro il petto del padre, attratta dal tepore della stufetta. Io guardavo quelle guance accese e mi tornava in mente mia figlia da piccola, quando una febbre improvvisa ci faceva passare la notte in bianco.

Mia moglie sapeva sempre cosa fare.

Non parlo di medicine o di ricette miracolose. Parlo del modo in cui trasformava la paura in una cosa più piccola, più sopportabile. Una mano sulla fronte, una voce calma, una luce accesa in cucina e l’acqua che sobbolliva piano.

Le case, quando c’è qualcuno che sa voler bene, diventano meno fredde.

“Da quanto sta così?” chiesi a bassa voce.

“Dal pomeriggio,” rispose Marcello. “Sembrava solo raffreddata. Poi, verso sera, è peggiorata. E i termosifoni… niente. Freddi da due giorni.”

Annuii senza guardarlo.

Io avevo passato due giorni a maledire lui, convinto che il gelo venisse dalle sue mani. Lui aveva passato due giorni a maledire me, convinto che io gli stessi facendo togliere il poco calore rimasto.

Ci avevano trasformati in due sciocchi.

“Lei è sempre solo?” mi chiese dopo un po’.

La domanda mi arrivò addosso all’improvviso. Guardai la teiera sul tavolo, la fotografia di mia moglie sulla credenza, il plaid ripiegato accanto al bracciolo.

“Sì,” dissi. “Da un bel po’.”

Lui abbassò gli occhi.

“Io invece non lo sono mai,” mormorò. “Ma certe volte mi sento lo stesso solo.”

Quella frase mi rimase dentro.

Perché detta da un ragazzo con una bambina in braccio suonava assurda. Eppure la capii benissimo. La solitudine non è sempre una casa vuota. A volte è una stanza piena di problemi dove nessuno ti aiuta a reggere il peso.

Verso le quattro Anita iniziò a respirare meglio.

Non bene, ma meglio. Il caldo, il riposo e la calma le avevano almeno tolto quell’affanno che mi aveva spaventato sulla porta.

Marcello si lasciò andare per la prima volta.

Non a parole. Proprio nel corpo. Le spalle gli scesero di colpo, come se fino a quel momento avesse tenuto su un sacco di cemento.

“Allora non è vero niente,” dissi. “Né delle mie lamentele, né della valvola.”

Lui scosse la testa.

“Niente.”

“E il geranio?”

Marcello mi guardò senza capire.

“Quale geranio?”

Gli bastò quella faccia.

Non servì altro. Sentii una fitta secca nello stomaco. Mio geranio, quello di mia moglie, non l’aveva urtato lui. Franco lo aveva raccolto con la paletta, già pronto con la sua storia.

Aveva preparato ogni cosa con una cura da ragno.

Una menzogna qui, una là. Una parola sussurrata sulle scale. Un’occhiata di compatimento. Il tono giusto. E noi, come due stupidi, a fare il resto da soli.

“Domani mattina parliamo con gli altri,” dissi.

Marcello alzò la testa.

“Gli altri?”

“Gli altri del palazzo. Se l’ha fatto con noi, magari l’ha fatto anche con qualcuno al terzo, al quinto, in cortile. Le guerre migliori sono quelle che non costano nulla a chi le scatena.”

Mi fissò per qualche secondo, poi annuì.

Aveva gli occhi stanchi, ma per la prima volta ci vidi qualcosa di diverso dalla disperazione. Non era ancora fiducia. Era sollievo.

Poco prima dell’alba si addormentò seduto, con la schiena appoggiata al divano.

Anita dormiva finalmente distesa, avvolta nel mio vecchio plaid scozzese. Io rimasi sveglio a guardare fuori dalla finestra il cielo farsi più chiaro sopra i tetti.

Quando si vive abbastanza a lungo, si pensa di aver già imparato tutto sul genere umano.

Poi basta una notte sola per rimettere in discussione quarant’anni di certezze.

Alle sette bussarono alla porta.

Un colpo secco, poi un altro. Era la signora Teresa del piano di fianco, quella che sentiva tutto e commentava tutto. Appena aprii, si fermò con gli occhi spalancati vedendo Marcello addormentato e la bambina sul divano.

“Io… scusi,” balbettò.

“Entri,” dissi. “Tanto ormai siamo tutti svegli.”

Le raccontai il minimo indispensabile. Non tutto. Solo la parte utile. Franco che aveva riferito menzogne a uno e all’altro. Noi due che avevamo abboccato. Il riscaldamento che non funzionava per davvero.

Teresa si mise una mano sul petto.

