La bambina che imparò a lasciare il suo spazzolino nel bicchiere

La mattina dopo il cuscino a forma di nuvola era ancora stretto tra le braccia di Sofia, ma lo spazzolino giallo era sparito.

Me ne accorsi mentre preparavo la colazione.

Il bicchiere del bagno era vuoto.

La sera prima lo aveva posato lì con una serietà che mi aveva fatto stringere il cuore. Come se mettere uno spazzolino in un bicchiere fosse un modo per dire: esisto anche io in questa casa.

La chiamai piano.

— Sofia, hai visto lo spazzolino?

Lei comparve sulla porta della cucina con il pigiama azzurro un po’ largo sulle maniche. Teneva il coniglietto storto contro la pancia.

Non rispose subito.

Abbassò gli occhi.

— L’ho messo nella borsa.

— Nella borsa?

Fece un piccolo cenno.

— Così se devo andare via non lo dimentico.

Rimasi ferma con il cucchiaino in mano.

Ci sono frasi che una bambina non dovrebbe nemmeno conoscere.

E invece lei le diceva come si dice una cosa normale.

Andai piano verso di lei.

— Sofia, le tue cose possono restare qui. Non devi tenerle pronte per scappare.

Lei strinse il coniglietto.

— Non è scappare.

Poi aggiunse, quasi senza voce:

— È solo che se le lascio fuori, magari poi non sono più mie.

Mi sedetti accanto a lei.

Non volevo darle promesse troppo grandi. I bambini come Sofia capiscono subito quando un adulto parla per tranquillizzarsi da solo.

Così dissi solo la verità più piccola.

— Lo spazzolino giallo è tuo. Anche se sta nel bicchiere. Anche se sta nella borsa. Anche se oggi sei triste. Anche se domani ti arrabbi. È tuo.

Lei mi guardò.

— Anche se lo uso?

— Soprattutto se lo usi.

Per la prima volta quella mattina le scappò un sorriso.

Non grande.

Ma suo.

Dopo colazione tornò in bagno.

La sentii aprire la borsina. Poi il rumore leggero del bicchiere sul lavandino.

Quando uscii dal corridoio, lo spazzolino giallo era di nuovo lì.

Dritto.

Come una bandierina.

Quel giorno non andammo da nessuna parte.

Avevamo già comprato abbastanza, e io sentivo che Sofia aveva bisogno di una cosa più difficile dei vestiti nuovi.

Aveva bisogno di capire che una casa non è un posto dove si passa in punta di piedi.

A metà mattina la trovai seduta sul letto.

Aveva messo il cuscino a forma di nuvola al centro, il coniglietto da un lato e il vecchio pupazzo senza un occhio dall’altro.

Li guardava in silenzio.

— Stai sistemando?

Lei annuì.

— Questo era con me prima.

Indicò il pupazzo vecchio.

— E questo è nuovo.

Indicò il coniglietto.

Poi posò la mano sulla nuvola.

— Questo è per dormire.

Rimasi sulla porta.

— Mi sembra una bella famiglia.

Sofia si voltò verso di me.

— Anche se sono tutti diversi?

— Le famiglie sono quasi sempre così.

Ci pensò un momento.

Poi disse:

— Allora forse va bene.

Non aggiunsi altro.

A volte i bambini aprono una porticina minuscola. Se un adulto ci entra troppo in fretta, la richiudono.

Nel pomeriggio presi una piccola scatola di cartone che avevo in dispensa.

La misi sul tavolo con dei colori, un nastro e qualche adesivo semplice che avevo tenuto da parte.

— Ti va di fare una scatola per le tue cose?

Sofia la guardò come se non avesse capito.

— Le mie cose stanno già nella borsa.

— Sì. Però una borsa serve per portare via. Una scatola può servire per tenere.

Quella frase la colpì.

La vidi fermarsi con le mani sulle ginocchia.

Poi si sedette piano.

Scelse il colore giallo.

Non me lo disse, ma lo vidi.

Colorò il coperchio senza fretta. Fece un sole storto in un angolo, qualche stellina, poi una nuvola bianca al centro.

Sul lato scrissi io, perché me lo chiese:

Le cose di Sofia.

Quando lesse il suo nome, passò il dito sulle lettere.

— Posso metterci lo spazzolino?

— Quello forse è meglio lasciarlo in bagno.

Ci pensò seria.

— Allora ci metto la federa quando non la uso.

— Va bene.

— E il biglietto della signora Conti, se un giorno me ne fa uno?

Quella frase mi diede un’idea.

— Ti andrebbe di farlo tu, un biglietto per lei?

Sofia si irrigidì subito.

— Per dire grazie?

— Solo se vuoi.

Abbassò gli occhi sul tavolo.

— Io non so scrivere bene.

— Scriviamo insieme.

Restò zitta a lungo.

Poi prese un foglio.

Scrisse piano, con lettere grandi e un po’ storte:

Grazie per la nuvola. Stanotte ho dormito meglio. Sofia.

Quando finì, rimase a fissare il foglio.

