«Una come te?»
«Ma chi te lo fa fare?»
«Trovati un posto sicuro, sposati, pensa alla famiglia.»
Teresa non aveva sorriso.
Aveva venduto due braccialetti d’oro ricevuti per il matrimonio e aveva pagato a Elena il viaggio per il concorso.
«Non devi dimostrare di essere migliore degli altri» le aveva detto alla stazione. «Devi dimostrare di essere degna di te stessa.»
Elena fotografò ogni livido.
Poi aprì il computer.
Scrisse fino all’alba.
Orari.
Frasi.
Azioni.
Testimoni.
Omissioni.
Quando consultò gli archivi riservati, trovò sei segnalazioni contro Rinaldi e Serra.
Tutte archiviate.
Tre citavano Bellini.
Quattro erano state gestite dal responsabile disciplinare Bassi.
In due casi, i testimoni avevano ritirato improvvisamente le dichiarazioni.
In un altro, un filmato era stato dichiarato inutilizzabile.
Non si trattava di due agenti arroganti.
Era un sistema.
La mattina successiva, Rinaldi e Serra entrarono al bar di fronte al commissariato.
Ordinarono due caffè.
Raccontarono la notte come se fosse una barzelletta.
«Dovevi vederla» disse Rinaldi. «Con quella giacca da signora importante, in ginocchio nell’acqua.»
Serra imitò il tono di Elena.
«Lavoro nelle forze dell’ordine.»
Il tavolo scoppiò a ridere.
Luca Ferri non rise.
Mescolò il caffè senza berlo.
«La macchina era pulita» disse. «E non aveva fatto niente.»
Rinaldi smise di sorridere.
«Ascoltami bene, ragazzo. Qui le cose funzionano in un certo modo.»
«Non vuol dire che funzionino bene.»
Il bar diventò improvvisamente silenzioso.
Serra si avvicinò.
«Se vuoi superare il periodo di prova, impara quando parlare.»
Luca abbassò gli occhi.
Ma dentro di lui qualcosa si era già rotto.
Dall’altra parte della città, Elena sedeva nell’ufficio di Valenti.
Il direttore osservava le fotografie dei lividi.
«Li sospendiamo oggi stesso.»
«Non ancora.»
«Elena, l’hanno aggredita.»
«E pensavano che fossi una cittadina qualunque.»
«Appunto.»
«È questo il punto. Non voglio che vengano puniti soltanto perché hanno colpito me. Voglio dimostrare cosa fanno a chi non ha un incarico, un titolo o il numero diretto del direttore.»
Valenti richiuse il fascicolo.
«Quanto tempo le serve?»
«Tre giorni.»
Nel pomeriggio Elena tornò in albergo.
La porta della camera era socchiusa.
Dentro non mancava nulla.
Eppure la valigia era stata spostata.
I cassetti non erano chiusi nello stesso modo.
Il rosario, che aveva lasciato sul comodino, era sul tavolo.
Qualcuno era entrato.
Controllò le registrazioni.
Otto minuti di filmato mancavano dal corridoio.
Poco dopo arrivò un messaggio anonimo.
Lascia perdere. La prossima volta non torni in albergo sulle tue gambe.
Elena fece uno screenshot.
Nessuna paura.
Soltanto conferma.
Il giorno seguente si presentò all’ufficio disciplinare come consulente esterna.
Giulio Bassi la accolse con un sorriso stanco.
«Qui prendiamo molto seriamente le segnalazioni dei cittadini.»
Elena gli porse l’autorizzazione firmata da Valenti.
«Vorrei vedere tutte le pratiche degli ultimi diciotto mesi.»
Il sorriso di Bassi scomparve.
I fascicoli rivelarono un metodo preciso.
Dichiarazioni modificate.
Certificati medici ridotti a poche righe.
Riprese cancellate.
Relazioni copiate l’una dall’altra.
Dieci nomi comparivano di continuo.
E gli agenti coinvolti, invece di essere controllati, avevano ricevuto premi per la produttività.
