Quando Sarti tornò, Elena gli chiese di parlare con il comandante.
Rinaldi arrivò con l’aria soddisfatta.
«Pronta a firmare?»
Elena si tolse lentamente la scarpa sinistra.
Sollevò la soletta e tirò fuori un tesserino sottile.
«Agente speciale Elena Moretti, Servizio Nazionale Anticorruzione. Codice operativo 7429. Da diciotto mesi conduco un’indagine federale su estorsione, riciclaggio e abuso d’ufficio.»
Per mezzo secondo il volto di Rinaldi cambiò.
Solo mezzo secondo.
Poi scoppiò a ridere.
Chiamò gli altri agenti.
«Venite a vedere. La giornalista adesso è diventata agente speciale.»
Uno di loro iniziò a filmare.
Rinaldi esaminò il tesserino sotto la luce.
«Molto bello. Dove l’ha comprato? Alla fiera del paese?»
«Chiami il responsabile operativo Lorenzo Ferri. Fornisca il codice Tiglio-Sette.»
Rinaldi cercò il numero pubblico dell’ufficio regionale.
Mise la chiamata in vivavoce.
Una centralinista rispose.
«Vorrei verificare se una certa Elena Moretti lavora per voi.»
Seguì una pausa.
«Non risulta alcuna persona con questo nome nell’elenco consultabile.»
Rinaldi chiuse la chiamata.
«Ha sentito?»
Elena sapeva che sarebbe successo.
Gli agenti sotto copertura non venivano mai confermati attraverso i centralini pubblici.
Ma davanti a quegli uomini la verità non contava.
Contava la scena.
Contava chi rideva per ultimo.
La mattina seguente la rilasciarono con un ordine verbale.
Ventiquattr’ore per lasciare Roccaferma.
Elena non partì.
Quella sera entrò nella sala consiliare del municipio.
Le sedie erano quasi tutte occupate. Commercianti, pensionati, famiglie, membri delle associazioni locali.
In prima fila sedeva Rinaldi.
Al centro del tavolo, il sindaco Teresa Bellandi indossava un tailleur blu scuro e una collana di perle.
Sessantatré anni, capelli argentati raccolti con precisione, sorriso da fotografia ufficiale.
Bellandi aveva costruito la propria carriera su una frase:
«Roccaferma è una grande famiglia.»
In paese la ripetevano tutti.
Anche quelli che non riuscivano più a dormire.
Quando iniziò lo spazio per gli interventi pubblici, Elena raggiunse il microfono.
«Sono stata detenuta illegalmente, minacciata e privata del mio materiale.»
Il sindaco si tolse gli occhiali.
«Signora Moretti, lei è stata fermata dopo aver aggredito un agente.»
«È falso.»
«Tre pubblici ufficiali dichiarano il contrario.»
«Il mio telefono è stato distrutto.»
«Non risulta.»
«Il mio bagaglio è stato perquisito senza autorizzazione.»
«Non risulta.»
Ogni risposta arrivava liscia, educata, pronta.
Il paese perfetto non ammetteva crepe.
Un consigliere suggerì a Elena di presentare denuncia.
«Alla stessa caserma che mi ha arrestata?»
Qualcuno tossì.
Altri abbassarono lo sguardo.
Elena vide la donna del distributore seduta nella terza fila. Aveva le mani strette in grembo e fissava il pavimento.
«Altri giornalisti sono venuti qui prima di me», continuò Elena. «Otto, negli ultimi anni. Dove sono?»
«Se ne sono andati», rispose Bellandi.
«Perché sono stati minacciati.»
«Perché non c’era alcuna storia.»
Il sindaco allargò le mani.
«Roccaferma è conosciuta per l’ordine, l’ospitalità e la sicurezza. Non permetteremo a una persona venuta da fuori di infangare il nome del paese.»
Eccola.
La frase che Elena aspettava.
Non difendere i cittadini.
Difendere il nome.
Non scoprire la verità.
Salvare la bella figura.
Rinaldi si alzò.
«La signora sostiene persino di essere un’agente speciale.»
Alcuni risero.
Il sindaco batté il martelletto.
«Lasci Roccaferma, signora Moretti. Qui non c’è nulla per lei.»
Fuori dal municipio, sotto un vecchio striscione con scritto VENT’ANNI DI SERENITÀ, Elena fotografò la facciata.
