Era viva.
Marco rise.
Un suono breve, quasi incredulo.
Poi le mise una mano dietro la testa e la tenne stretta mentre la piazza si riempiva di sirene.
Le prime pattuglie arrivarono frenando all’ingresso della via.
Gli agenti si disposero dietro le auto.
I soccorritori avanzarono curvi, protetti dai colleghi.
Qualcuno gridava ordini.
Qualcuno chiedeva quante persone fossero ferite.
Qualcuno indicava la finestra del secondo piano.
Ma Marco continuava a guardare Elisa.
La bambina che nessuno aveva notato era stata l’unica ad accorgersi di tutto.
Il barista Carlo fu il primo abitante del quartiere a uscire dal proprio riparo.
Aveva sessantotto anni, una pancia importante e il grembiule ancora legato in vita.
Si mise a correre verso di loro con una vecchia coperta a quadri.
«Coprite la bambina!» gridò.
Dietro di lui arrivò la farmacista con una borsa di medicazione.
Il pensionato del giornale, il signor Vittorio, si rialzò zoppicando e si piazzò in mezzo alla strada per impedire alle persone di avvicinarsi.
«Tornate dentro!» urlava. «Lasciate passare i soccorsi!»
Dalla finestra sopra il forno, la signora Teresa indicò un cortile interno.
«Ho visto un uomo scendere dalla scala antincendio! È entrato nel vicolo!»
Un giovane corriere, che stava consegnando un pacco, abbandonò il furgoncino e corse a chiudere il cancello dalla parte opposta.
Il quartiere, che fino a un minuto prima sembrava mezzo addormentato, si mosse come una sola persona.
Marco venne sollevato su una barella.
«La bambina», ripeté. «Prima lei.»
«Sta bene», disse una soccorritrice. «È spaventata, ma sta bene.»
«Sua madre?»
Elisa alzò una mano e indicò la folla dietro il nastro di sicurezza.
Una donna magra, con un cappotto grigio e i capelli sciolti, cercava di passare.
Due agenti la trattenevano per sicurezza.
«Elisa!» gridava. «Elisa, amore mio!»
La bambina cominciò finalmente a piangere.
Non aveva versato una lacrima mentre avvertiva Marco.
Non aveva pianto quando il vetro era andato in frantumi.
Non aveva pianto durante l’esplosione.
Ma nel momento in cui vide sua madre, il coraggio che l’aveva tenuta in piedi si sciolse.
«Mamma!»
La donna fu accompagnata verso di lei.
Si inginocchiò sull’asfalto e la strinse così forte che la coperta cadde a terra.
«Ti avevo detto di aspettarmi davanti alla scuola.»
«Ti aspettavo.»
«Perché sei venuta fin qui?»
Elisa indicò Marco.
«Dovevo dirglielo.»
La madre sollevò lo sguardo verso l’agente sulla barella.
Sul viso aveva la paura di chi aveva già perso troppo e non era disposto a perdere altro.
«Grazie», disse Marco.
La donna scosse la testa.
«Sono io che devo ringraziare lei.»
«Non ho fatto niente.»
Elisa si staccò appena dalla madre.
«Mi ha creduta.»
Quelle tre parole colpirono Marco più dell’esplosione.
Mi ha creduta.
Nella sua carriera aveva ascoltato migliaia di persone.
Aveva visto adulti parlare sopra i bambini, correggerli, zittirli, decidere che cosa avessero visto e che cosa no.
Quella volta, invece, si era fermato.
E forse era per questo che erano ancora vivi.
In ospedale gli trovarono due costole incrinate, una ferita al braccio e un problema temporaneo all’udito.
«Poteva andare molto peggio», disse il medico.
Marco guardò il soffitto bianco.
«È già andata meglio di quanto meritassi.»
Il medico non capì.
Marco non spiegò.
Quella sera suo figlio Davide arrivò da Torino senza nemmeno cambiarsi la camicia dell’ufficio.
Entrò nella stanza con il volto tirato e gli occhi lucidi.
«Papà.»
Marco cercò di sorridere.
«Non fare quella faccia. Non sono ancora morto.»
Davide non rise.
Gli si avvicinò e gli prese la mano.
Era un gesto che non faceva da quando aveva dodici anni.
«Potevi morire davvero.»
«Lo so.»
«E io non ti chiamo nemmeno.»
Marco si voltò verso la finestra.
Fuori era già buio.
«Hai la tua vita.»
«Questa frase la usi sempre per non farmi sentire in colpa.»
«Funziona?»
Davide si asciugò gli occhi con il dorso della mano.
«No.»
Rimasero in silenzio.
Dopo la morte di Anna avevano cominciato a parlarsi meno, proprio quando avrebbero avuto più bisogno l’uno dell’altro.
Marco non voleva diventare un peso.
Davide non sapeva come consolare un padre che gli era sempre sembrato indistruttibile.
Così avevano riempito la distanza con frasi brevi.
Come va?
Tutto bene.
Ci sentiamo domenica.
Poi la domenica passava.
Davide tirò fuori dalla tasca una fotografia piegata.
Ritraeva lui da bambino, seduto sulle spalle di Marco durante una festa di paese.
Anna era accanto a loro e rideva.
«L’ho trovata nel portafoglio della mamma», disse.
Marco prese la foto.
«La portava sempre.»
«Papà, quando esci da qui vieni qualche giorno da noi.»
«Non voglio disturbare.»
«Se lo dici un’altra volta, chiamo il medico e gli chiedo di tenerti ricoverato per testardaggine.»
Marco lo guardò.
Quella volta rise davvero.
La mattina seguente arrivò Elisa.
Aveva ancora la giacca marrone, ma indossava scarpe della sua misura.
Con lei c’era sua madre, Paola.
La bambina teneva in mano un sacchetto di carta.
«Ti ho portato una brioche», disse.
«Allora sei ufficialmente la mia persona preferita.»
Elisa mise il sacchetto sul comodino.
«Il signor Carlo ha detto che non devo dire che me l’ha regalata.»
«Perché?»
«Perché vuole far credere che al bar non regala niente a nessuno.»
Marco annuì serio.
«È importante proteggere la reputazione di un uomo.»
Paola sorrise appena.
Era la prima volta che Marco la vedeva senza il terrore sul viso.
Avrà avuto quarant’anni, ma la stanchezza gliene aggiungeva dieci. Le mani erano rovinate dai detersivi e sotto gli occhi aveva ombre profonde.
«Come sta?» domandò.
«Le costole protestano. Per il resto sono ancora qui.»
«Elisa non ha dormito.»
La bambina abbassò lo sguardo.
«Sentivo ancora il rumore.»
Marco indicò la sedia accanto al letto.
«Succede anche agli adulti.»
Elisa si sedette.
«Anche a lei?»
«Soprattutto agli adulti. Solo che noi siamo più bravi a far finta di niente.»
Paola rimase in piedi vicino alla porta.
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