Le email di Luca che arrivarono dopo il funerale e mi restituirono la vita

Pensavo che l’ultima email di Luca fosse davvero l’ultima cosa che avrei ricevuto da lui.

Invece, qualche giorno dopo, ho capito che non mi aveva lasciato solo parole.

Mi aveva lasciato una strada.

Non grande.

Non facile.

Ma abbastanza larga per fare un passo alla volta.

La mattina dopo quel caffè con la signora Rinaldi, mi sono svegliata prima della sveglia.

Per un momento ho allungato la mano verso il lato del letto dove Luca dormiva sempre.

Era ancora vuoto.

La differenza era che, per la prima volta, quel vuoto non mi ha schiacciata subito.

Mi ha fatto male.

Certo.

Ma mi ha lasciata respirare.

Sono rimasta ferma qualche minuto, con gli occhi aperti, guardando la luce entrare dalle persiane.

Poi ho pensato alla sua ultima frase.

“Adesso puoi andare avanti.”

Mi sono arrabbiata.

Perché sembrava semplice, detto così.

Andare avanti.

Come se bastasse mettere un piede davanti all’altro.

Come se il cuore non pesasse.

Come se una casa potesse smettere di ricordarti una persona solo perché tu decidi di provarci.

Mi sono alzata comunque.

Ho fatto il caffè.

E questa volta, prima di berlo, ho tagliato una fetta di pane.

Ci ho messo sopra la marmellata di albicocche.

Non per obbedire a Luca.

O forse sì.

Ma soprattutto perché avevo fame.

Era una cosa piccola.

Quasi ridicola.

Eppure mi sono seduta al tavolo e ho mangiato piano, senza guardare il telefono, senza correre al lavoro, senza fingere di essere già pronta per la giornata.

Quando ho finito, ho pianto.

Non tanto.

Non come la prima volta.

Solo qualche lacrima silenziosa.

Poi ho lavato la tazzina.

Quella mattina ho fatto una cosa che rimandavo da mesi.

Ho aperto l’armadio di Luca.

Non per svuotarlo.

Non ne avevo ancora la forza.

Volevo solo guardarlo senza scappare.

Le sue camicie erano lì, ordinate come le aveva lasciate.

Quella azzurra che metteva quando voleva sembrare tranquillo.

Quella a quadretti che io prendevo sempre in giro.

Il maglione grigio che aveva un filo tirato sul polsino.

Ho passato le dita sui tessuti come se potessi sentire ancora la sua spalla sotto la mano.

Poi, dietro una pila di maglie, ho visto una piccola scatola di cartone.

Non era nascosta bene.

Luca non era tipo da misteri.

Sulla scatola aveva scritto solo:

“Per quando Caterina sarà pronta.”

Mi sono seduta sul letto con la scatola sulle ginocchia.

Per qualche minuto non l’ho aperta.

Avevo paura che dentro ci fosse troppo.

Avevo paura che dentro ci fosse troppo poco.

Alla fine ho sollevato il coperchio.

Dentro c’erano cose semplici.

Una foto nostra al mare, venuta male, con il vento che mi copriva mezza faccia.

Un biglietto del cinema di una sera in cui avevamo litigato prima del film e fatto pace prima dei titoli di coda.

Una ricetta scritta da lui, piena di macchie, per una torta che non gli era mai venuta bene.

E un mazzo di chiavi.

Le ho riconosciute subito.

Erano le chiavi della piccola casa in campagna di suo zio, quella dove andavamo qualche domenica quando volevamo sparire da tutto.

Non era una casa vera, più una casetta vecchia con i muri spessi, due stanze fredde e un ciliegio davanti.

Luca diceva sempre che, un giorno, l’avremmo sistemata.

Io gli rispondevo che lui diceva “un giorno” come se avesse firmato un contratto con il tempo.

Dentro la scatola c’era anche un foglio.

Poche righe.

Non era una lettera lunga.

Era scritto a mano.

“Non correre. Non vendere. Non decidere mentre ti fa male. Vai lì solo quando senti che puoi aprire una finestra senza odiarmi.”

Ho sorriso tra le lacrime.

Perché anche da morto, Luca mi impediva di fare disastri per stanchezza.

Ho richiuso la scatola.

Quel giorno non sono andata alla casa in campagna.

Non ero pronta.

Ma ho rimesso la scatola sul comodino.

Non più nascosta.

La settimana dopo, la signora Rinaldi ha bussato di nuovo.

Questa volta non aveva un piatto in mano.

Aveva una borsa della spesa.

“Vado al mercato,” mi ha detto. “Mi serve qualcuno che mi dica se i pomodori sono belli o se il fruttivendolo mi prende in giro.”

Avrei potuto dire di no.

Avevo mille scuse pronte.

La stanchezza.

Il lavoro.

La lavatrice.

La tristezza, anche se quella non si dice mai ad alta voce.

Invece ho preso la giacca.

Siamo uscite insieme.

Per strada camminava piano, ma non fragile.

Ogni tanto salutava qualcuno.

Il panettiere.

Una donna con il cane.

Un uomo che portava due cassette d’acqua.

Io mi sentivo fuori posto.