Quella notte rintracciò Carlo Riva.
Quarantasei anni, ex agente, ora meccanico ambulante.
Lo trovò dietro l’edificio abbandonato del vecchio giornale locale. Stava lavorando al motore di un furgone.
«Non accetto clienti.»
«Non mi serve un meccanico.»
Carlo la riconobbe.
«La finta agente.»
«Non sono finta.»
«Non mi interessa.»
Elena ricordò il suo licenziamento.
Ufficialmente insubordinazione.
«Quale ordine si era rifiutato di eseguire?»
Carlo chiuse il cofano con forza.
«Se ne vada.»
«Lei ha visto qualcosa.»
«Ho visto persone rovinarsi perché parlavano.»
«Posso proteggerla.»
Carlo rise senza allegria.
«Lei non riesce nemmeno a proteggere se stessa.»
Salì sul furgone e partì.
Venti minuti dopo tornò.
Rimase seduto al volante per quasi un minuto, poi scese.
«Mi faccia vedere il tesserino.»
Lo controllò con attenzione.
«È vero?»
«Sì.»
«Da quanto tempo indaga?»
«Diciotto mesi.»
Carlo si appoggiò al furgone.
«Non possiamo parlare qui.»
Si incontrarono in un’area di sosta lontana dal paese.
Carlo comprò una bibita dal distributore automatico e ne bevve metà prima di trovare il coraggio.
«Funziona così», disse. «Fermano chi sembra fragile. Stranieri, lavoratori stagionali, gente senza conoscenze. Inventano problemi con documenti o permessi.»
«Quanto chiedono?»
«Dipende. Mille, cinquemila, a volte diecimila euro. Se non pagano, lavorano gratis per aziende amiche.»
«Dove finisce il denaro?»
«Conti esteri. Società di comodo. Rinaldi tiene tutto scritto.»
Elena si sporse.
«Dove?»
«Un registro cartaceo nella cassaforte del suo ufficio. Nomi, cifre, date. Vent’anni di affari.»
«Chi ha la chiave?»
«Rinaldi e il sindaco Bellandi.»
Carlo schiacciò la lattina tra le mani.
«L’ho visto una volta. Ho fatto domande. Tre settimane dopo ero fuori.»
«Testimonierà?»
«Ho una moglie e due figli.»
«Possiamo trasferirvi.»
«Lei mi sta chiedendo di cancellare la loro vita.»
Elena abbassò la voce.
«Le sto chiedendo di impedire che ci sia una quarantottesima vittima.»
Carlo guardò le colline.
«Ci penserò.»
Prima di separarsi, Elena gli mostrò il piccolo microfono nascosto nel colletto.
«Ogni registrazione viene inviata in tempo reale. Anche se distruggono il dispositivo, i file restano.»
Carlo la fissò.
«Il borsone che hanno sequestrato?»
«Ha un altro microfono cucito nella fodera.»
«Dov’è adesso?»
«Nel deposito prove della caserma. A pochi metri dall’ufficio del sindaco, collegato dallo stesso vecchio sistema di ventilazione.»
Carlo la guardò di nuovo.
Questa volta con rispetto.
«Li sta ascoltando.»
«Sto aspettando che parlino.»
Quella sera Elena parcheggiò tre strade più in là dal municipio.
Una sola finestra era ancora accesa.
L’ufficio di Bellandi.
Mise l’auricolare e aumentò il volume.
Prima sentì passi.
Poi una porta.
Infine la voce di Rinaldi.
«La donna è sistemata. Domani se ne andrà.»
«Ne sei sicuro?» chiese Bellandi.
«Se ne vanno tutti.»
«Ha prove?»
«Appunti. Un telefono rotto. Il resto è nel deposito.»
Seguì il rumore di alcuni fogli.
Poi Bellandi cambiò tono.
«Il prossimo gruppo arriva martedì. Quindici persone.»
«Cinquemila a testa.»
«Settantacinquemila.»
«Metà ciascuno.»
«Mercoledì faccio il versamento sul solito conto.»
«Quello estero?»
«Sì. Stesso codice.»
Elena smise quasi di respirare.
Era una confessione.
Estorsione.
Riciclaggio.
Associazione criminale.
Tutto registrato.
Tutto già salvato.
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