La Sedia Vuota Che Mi Insegnò a Non Lasciare Solo Nessuno

Dopo il coma non venne nessuno, ma ogni notte una sconosciuta si sedeva accanto al mio letto.

Mi chiamo Anna Bassi.

Ho quarantasei anni e, quando ho riaperto gli occhi, non sapevo nemmeno che giorno fosse.

Ero in una stanza d’ospedale di provincia, con una flebo al braccio, la gola secca e una stanchezza che mi pesava dentro le ossa.

Sul comodino c’era una borsa di stoffa.

Dentro c’erano le mie pantofole, un caricabatterie, una maglia pulita e il libro che tenevo sempre sul tavolino di casa.

L’aveva portata la signora del piano di sotto.

C’era anche un biglietto.

“Rimettiti presto.”

Due parole gentili.

Eppure mi fecero male.

Perché in quelle prime due settimane dopo il coma non venne nessuno a sedersi vicino a me.

Nessun marito.

Nessun figlio.

Nessuna sorella.

Io non avevo niente di tutto questo.

Avevo un piccolo appartamento ordinato, un lavoro tranquillo, qualche saluto sulle scale e troppe cene mangiate in silenzio davanti alla televisione.

Di giorno riuscivo a fingere.

Entravano gli infermieri.

Passavano i medici.

Arrivava il vassoio con il pranzo.

Qualcuno chiedeva come stavo, qualcun altro controllava la cartella.

Ma la sera era diversa.

La sera il corridoio si faceva più vuoto, e anche il cuore.

Fu allora che la vidi per la prima volta.

Erano quasi le undici.

Una donna anziana entrò piano nella mia stanza. Aveva i capelli grigi raccolti male, il viso stanco e una vestaglia chiara sopra il pigiama.

Io pensai fosse una volontaria o una signora del reparto.

Teneva in mano un pacchetto di fazzoletti.

“È sveglia?” mi chiese.

Annuii.

Lei tirò la sedia vicino al letto e si sedette.

Non guardò la flebo.

Non mi chiese la pressione.

Non toccò nessun macchinario.

Rimase lì.

“Mi chiamo Agnese Ferri,” disse. “Sto solo mezz’ora.”

E davvero restava mezz’ora.

Ogni notte.

Sempre alle undici.

All’inizio parlava di cose piccole.

Del caffè troppo amaro del distributore.

Di una paziente che cercava gli occhiali mentre li aveva in testa.

Del signore in fondo al corridoio che chiedeva sempre una fetta di pane in più.

Io rispondevo poco.

Però ascoltavo.

E, senza accorgermene, cominciai ad aspettarla.

Verso le dieci e cinquanta guardavo già la porta.

Mi vergognavo di quella attesa.

Una donna adulta, senza parenti al capezzale, che si aggrappava alla visita di una sconosciuta.

Una sera le chiesi:

“Perché viene sempre così tardi?”

La signora Agnese piegò un fazzoletto sulle ginocchia.

Poi disse:

“Perché la solitudine, di notte, fa più rumore.”

Non seppi cosa rispondere.

Aveva detto la verità.

Di notte pensavo alla mia casa chiusa.

Alla posta che si sarebbe accumulata nella cassetta.

Al telefono che non squillava quasi mai.

E alla domanda che mi faceva più paura:

se non mi fossi svegliata, quanto tempo sarebbe passato prima che qualcuno sentisse davvero la mia mancanza?

Agnese sembrava capirlo senza bisogno di spiegazioni.

“Lei fa la forte,” mi disse una notte. “Ma non è obbligata.”

Sorrisi appena.

“È più semplice fare la forte che aspettare qualcuno che non arriva.”

Lei abbassò lo sguardo.

“Mio figlio diceva lo stesso.”

Poi tacque.

Io non ebbi il coraggio di chiedere altro.

La dodicesima notte non venne.

Alle undici la sedia rimase vuota.

Alle undici e dieci, niente.

Alle undici e mezza, premetti il campanello.

Entrò Lucia, l’infermiera del turno. Aveva gli occhi stanchi, ma una voce gentile.

“Signora Bassi, va tutto bene?”

Indicai la sedia.

“La signora che viene ogni sera… Agnese Ferri. Oggi non c’è?”

Lucia corrugò la fronte.

“Quale signora?”

“Anziana. Capelli grigi. Vestaglia chiara. Si siede qui ogni notte.”

Lucia rimase in silenzio per un momento.

Poi disse piano:

“Non c’è nessuna Agnese Ferri tra il personale.”

Sentii un nodo allo stomaco.

“Ma io l’ho vista. Mi ha parlato.”

Lucia mi guardò con delicatezza.

“Dopo un coma possono capitare momenti di confusione.”

Non insistetti.

Ma dentro di me sapevo che non l’avevo sognata.

La mattina dopo cercai il mio libro nella borsa.

Tra le pagine cadde un foglio piegato.

La calligrafia tremava.

“Cara Anna,

io non sono un’infermiera.

Sono una paziente della stanza in fondo al corridoio.”

Mi mancò il fiato.

Continuai a leggere.

“Lei mi ha ricordato mio figlio.

Anni fa è morto da solo in ospedale. Io arrivai troppo tardi. Ci sono dolori che si imparano a portare, ma non diventano mai leggeri.

Non potevo guarirla.

Non potevo cambiarle la vita.

Potevo solo sedermi accanto a lei per mezz’ora.

Se ce la farà, un giorno lo faccia anche lei.

Si sieda vicino a qualcuno che non ha nessuno.

Anche solo mezz’ora.

A volte basta.”

Strinsi quel foglio contro il petto.

Quando Lucia entrò, glielo mostrai.

Lei lo lesse lentamente.

Poi il suo viso cambiò.

“La signora Ferri,” sussurrò. “Stanza 18.”

“Posso vederla?”

Lucia abbassò gli occhi.

“L’hanno spostata stamattina presto in una stanza più tranquilla. È molto debole.”

Capii.

Non tutto.

Ma abbastanza.

Non piansi subito.

Le lacrime arrivarono più tardi, quando guardai quella sedia vuota.

Quella donna stava male.

Forse più di me.

Forse sapeva di avere poco tempo.

Eppure, ogni notte, si era alzata per venire da me.

Non per essere ringraziata.

Non per sentirsi buona.

Solo perché conosceva il peso di una stanza dove non entra nessuno.

Qualche settimana dopo tornai a casa.

Non diventai una persona diversa.

Queste cose succedono solo nei racconti facili.

Avevo ancora paura.

Il mio appartamento era ancora silenzioso.

Il telefono continuava a squillare poco.

Però il martedì pomeriggio iniziai ad andare in una piccola casa di riposo vicino al mio quartiere.

Non facevo grandi cose.

Mi sedevo.

Parlavo un po’.

A volte restavo zitta.

La prima volta mi misi accanto a un uomo anziano che fissava le proprie mani. Per venti minuti non disse nulla.

Pensai di essere inutile.

Poi, mentre mi alzavo, lui girò appena la testa.

“Torna anche la prossima settimana?”

Mi si chiuse la gola.

Pensai alla signora Agnese.

Alla sua sedia.

Ai suoi trenta minuti.

Allora sorrisi.

“Sì,” dissi. “Torno.”

Perché non sempre possiamo salvare una persona.

Ma possiamo restare abbastanza a lungo da farle sentire che, almeno per un momento, non è sola.

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