Come se il mondo avesse continuato a girare senza chiedermi il permesso.

Mi dava fastidio vedere la gente comprare mele, discutere del prezzo delle zucchine, scegliere i fiori.

Poi, a un banco, la signora Rinaldi ha preso tre albicocche e me le ha messe in mano.

“Queste sono buone,” ha detto. “Le sente?”

Io le ho portate al naso.

Profumavano d’estate.

All’improvviso mi è venuto in mente Luca che sceglieva la frutta con una serietà esagerata.

“Non guardare solo il colore,” diceva. “Devi sentire il peso.”

Mi è scappata una risata.

Piccola.

Storta.

Ma vera.

La signora Rinaldi non ha commentato.

Ha solo sorriso guardando i pomodori.

Ho capito che alcune persone non ti salvano con grandi discorsi.

Ti salvano facendo finta di aver bisogno di te per comprare la frutta.

Da quel giorno, il sabato mattina siamo andate spesso al mercato.

All’inizio parlavamo poco.

Lei mi raccontava di ricette, vicini, piante sul balcone.

Io rispondevo a metà.

Poi, piano piano, ho cominciato a parlare anche io.

Non solo di Luca.

Di me.

Del lavoro che mi sembrava inutile.

Delle sere in cui cenavo in piedi.

Della paura di dimenticare la sua voce.

Un sabato, mentre tornavamo a casa con due borse leggere, le ho detto:

“Mi sembra di tradirlo quando sto meglio.”

Lei si è fermata davanti al portone.

Mi ha guardata con una dolcezza severa.

“Cara mia,” ha detto, “chi ci ha voluto bene non si offende se respiriamo.”

Quella frase mi è rimasta addosso per giorni.

La domenica successiva ho aperto le finestre di casa.

Tutte.

Anche quella della stanza dove tenevo ancora le bomboniere mai usate, il velo dentro la sua custodia, le scarpe bianche che non avevano mai fatto un passo.

L’aria è entrata piano.

Ha mosso le tende.

Ha portato via l’odore chiuso.

Sono rimasta sulla soglia della stanza per molto tempo.

Poi ho preso il vestito da sposa.

L’ho tirato fuori.

Non l’ho indossato.

Non l’ho abbracciato.

L’ho solo guardato.

Era bellissimo.

E faceva male.

Luca avrebbe pianto vedendomi con quello, anche se avrebbe detto di no.

L’ho rimesso nella custodia, ma questa volta non l’ho nascosto in fondo all’armadio.

L’ho portato in soggiorno.

L’ho appoggiato sulla poltrona.

Poi ho chiamato mia sorella.

Non la chiamavo davvero da mesi.

Rispondevo ai suoi messaggi con frasi corte, sempre uguali.

“Sto bene.”

“Ti richiamo.”

“Non preoccuparti.”

Quando ha sentito la mia voce, è rimasta zitta un secondo.

Poi ha detto:

“Cati?”

Solo lei mi chiamava così.

E io sono scoppiata a piangere.

Non le ho chiesto di venire.

È venuta lo stesso.

Due ore dopo era alla porta con i capelli legati male, una borsa troppo grande e gli occhi pieni di paura.

Mi ha abbracciata così forte che mi ha fatto quasi male.

“Non sapevo più come prenderti,” mi ha sussurrato.

“Nemmeno io,” le ho detto.

Abbiamo passato il pomeriggio sedute sul pavimento del soggiorno.

Le ho fatto leggere le email di Luca.

Non tutte.

Solo alcune.

Lei ha pianto in silenzio.

Quando ha finito l’ultima, ha guardato il vestito sulla poltrona.

“Che vuoi farne?”

Non lo sapevo.

E per la prima volta ho detto la verità.

“Non lo so ancora.”

Lei ha annuito.

“Va bene anche non saperlo.”

Quella sera non ho dormito meglio.

Ma ho dormito meno sola.

Passarono altre settimane.

La casa cominciò a cambiare senza che io me ne accorgessi.

Non grandi cose.

Un mazzo di fiori sul tavolo.

Un asciugamano nuovo in bagno.

Una foto di Luca spostata dal comodino alla libreria, dove potevo vederla senza svegliarmi con il cuore rotto.

La targhetta sul citofono rimase com’era.

Caterina Bianchi – Luca Ferri.

Ogni volta che la guardavo, sentivo una fitta.

Ma non ero pronta a toglierla.

Un pomeriggio, tornando dal lavoro, trovai un biglietto infilato nella porta.

Era della signora Rinaldi.

“Stasera faccio la minestra. Se vuole, porta il pane.”

Sorrisi.

Non c’era scritto “vieni se ti senti sola”.

Non c’era scritto “devi mangiare”.

Solo quella frase pratica, quasi brusca.

Portai il pane.

A cena c’era anche il signor Aldo del terzo piano.

Ottant’anni, bastone di legno, voce bassa.

Non sapevo quasi niente di lui, tranne che Luca gli aggiustava spesso la radio.

A metà cena, Aldo mi guardò e disse:

“Luca una volta mi ha cambiato una lampadina. Io gli avevo chiesto solo quella. Lui mi sistemò anche la sedia che ballava.”

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