Se avete letto la prima parte, sapete che Bianca non doveva nemmeno arrivare a casa mia.
Doveva essere solo una gatta anziana in una gabbia bassa, con un foglio appeso davanti e una decisione da prendere entro sera.
Invece, quella sera, è entrata nel mio appartamento.
E senza fare rumore, ha cambiato tutto.
All’inizio pensavo che l’amore fosse tenerla in vita.
Poi ho capito che era un’altra cosa.
Era lasciarla vivere.
Non come un’emergenza.
Non come un conto alla rovescia.
Ma come una presenza vera, con le sue abitudini, i suoi capricci, i suoi giorni buoni e quelli storti.
Bianca cominciò a conoscere la casa lentamente.
Non esplorava come fanno i gatti giovani, con quella sicurezza un po’ arrogante di chi pensa che il mondo sia già suo.
Lei chiedeva permesso.
Metteva una zampa avanti.
Poi si fermava.
Annusava.
Aspettava.
Come se avesse paura che anche quel posto, a un certo punto, le dicesse di no.
La prima volta che salì sul divano ci mise quasi cinque minuti.
Guardò il cuscino.
Guardò me.
Poi provò a saltare.
Non ce la fece.
Scivolò giù con un rumore piccolo, quasi umiliante.
Io mi alzai subito.
Lei si girò dall’altra parte, offesa come una vecchia signora elegante caduta in piazza.
Così il giorno dopo comprai uno sgabellino basso.
Lo misi davanti al divano.
Bianca lo guardò per un’intera mattina come se fosse una cosa sospetta.
Poi, verso sera, ci salì sopra.
Dallo sgabellino passò al divano.
Dal divano passò alla coperta.
Dalla coperta passò al mio fianco.
E lì rimase.
Non mi guardò.
Non fece nulla di speciale.
Solo appoggiò il corpo contro la mia gamba e iniziò a fare le fusa.
Io restai immobile.
Avevo paura di rovinare quel momento anche solo respirando troppo forte.
Da quel giorno, lo sgabellino diventò suo.
Il divano diventò suo.
La coperta diventò sua.
E, piano piano, anche una parte di me che credevo chiusa da tempo diventò sua.
Elena, la volontaria del gattile, mi chiamava ogni tanto.
Non per controllarmi.
Per sapere.
“Come va la signora Bianca?” chiedeva.
La chiamava così.
La signora Bianca.
Io le raccontavo tutto.
Che mangiava meglio.
Che aveva scelto la finestra del soggiorno come ufficio personale.
Che odiava una certa medicina più di quanto io avessi mai visto odiare qualcosa a un essere vivente di due chili e mezzo.
Elena rideva.
Poi, prima di chiudere, faceva sempre una pausa.
“Grazie,” diceva.
La prima volta risposi:
“Non deve ringraziarmi.”
Ma lei disse:
“Sì. Perché tanti provano pena. Pochi restano.”
Quella frase mi accompagnò per giorni.
Perché era vero.
La pena passa.
La tenerezza passa.
Anche l’emozione passa.
Poi resta la sveglia alle sette per dare una pastiglia.
Resta la ciotola da lavare.
Resta il veterinario.
Resta il pavimento da pulire quando una gatta anziana non arriva in tempo alla lettiera.
Resta la pazienza quando sei stanca e lei sputa il cibo come se tu le stessi offrendo veleno.
L’amore, quello vero, non era il gesto grande del ritorno al gattile.
Era il mattino dopo.
E quello dopo ancora.
Era scegliere di non stancarsi di qualcuno solo perché aveva bisogno.
Il mio vicino di pianerottolo, il signor Paolo, la vide per la prima volta una domenica mattina.
Stavo rientrando con il pane e lui usciva con il sacchetto dell’umido.
Bianca era dietro la porta.
Appena aprii, infilò il muso fuori con quella sua aria da portinaia del condominio.
“Questa è nuova?” chiese lui.
“Vecchia,” risposi.
Poi mi accorsi di come suonava quella parola e aggiunsi:
“Voglio dire, è con me da poco. Ma ha diciannove anni.”
Lui si chinò un po’.
Bianca lo fissò.
Paolo aveva mani grandi, rovinate dal lavoro, e un modo gentile di muoversi.
“Posso?” chiese.
Io annuii.
Lui le avvicinò due dita.
Bianca annusò.
Poi gli diede una testata piccola, precisa.
Paolo sorrise.
“Sa ancora scegliere bene,” disse.
Non so perché, ma quella frase mi fece bene.
Come se qualcuno avesse visto in lei non solo la fragilità, ma anche il carattere.
Perché Bianca non era solo malata.
Era testarda.
Era vanitosa.
Era furba.
Se il cibo non era scaldato abbastanza, si sedeva davanti alla ciotola e mi guardava con una delusione profondissima.
Se la coperta era piegata male, ci girava intorno come se fosse un insulto personale.
