La direttrice umiliò una madre davanti alla figlia, ma ignorava chi stava registrando tutto dal tavolo accanto

Il telefono vibrò.

Una fotografia mostrava la lavagna dei turni appesa nella cucina.

Davide aveva lavorato cinquantasei ore.

Mara Gashi ne aveva lavorate cinquantaquattro.

Chiara Esposito risultava presente per sessantotto ore, con tre chiusure seguite dall’apertura del mattino.

Lorenzo confrontò le fotografie con le buste paga.

Tutti erano stati pagati per quaranta ore.

Scrisse al numero sconosciuto.

“Chi sei?”

La risposta arrivò dopo quasi un minuto.

“Una persona che crede davvero nelle seconde possibilità.”

“Perché non hai parlato prima?”

“Patrizia sa tutto di noi. Ha minacciato di segnalare mia sorella perché il permesso di soggiorno è scaduto. Ha detto che lei avrebbe creduto a Patrizia, non a me.”

Lorenzo sentì lo stomaco chiudersi.

“Dimmi il tuo nome.”

Il numero scomparve.

La mattina seguente indossò un vecchio giubbotto, un cappello con la visiera e gli occhiali scuri.

Entrò nella trattoria alle sette meno due.

La sala era già mezza piena.

Operai con i giubbotti catarifrangenti. Infermieri appena usciti dal turno. Pensionati che leggevano il giornale dividendo una brioche.

Nessuno riconobbe Lorenzo.

Si sedette nel tavolo indicato.

Chiara arrivò con il blocchetto delle ordinazioni.

«Buongiorno. Caffè?»

La voce era cortese, ma vuota.

«Caffè e pane tostato. Burro a parte.»

Mentre scriveva, la penna tremò tra le sue dita.

Poco dopo Patrizia uscì dall’ufficio.

Giacca blu, camicia bianca, capelli tirati indietro. Elegante come nelle fotografie appese al muro.

La perfetta direttrice della perfetta trattoria solidale.

Passando accanto a Lorenzo, non lo guardò nemmeno.

«Chiara. Nel mio ufficio. Adesso.»

La porta rimase socchiusa.

Lorenzo sentì ogni parola.

«Stasera chiudi e domattina apri.»

«Patrizia, sono tre giorni che dormo quattro ore. Mia figlia ha la febbre.»

«Questo non è un consultorio familiare.»

«Posso almeno entrare un’ora più tardi?»

«Ieri sei arrivata con nove minuti di ritardo. Ti tolgo due ore dalla paga.»

Chiara non rispose.

«Inoltre la scuola di Emma ha chiamato. Pare che tu non abbia pagato la mensa.»

«Lo farò venerdì.»

«Forse dovremmo chiederci se una donna nella tua situazione sia abbastanza stabile per crescere due bambine.»

Lorenzo chiuse le dita intorno alla tazzina.

«Capisci, Chiara?»

«Sì, signora.»

Quelle due parole gli gelarono il sangue.

Non erano rispetto.

Erano resa.

Patrizia uscì dall’ufficio sorridendo. Posò una mano sulla spalla di Chiara.

«Il signor Bellandi ha creato questo posto per chi sa meritarsi una seconda possibilità. Non vorrai deluderlo.»

Lorenzo abbassò lo sguardo per non tradirsi.

Pochi minuti dopo, Davide gli portò il pane.

«Fate ancora il pane dolce di Teresa?» domandò Lorenzo.

Davide lanciò un’occhiata verso l’ufficio.

«Non più come una volta.»

«Perché?»

«La direttrice ha cambiato fornitori. Pane industriale, margarina, niente cannella. Dice che la ricetta originale costa troppo.»

Lorenzo assaggiò.

Era secco, senza profumo, senz’anima.

Sotto il tavolo prese dal portafoglio il cartoncino ingiallito con la ricetta scritta da sua madre.

Pane spesso. Burro vero. Uova. Latte. Vaniglia. Cannella. Un pizzico di noce moscata.

