Lui scrisse “dormo da Lara”, ma Teresa preparò una risposta che nessuno in paese dimenticò

Il cuscino anatomico senza il quale diceva di non poter dormire.

Le medicine per la pressione.

Pure il caricabatterie del vecchio tablet.

Non volevo che avesse scuse per tornare.

Non volevo sentire:

“Ho dimenticato una cosa.”

Gli uomini come Marco vivono di cose dimenticate.

Una sciarpa.

Un documento.

Un paio di occhiali.

Un pretesto qualsiasi per rimettere il piede dove il cuore non è più benvenuto.

Alle 22:47 guardai il corridoio pieno di scatoloni.

Sembrava un piccolo trasloco.

In realtà era un funerale.

Il funerale della donna che aveva accettato di essere scelta a metà.

Presi le chiavi della macchina.

Abito al terzo piano senza ascensore.

Ogni scatolone pesava.

Le braccia mi tremavano.

Le ginocchia protestavano.

A ogni rampa mi dicevo:

“Teresa, potevi farlo domani.”

Poi mi rispondevo:

“No. Domani lui avrà già preparato la parte del poverino.”

E allora scendevo.

Uno scatolone alla volta.

Il signor Aldo del secondo piano aprì la porta in canottiera.

Mi guardò.

Guardò gli scatoloni.

Non chiese niente.

Disse solo:

“Serve una mano?”

E io quasi piansi.

Perché certe volte la solidarietà non fa rumore.

Ha le ciabatte, i capelli spettinati e una voce bassa per non svegliare il condominio.

“Se può,” dissi.

In dieci minuti Aldo portò giù tre scatoloni come se stesse aiutando sua sorella.

La signora Mirella del primo piano uscì con il cappotto sul pigiama.

“Te lo avevo detto che quello aveva gli occhi troppo furbi,” mormorò.

“Stasera non me lo dica, Mirella.”

“Hai ragione. Te lo dico domani.”

E prese una valigia.

Alle 23:12 la macchina era piena.

Scatoloni sul sedile dietro.

Valigie nel bagagliaio.

La tazza “il capo” infilata in una borsa tra le scarpe.

Guidai verso casa di Lara.

Non era lontana.

Un palazzo nuovo, intonaco chiaro, balconi con le fioriere tutte uguali, cancello automatico, videocitofono lucido.

Il tipo di posto dove la gente pulisce il pianerottolo anche se non è il suo turno, purché qualcuno veda.

Marco una volta mi ci aveva fatto passare davanti.

“Qui abita una collega,” disse, senza guardarmi.

Io avevo annuito.

Le donne sanno.

A volte fingono di non sapere perché la verità costa più del dubbio.

Quella sera il cancello era socchiuso.

Un uomo usciva con il cane.

Io entrai.

Terzo piano.

Interno sette.

Dalla porta arrivavano musica bassa e risate.

La risata di Lara la riconobbi subito.

Alta.

Piena.

Sicura.

Cominciai a portare su gli scatoloni.

Uno.

Due.

Tre.

Alla quarta salita sudavo sotto il cappotto.

Alla sesta mi faceva male la schiena.

Alla settima sentii la voce di Marco dietro la porta.

Rideva.

Disse qualcosa che non capii.

Poi una donna rispose:

“Povera Teresa, però.”

Povera Teresa.

Fu lì che mi passò anche l’ultima tristezza.

Impilai tutto davanti alla porta, in ordine.

Non come una pazza.

Non come una disperata.

Come una donna che sa fare le cose bene anche quando le stanno rompendo il cuore.

In cima misi una busta.

Dentro scrissi:

“Le cose di Marco. Stanotte resta da te. Da domani anche. Teresa.”

Firma semplice.

Pulita.

Poi fotografai tutto.

Non per vendetta.

Per memoria.

Perché quando il giorno dopo qualcuno avrebbe detto “Teresa ha esagerato”, io avrei ricordato a me stessa che avevo solo seguito le indicazioni.

Alle 23:58 ero di nuovo a casa.

A mezzanotte e dieci chiamai un fabbro che faceva urgenze notturne.

Mi costò caro.

Molto caro.

Ma ci sono soldi che sembrano buttati e invece sono il prezzo della dignità.

Alle 00:46 la serratura era nuova.

Il codice del portone cambiato.

Il mazzo di chiavi di scorta recuperato dalla portinaia.

Cancellai Marco dall’abbonamento della palestra che pagavo io.

Dalla tessera del cinema.

Dall’account della piattaforma di film.