Se parlavo al telefono troppo a lungo, veniva davanti a me e mi fissava finché non abbassavo la voce.
Aveva diciannove anni, sì.
Ma dentro quel corpo sottile c’era ancora una regina.
Una regina con pochi denti, un orecchio storto e la camminata lenta.
Ma pur sempre una regina.
A dicembre, Modena diventò fredda in quel modo umido che entra nelle ossa.
Non c’era neve.
Solo marciapiedi lucidi, vetri appannati e giornate corte.
Io sistemai una coperta in più vicino al termosifone.
Bianca la ignorò per due giorni.
Poi decise che era sempre stata sua.
La sera, quando rientravo, la trovavo lì.
Il coniglio di stoffa accanto.
Il golfino blu di mia madre sotto il mento.
A volte mi sembrava che Bianca avesse capito qualcosa che io non riuscivo ancora a dire.
Che certe assenze non vanno riempite.
Vanno abitate piano.
Lei non aveva preso il posto di mia madre.
Non avrebbe potuto.
Ma aveva riportato movimento in una casa che da anni sembrava trattenere il fiato.
Il rumore della ciotola.
Le fusa.
Le zampette lente sul pavimento.
Il miagolio rauco quando tardavo a cena.
Piccole cose.
Eppure, certe sere, quelle piccole cose bastavano a farmi sentire meno sola.
Un pomeriggio tornai al gattile per portare altre coperte.
Questa volta non erano vecchie cose che volevo togliere di mezzo.
Le avevo lavate apposta.
Piegate bene.
Dentro una borsa grande.
Elena mi vide entrare e sorrise subito.
“Bianca?” chiese.
“Comanda,” dissi.
“Bene. Allora sta bene.”
Mi accompagnò nella stessa stanza della prima volta.
Io non volevo guardare le gabbie.
Ma le guardai lo stesso.
C’erano gatti giovani, gatti spaventati, gatti arrabbiati.
E poi, in basso, una gatta nera con il muso bianco.
Vecchia anche lei.
Non come Bianca, forse.
Ma vecchia abbastanza da sapere già che nessuno si fermava a lungo davanti alla sua gabbia.
Aveva gli occhi aperti.
Non chiedeva nulla.
Ed è quello che mi fece più male.
Elena seguì il mio sguardo.
“Si chiama Nerina,” disse. “È arrivata la settimana scorsa.”
Io deglutii.
“No,” dissi subito, quasi ridendo. “Elena, no. Io non posso.”
Lei alzò le mani.
“Non ho detto niente.”
Ma aveva già detto abbastanza.
Tornai a casa con il cuore pesante.
Bianca mi aspettava vicino alla porta.
Davanti a lei c’era il coniglio di stoffa.
Lo aveva trascinato fin lì, come sempre.
Mi chinai per accarezzarla.
Lei appoggiò la testa contro la mia mano.
Proprio come quel primo giorno.
E io capii una cosa semplice.
Non potevo salvare tutti.
Ma potevo smettere di voltarmi dall’altra parte.
La settimana dopo parlai con Elena.
Non per adottare Nerina.
Non ancora.
Sarebbe stato troppo per me, e anche per Bianca.
Ma le chiesi se potevo aiutare in un altro modo.
Magari pagando una visita.
Portando cibo specifico.
Passando qualche ora con i gatti anziani.
Elena rimase zitta un momento.
Poi disse:
“Sa qual è la cosa che manca di più?”
“Cibo?” chiesi.
“Tempo,” rispose.
Così cominciai ad andare una volta a settimana.
Il mercoledì pomeriggio.
Dopo il lavoro.
Non facevo nulla di eroico.
Pulivo qualche ciotola.
Piegavo asciugamani.
Mi sedevo davanti alle gabbie più basse e parlavo con quei gatti che nessuno notava.
Non dicevo frasi importanti.
Dicevo cose normali.
Che fuori faceva freddo.
Che avevo bruciato il sugo.
Che Bianca aveva rubato un pezzo di prosciutto cotto dal piatto, con una velocità indegna per una creatura così fragile.
Elena rideva dal corridoio.
Nerina, dopo tre settimane, mi lasciò toccare la fronte.
Dopo cinque, fece le fusa.
Dopo sette, una signora di Carpi venne per adottare un gattino.
Uscì con Nerina.
Non perché io l’avessi convinta.
Non perché le avessi fatto un discorso.
La signora si era fermata davanti alla gabbia e Nerina, con una lentezza commovente, aveva appoggiato una zampa contro la grata.
La signora aveva iniziato a piangere.
“Io ho ottant’anni,” disse. “Non voglio un cucciolo che mi sopravviva per forza. Voglio compagnia adesso.”
Elena mi guardò.
Io guardai il pavimento.
Perché certe frasi arrivano piano, ma ti aprono il petto.
Quella sera tornai a casa e raccontai tutto a Bianca.
Lei era sul divano.
Mi ascoltò per circa cinque secondi.
Poi si girò e cominciò a lavarsi una zampa.
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