— È brutto?

— È bellissimo.

— Non è lungo.

— Le cose vere non devono per forza essere lunghe.

Piegò il foglio con molta attenzione.

Poi mi chiese:

— Secondo te la signora Conti si ricorda di me?

Sentii di nuovo quel nodo.

Perché dietro quella domanda ce n’era un’altra.

La gente si ricorda delle bambine che passano?

O le dimentica appena escono dal negozio?

Le risposi piano:

— Secondo me sì.

Il giorno dopo tornammo nel negozio.

Sofia teneva il biglietto dentro la tasca del giubbotto. Ogni tanto ci metteva la mano sopra, per controllare che fosse ancora lì.

Camminava accanto a me, ma non proprio nascosta.

Questo era nuovo.

Alla cassa non c’era la signora Conti.

Sofia se ne accorse prima di me.

— Forse oggi non c’è.

Cercò di dirlo con voce normale, ma le tremò un po’.

Chiesi a una commessa, senza insistere troppo.

La signora Conti era nel reparto della biancheria, stava scegliendo degli asciugamani.

Quando ci vide, rimase ferma.

Poi sorrise.

Non un sorriso esagerato.

Uno di quelli che non mettono fretta.

— Sofia.

Disse solo il suo nome.

E per Sofia fu tantissimo.

La bambina tirò fuori il foglio dalla tasca.

Lo teneva con entrambe le mani.

— Questo è per lei.

La signora Conti lo prese come si prende una cosa preziosa.

Lo aprì lì, davanti a noi.

Lessi nei suoi occhi la stessa cosa che avevo sentito io la sera prima.

Dolore.

Tenerezza.

E una specie di memoria antica.

— Posso tenerlo?

Sofia annuì in fretta.

— Sì. È suo.

La signora Conti si portò il foglio al petto.

— Allora lo metto in cucina, vicino alla mia tazza.

Sofia la guardò stupita.

— Davvero?

— Davvero. Così domani mattina lo vedo.

La bambina abbassò la testa.

Ma sorrise.

Poi successe una cosa piccola, così piccola che forse un altro non l’avrebbe notata.

Sofia allungò la mano verso la manica della signora Conti.

Non la tirò.

Non si aggrappò.

La sfiorò appena.

Come per controllare che fosse reale.

La signora Conti fece finta di non accorgersene. E proprio per questo fu gentile.

Prima di andare via, ci disse:

— Aspettate un momento.

Tirò fuori dalla borsa di stoffa un sacchettino cucito a mano. Era semplice, di cotone, con una piccola nuvola ricamata sopra.

— L’ho fatto ieri sera. Non è perfetto.

Sofia lo prese piano.

— È per me?

— Sì. Per mettere le cose piccole. Quelle che non vuoi perdere.

La bambina lo aprì e lo richiuse.

Poi ci infilò subito il biglietto dello spazzolino, quello di carta che aveva staccato dalla confezione e tenuto senza dire nulla.

Io non sapevo nemmeno che lo avesse conservato.

La signora Conti non fece domande.

Solo disse:

— Alcune cose sembrano piccole, ma tengono insieme giornate intere.

Sofia annuì come se capisse benissimo.

Forse capiva più di noi.

Passarono alcuni giorni.

Non furono giorni perfetti.

Con Sofia niente era improvvisamente risolto.

Una sera pianse perché avevo lavato la maglietta spiegazzata che aveva portato nella borsina. Pensava che volessi buttarla.

Le mostrai che era stesa ad asciugare.

Lei rimase davanti allo stendino per cinque minuti, senza parlare.

Poi disse:

— Scusa.

— Non devi scusarti perché ti sei spaventata.

Mi guardò diffidente.

Come se quella frase fosse troppo buona per essere vera.

Un’altra volta nascose il pane dentro la tasca del pigiama.

Lo trovai per caso mentre rifacevo il letto.

Non la rimproverai.

Misi solo una piccola scatola in cucina con scritto:

Se hai fame, puoi prendere.

Dentro c’erano biscotti semplici, crackers, una mela.

Quando Sofia la vide, non disse niente.

Ma la sera dopo mancavano due biscotti.

E io finsi di non accorgermene.

Perché ci sono fiducie che crescono meglio al buio.

Una mattina mi chiese se poteva pettinarsi da sola.

Le misi la spazzola in mano.

Restò davanti allo specchio con una concentrazione enorme.

Si tirava i capelli piano, come se avesse paura di farsi male anche da sola.

Poi mi chiamò.

— Va bene così?

Aveva ancora una ciocca sollevata da un lato.

Era bellissima proprio per quello.

— Va benissimo.

— Non sembro disordinata?

— Sembri una bambina che si è pettinata da sola.

La vidi raddrizzare le spalle.

Quel giorno mise il sacchettino con la nuvola nello zaino.

Dentro c’erano un elastico giallo, il biglietto dello spazzolino e un bottone trovato chissà dove.

— Sono cose importanti, disse.

— Lo vedo.

— Non ridere.

— Non rido.

E non ridevo davvero.

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