“A me ha detto che quelli del quinto lasciavano sempre aperta la finestra delle scale apposta, per far disperdere il calore e pagare meno.”

La guardai.

“E lei ci ha creduto?”

Arrossì come una ragazzina sorpresa a copiare.

“Gli ho anche smesso di salutare,” confessò.

Fu così che cominciò.

Non con una rivoluzione, né con un litigio spettacolare. Cominciò con Teresa seduta al mio tavolo, una tazza di camomilla in mano, che ammetteva di essersi comportata da sciocca.

Un’ora dopo arrivò il signor Giulio del terzo, perché Teresa gli aveva bussato.

E Giulio raccontò che Franco gli aveva detto che la signora del secondo buttava di nascosto sacchi indifferenziati nei bidoni della carta, così lui aveva iniziato a fotografare ogni pattumiera del pianerottolo come un investigatore in pensione.

Alle nove eravamo in sei nella mia cucina.

Alle dieci eravamo in nove.

Il bello delle bugie seminate bene è che fanno radici ovunque. Ma appena tiri il primo filo, viene su un intero groviglio.

Qualcuno accusava qualcuno del rumore.

Qualcuno del cortile sporco.

Qualcuno delle cassette della posta forzate.

Qualcuno delle macchie di umidità.

Sempre e solo per sentito dire. Sempre con Franco in mezzo, comprensivo, paziente, pronto a “confidare” una versione diversa a ciascuno.

Marcello, che nel frattempo si era svegliato, parlò poco ma bene.

Disse soltanto la verità. Che era arrivato da tre mesi con una bambina piccola e pochi soldi. Che lavorava a turni strani. Che di notte non trascinava mobili: montava e smontava il lettino perché Anita, quando aveva la tosse, dormiva meglio vicino alla finestra nelle poche ore in cui l’aria era meno secca.

Disse anche una cosa che mi fece abbassare gli occhi.

“Quando batteva con la scopa sul soffitto, io non rispondevo per cattiveria. Stavo solo cercando di far tacere la bambina con qualunque rumore, per non darle fastidio ancora di più.”

Mi sentii vecchio in un modo nuovo.

Non per gli anni. Per l’ostinazione.

Verso le undici, Franco si presentò sul pianerottolo con il secchio e lo straccio, come ogni giorno.

Trovò quasi tutto il condominio raccolto davanti alla mia porta.

Si fermò.

Non fece neanche in tempo a tirare fuori quel suo sorriso stanco, da uomo che “ne ha viste tante”, che Teresa gli andò subito addosso con la voce.

“Perché mi ha detto quelle cose sul quinto piano?”

Giulio lo incalzò dal corridoio.

“E a me, perché ha raccontato quella storia dei sacchi?”

Marcello non urlò.

Fu questo, secondo me, a fare la differenza. Fece un passo avanti con Anita in braccio, che nel frattempo si era svegliata e lo teneva stretto al collo, e disse soltanto: “Perché mi ha fatto credere che quest’uomo volesse cacciarci?”

Franco cercò di svicolare.

“Allora, calma… ci dev’essere un malinteso…”

“No,” dissi io. “Il malinteso dura da mesi. Adesso basta.”

Lui guardò uno, poi l’altro.

Vide che nessuno gli offriva una via d’uscita facile. Non perché volessimo aggredirlo. Semplicemente, perché per la prima volta ci stavamo guardando fra noi invece di guardare lui.

È sorprendente quanto perde potere una persona, quando la gente smette di ascoltarla uno alla volta.

Franco appoggiò il secchio a terra.

Parve invecchiare in un attimo. Molto più di me. Molto più di come l’avevo sempre visto.

“Allora volete proprio saperla?” disse.

Nessuno rispose.

“L’inverno scorso ho scritto due volte ai proprietari per la caldaia. Non si sono mossi. Mi hanno detto di arrangiarmi, di calmare gli inquilini, di aspettare la bella stagione. Poi hanno aggiunto che se si fossero moltiplicate le segnalazioni, avrebbero iniziato a tagliare i costi. E sapete qual è la prima cosa che tagliano sempre?”

Nessuno parlò, ma lo capimmo tutti.

Il portiere.

“Ho avuto paura,” ammise. “Paura di perdere il posto. Paura di arrivare a sessant’anni e ritrovarmi fuori, con niente in mano. Così ho pensato che se vi tenevo occupati fra voi… se litigavate per i rumori, per il pattume, per le scale… magari nessuno si metteva davvero a spingere per i lavori. Pensavo di guadagnare tempo.”

Tacque.

“Non pensavo che degenerasse così.”

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