In fondo, Teresa aveva aggiunto:

“Servire caldo. La dignità non si offre fredda.”

Lorenzo sentì qualcosa spezzarsi dentro di sé.

Al bancone, Patrizia svuotò il barattolo delle mance.

Contò le banconote, infilò sessanta euro nella tasca interna della giacca e segnò una cifra diversa sul registro.

Poco dopo chiamò Davide davanti a tutti.

«Volevi parlare dello stipendio?»

Davide abbassò la voce.

«Ho lavorato cinquantadue ore, ma ne risultano quaranta.»

«Il sistema ne segna quaranta.»

«La lavagna dei turni…»

«Stai dicendo che il sistema è falso?»

Davide impallidì.

«No.»

«Potrei controllare anche i mesi precedenti. Compreso il giorno in cui ti sei dichiarato malato e sei uscito con gli amici.»

Patrizia inclinò la testa.

«Il tuo responsabile del percorso giudiziario mi ha chiesto come ti comporti. Finora ho parlato bene di te.»

Davide strinse i pugni.

Poi li riaprì lentamente.

«Il sistema è corretto.»

«Bravo ragazzo.»

In quel momento entrò Emma.

Aveva lo zaino troppo grande e un bottone mancante sul cappotto.

«Mamma, hai dimenticato i soldi per la mensa.»

Chiara corse verso di lei.

«Tesoro, non dovevi venire qui.»

Aprì il portafoglio.

C’erano sette euro.

Li diede tutti alla bambina.

«Così mangi oggi e domani.»

«E tu?»

«Io mangio qui.»

Era una bugia.

Patrizia osservò la scena con le braccia incrociate.

Quando Emma uscì, si avvicinò a Chiara.

«Un altro episodio del genere e lo segnalo. La tua assistente sociale sarà interessata a sapere che tua figlia gira da sola mentre tu lavori.»

Chiara annuì.

«Sì, signora.»

Lorenzo avviò la registrazione sul telefono.

Fu allora che una cameriera seduta al tavolo dodici lo fissò.

Gli mandò un messaggio.

“Signor Bellandi, so chi è. Venga nel corridoio.”

Si chiamava Mara Gashi.

Aveva trentaquattro anni e lavorava nella trattoria da cinque.

Nel corridoio che portava al magazzino, parlò senza alzare gli occhi.

«Sono stata io a scriverle.»

«Perché hai aspettato tanto?»

«Perché avevo paura.»

Mara gli mostrò una fotografia sul telefono.

Un foglio con nomi, indirizzi, numeri personali e informazioni riservate sui dipendenti.

Accanto a ogni nome c’era una cifra.

«Vende i nostri dati a società che concedono piccoli prestiti a interessi altissimi. Prende cinquanta euro per ogni contatto.»

«Da quanto va avanti?»

«Da quando lei ha iniziato a viaggiare di più. All’inizio rubava un’ora. Poi cinque. Poi venti.»

Mara aveva lavorato cinquantaquattro ore la settimana precedente.

Era stata pagata per quaranta.

Chiara ne aveva lavorate sessantotto.

Davide cinquantadue.

«Perché nessuno mi ha chiamato?»

Mara lo guardò finalmente.

«Due persone lo hanno fatto. Patrizia ha scoperto tutto. Una è stata accusata di aver rubato dalla cassa. All’altra sono rimaste dodici ore di lavoro a settimana.»

La sua voce si spezzò.

«Lei non era mai qui. Noi vedevamo la sua faccia sui giornali mentre Patrizia usava il suo nome per farci paura.»

Lorenzo abbassò la testa.

Non poteva difendersi.

Mara estrasse una chiave.

«È la copia della chiave del suo ufficio. Nel cassetto in basso ci sono due serie di cartellini. Quelli veri e quelli inviati al commercialista.»

«Quando possiamo entrare?»

«Stanotte. Dopo la chiusura.»

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