Dalla carta prepagata per le emergenze, quella che lui usava “solo quando proprio non poteva farne a meno”.

Controllai il conto corrente.

Bloccai la carta secondaria.

Cambiai le password.

Mentre facevo tutto questo, il telefono cominciò a illuminarsi.

Marco.

Una chiamata.

Due.

Cinque.

Poi messaggi.

“Che cosa hai fatto?”

“Non sei normale.”

“Apri subito.”

“Mi hai messo in imbarazzo.”

“In imbarazzo.”

Ecco il punto.

Non gli importava di avermi tradita.

Gli importava che la bella figura fosse crollata davanti alla porta di Lara.

All’una e venti suonò il campanello.

Poi colpi.

Forti.

“Teresa! Apri!”

Io rimasi seduta al tavolo della cucina, con una tazza di camomilla tra le mani.

Avevo buttato le zucchine bruciate.

Avevo lavato la padella.

La casa sapeva ancora un po’ di fumo, ma non di lui.

“Teresa, non fare la ragazzina! Dobbiamo parlare!”

Mi avvicinai alla porta.

Non aprii.

Scrissi un messaggio:

“Hai scelto dove dormire. Io ti ho aiutato a trasferirti.”

Dall’altra parte ci fu silenzio.

Poi una bestemmia soffocata.

Poi altri colpi.

Dal pianerottolo arrivò la voce del signor Aldo.

“Marco, è tardi. Qui c’è gente che domani lavora.”

“Non si immischi!”

“Mi immischio se batti alla porta di una donna alle due di notte.”

Quella frase mi scaldò più della camomilla.

Per anni avevo pensato che nel condominio ognuno si facesse gli affari suoi.

Invece no.

Certe persone stanno zitte finché non serve.

Poi escono in ciabatte e diventano muro.

Marco se ne andò alle due e quaranta.

Ma non smise.

Alle sette del mattino chiamò sua sorella.

Poi un cugino.

Poi una sua amica.

Tutti con la stessa musica:

“Avete l’età per chiarirvi.”

“Non buttare via tre anni.”

“Gli uomini sbagliano.”

“Tu sei sempre stata troppo orgogliosa.”

Alle otto e mezza chiamò sua madre.

Novantadue anni, poveretta, ospite di una casa per anziani in collina.

Non risposi.

Non ce l’avevo con lei.

Ma sapevo che Marco era capace di usare anche la voce tremante di sua madre come grimaldello.

Alle nove mi chiamò invece sua figlia, Chiara.

Quarant’anni, due figli, sempre gentile con me quando veniva a pranzo.

Risposi.

“Teresa,” disse piano, “papà dice che l’hai buttato fuori senza motivo.”

Io chiusi gli occhi.

“Ti ha detto del messaggio?”

Silenzio.

“Quale messaggio?”

Glielo mandai.

Passarono due minuti.

Poi cinque.

Alla fine Chiara richiamò.

La sua voce era cambiata.

“Mi dispiace.”

“Anche a me.”

“Lara è quella del suo ufficio?”

“Sì.”

Lei sospirò come chi non è sorpresa, ma solo stanca.

“Mamma diceva sempre che papà aveva due facce. Io speravo che con te fosse diverso.”

Quella frase mi fece male in un modo strano.

Perché non ero stata l’unica.

E, nello stesso tempo, lo ero stata abbastanza da dovermi salvare.

A mezzogiorno Lara mi chiamò da un numero sconosciuto.

Risposi solo perché volevo sentire fin dove arrivava il coraggio.

“Teresa, sono Lara.”

“Lo so.”

“Guarda che hai fatto una scenata fuori luogo. Marco era da me per parlare di lavoro. Ha dormito sul divano.”

“E tu ridi sempre così forte quando lavori?”

Silenzio.

“Non permetterti.”

“No, Lara. Non permetterti tu. Non permetterti di chiamare povera una donna mentre ospiti il suo compagno in casa tua di notte.”

La sentii deglutire.

Poi disse la frase più vecchia del mondo:

“Non è come pensi.”

Io sorrisi, ma senza gioia.

“Non ti preoccupare. Ora è come vuoi tu.”

Chiusi.

Il pomeriggio arrivò la parte peggiore.

Il paese dentro la città.

Perché anche in un quartiere di Bologna, tra palazzi e tangenziali, la gente sa ancora fare piazza.

La portinaia mi guardò con pietà.

La farmacista mi strinse la mano un secondo in più.

Al forno, la ragazza mi mise un panino in più nel sacchetto.

“Glielo offro io, signora Teresa.”

Io dissi no.

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