Una signora disse che aveva paura dei cani.
Un familiare disse che il parcheggio non era un luogo adatto.
Qualcuno si lamentò del rumore della macchina di Luca.
Una settimana dopo comparve un foglio vicino all’ascensore.
“Per ragioni di sicurezza e igiene non è consentito introdurre o sostare con animali negli spazi della struttura e nelle aree esterne di pertinenza.”
Lo lessi tre volte.
Sembrava scritto apposta per Barnaba.
Quella domenica aspettai Luca fuori.
Gli mostrai il foglio.
Lesse in silenzio.
«Quindi?»
«Potrebbero chiederti di non tornare.»
Guardò dentro la macchina.
Barnaba dormiva.
«Hanno regole per tutto.»
Non c’era rabbia nella sua voce.
Peggio.
C’era rassegnazione.
Chiesi un colloquio con la direttrice.
Aveva poco più di cinquant’anni, capelli perfetti e occhi stanchi.
«Capisco il suo affetto, signor Arturo», disse. «Ma dobbiamo pensare a tutti. Allergie, sicurezza, igiene, responsabilità.»
«Barnaba non entra neanche dentro.»
«Anche il parcheggio appartiene alla struttura.»
«E io?»
Lei rimase in silenzio.
«Anch’io appartengo alla struttura?»
Abbassò gli occhi.
«Non volevo dire questo.»
«Lo so.»
Mi appoggiai al bastone.
«Ma sa qual è il problema? Qui ci occupiamo molto bene dei corpi. Pressione, medicine, pasti, doccia. Però un uomo non è soltanto un corpo che prende pastiglie.»
Lei smise di scrivere.
«Barnaba mi conosceva prima del bastone. Prima dell’ictus. Prima che tutti cominciassero a chiamarmi “signor Arturo” invece di Arturo. Quando mi guarda, io non sono un paziente.»
La direttrice respirò lentamente.
«Mi dispiace.»
«Anche a me.»
Ma la regola rimase.
Sara mi telefonò quella sera.
«Papà, perché devi sempre complicare tutto?»
«Vorrei vedere il mio cane.»
«Ci sono altre persone.»
«Ci sono sempre altre persone quando bisogna dire no a qualcuno.»
Sospirò.
Poi disse:
«E poi questo Luca… sei sicuro? Non lo conosci davvero.»
Capivo cosa voleva dire.
Tatuaggi.
Macchina vecchia.
Vestiti trasandati.
Avevo pensato le stesse cose.
E mi vergognai.
«Nemmeno io lo conoscevo», dissi. «Ma quando avevo bisogno, lui c’era.»
Due giorni dopo chiamò Davide.
«Papà, lo vedi? È per questo che dicevo che sarebbe stato meglio evitare tutto. Barnaba è vecchio. Ogni settimana sarà un problema.»
Mi sentii stringere lo stomaco.
«Tu continui a chiamare “problema” tutto ciò che richiede tempo.»
«Non è vero.»
«Allora dimmi l’ultima volta che hai avuto tempo per sederti un’ora senza guardare il telefono.»
Silenzio.
«Noi abbiamo sistemato la casa. Abbiamo trovato una struttura buona. Abbiamo fatto tutto.»
Tutto.
Quella parola.
«Avete sistemato le cose», risposi. «Non me.»
Riattaccò poco dopo.
La domenica seguente Luca non arrivò.
Aspettai dalle due alle quattro vicino alla finestra.
Guardavo famiglie entrare con sacchetti di paste e uscire quaranta minuti dopo.
Alle quattro e venti il telefono vibrò.
Era un messaggio.
“Mi hanno detto che se torno mi fanno allontanare. Non voglio creare problemi. Barnaba sta bene.”
Lessi quelle parole e sentii una rabbia che non provavo da anni.
Ma invece di gridare, quella sera scesi in sala da pranzo.
Mi sedetti al tavolo di tre donne che mangiavano sempre insieme.
«Avete mai avuto animali?»
Delia, ottantadue anni, scoppiò a ridere.
«Io ho avuto un gatto diciannove anni. Quando sono finita qui mia figlia l’ha dato a una conoscente.»
«Lo vede?»
Il sorriso sparì.
«Mai.»
Giuliana teneva gli occhi sul piatto.
«Mio figlio ha detto che il mio cane era scappato durante il mio ricovero. Sei mesi dopo ho scoperto che l’aveva regalato.»
La terza donna, Maria, non disse niente.
Ma smise di mangiare.
Le tremava il mento.
Guardai quelle donne.
E capii che Barnaba non era soltanto Barnaba.
Era tutto quello che ci veniva tolto nel nome della praticità.
La macchina.
La casa.
Le chiavi.
Gli animali.
Le decisioni.
Pezzo dopo pezzo.
«E se chiedessimo una zona per le visite con gli animali?» proposi. «Un’ora alla settimana. Fuori. Con prenotazione.»
Delia mi fissò.
Poi sorrise.
«Arturo, vuoi fare la rivoluzione?»
«No. Voglio vedere il mio cane.»
In tre giorni raccogliemmo trentanove firme.
Poi quarantadue.
Qualcuno non era d’accordo.
Un signore con problemi respiratori disse che gli animali gli davano fastidio.
Aveva ragione anche lui.
Un’altra signora temeva che il personale avrebbe avuto altro lavoro.
Aveva ragione pure lei.
La vita vera non è fatta di buoni da una parte e cattivi dall’altra.
È fatta di bisogni che si scontrano.
Così modificammo la proposta.
Zona esterna separata.
Animali al guinzaglio.
Orari limitati.
Niente accesso agli spazi comuni.
Pulizia a carico dei familiari.
Non volevamo vincere contro qualcuno.
Volevamo trovare un modo per non perdere tutti.
La direttrice convocò una riunione.
La sala attività era piena.
Mi alzai con il bastone.
«Io ho lavorato trentasette anni in fabbrica», dissi. «So che le regole servono. Ho visto cosa succede quando non si rispettano.»
Qualcuno annuì.
«Ma una regola dovrebbe proteggere le persone. Non dovrebbe farle smettere di vivere.»
La stanza diventò silenziosa.
«Qui molti di noi hanno perso la casa, la macchina, l’autonomia. Non per colpa di qualcuno. Succede. Si invecchia.»
Guardai Delia.
Maria.
Giuliana.
«Ma se possiamo ancora tenere una mano, accarezzare un cane, sentire qualcosa che ci appartiene… perché dobbiamo rinunciarci automaticamente?»
Qualcuno applaudì.
Prima una persona.
Poi altre.
La direttrice non sorrise.
Ma vidi che aveva gli occhi lucidi.
«Valuteremo la proposta.»
Tre giorni dopo, però, accadde qualcosa che rese tutto il resto secondario.
Luca mi chiamò alle sei del mattino.
«Signor Arturo… Barnaba non mangia.»
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