Elena fotografò, confrontò, annotò.
Intanto Rinaldi e Serra avevano cominciato a preoccuparsi.
Avevano fatto una ricerca non autorizzata sul suo nome.
Il sistema restituì poche informazioni.
Elena Moretti.
Ex reparto operativo.
Incarichi presso organi di controllo.
Livello di accesso riservato.
Bellini si passò una mano sul viso.
«Potrebbe essere dell’ispettorato.»
Serra tentò di mostrarsi sicuro.
«Non abbiamo fatto niente.»
Bellini lo fissò.
«Le hai mandato tu quel messaggio?»
Serra non rispose.
«Sei un idiota.»
«Dobbiamo convincerla a mollare» disse Rinaldi.
Il giorno dopo Elena tornò al Colle dei Tigli.
Questa volta portava una macchina fotografica.
Vide una pattuglia fermare un giovane fattorino.
Il ragazzo aveva lo zaino delle consegne e una bicicletta elettrica.
Gli agenti lo fecero scendere, svuotarono lo zaino e lo lasciarono sotto la pioggia mentre il cibo si raffreddava.
Elena fotografò tutto dal marciapiede.
Rinaldi la riconobbe.
«Ancora lei.»
«Sto documentando un intervento in luogo pubblico.»
Serra si avvicinò.
«Sta ostacolando il servizio.»
«Sono a più di dieci metri. Non sto interferendo.»
«Se continua, troviamo qualcosa per portarla dentro.»
Elena sollevò la macchina fotografica.
«Sta dicendo che intendete inventare un’accusa?»
Rinaldi fece un passo avanti.
Arrivarono altre due pattuglie.
Gli agenti si disposero intorno a lei.
Lo stesso cerchio.
La stessa sicurezza.
La stessa vecchia abitudine a fare gruppo contro una persona sola.
Poi giunse Luca Ferri.
Guardò Elena.
Guardò Rinaldi.
«Qual è il motivo del fermo?»
«Non sono affari tuoi» rispose Rinaldi.
«Se viene trattenuta, deve esserci un motivo.»
«Sei ancora in prova.»
«La legge no.»
Nessuno parlò.
Elena abbassò lentamente la macchina fotografica.
«Ho visto abbastanza.»
Guardò Rinaldi, Serra e Bellini uno alla volta.
«Ci rivedremo molto presto.»
La mattina seguente il commissariato era stato preparato per il cambio di comando.
Uniformi da cerimonia.
Scarpe lucidate.
Bandiere.
Tavolo con vassoi di biscotti secchi e bottiglie d’acqua.
La bella figura era pronta.
Rinaldi si sistemò il colletto.
«Scommetto che quella donna ha fatto una denuncia.»
Serra sorrise.
«Bassi la farà sparire.»
Il Direttore Valenti entrò senza sorridere.
«Il precedente comandante lascia il servizio con effetto immediato» annunciò.
Un mormorio attraversò la sala.
«Da oggi questo commissariato avrà una nuova guida, con piena autorità per riorganizzare personale, procedure e controlli.»
La porta laterale si aprì.
Elena Moretti entrò in alta uniforme.
Sul petto portava le decorazioni di trentacinque anni di servizio.
Sulle spalle brillavano i segni del comando.
Camminava lentamente.
Non per esitazione.
Perché ogni passo fosse visto.
Rinaldi impallidì.
Serra lasciò cadere il berretto.
Bellini afferrò lo schienale della sedia.
Luca Ferri inspirò profondamente.
Valenti fece un passo indietro.
«Vi presento la dottoressa Elena Moretti, nuova comandante del commissariato centrale di Valleverde.»
Elena raggiunse il podio.
Guardò le file di agenti.
Alcuni erano spaventati.
Alcuni confusi.
Altri, finalmente, sembravano sollevati.
«Un’uniforme può essere stirata perfettamente» cominciò. «Una caserma può avere pavimenti lucidi e fascicoli in ordine. Ma la dignità di un corpo si misura quando nessuno guarda.»
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