Una storia italiana vecchia quanto le case con i mobili coperti dai teli.
Un uomo solo.
Un cane.
Poi l’ospedale.
Il funerale.
I figli che vivono lontano.
L’appartamento da svuotare.
E in mezzo a tutto quello, un animale che non capisce perché la persona con cui ha vissuto non torna più.
«È cattivo?»
«No.»
«È malato?»
«Ha qualche dolore alle articolazioni. È anziano.»
«Allora perché nessuno lo prende?»
Carla si abbassò accanto a Matteo.
«Perché spesso le persone cercano cani più giovani.»
Matteo guardò Ettore.
Il cane batté ancora una volta la coda.
Toc.
Poi mio figlio fece la seconda domanda.
Quella sotto la prima.
«Quanto costa adottarlo?»
«Cinquanta euro anche lui. Però per i cani anziani a volte possiamo—»
«Li pago io.»
Io intervenni subito.
«Matteo, aspetta.»
Nella mia testa era già partito l’allarme.
Due cani?
No.
Vivevamo in un appartamento con un balcone piccolo.
Avevamo parlato di un cane.
Uno.
Stavo già preparando il discorso.
Poi Matteo disse:
«Non voglio portarlo a casa.»
Mi fermai.
«Come?»
«Io ho scelto il mio.»
Indicò verso il box del cane marrone.
«Voglio pagare Ettore per la prossima persona.»
Carla non capì.
Nemmeno io.
Matteo aprì il sacchetto.
«Se pago io i cinquanta euro, quello che viene dopo può adottarlo senza pagare, giusto?»
Carla lo fissava.
«Beh… sì.»
«Allora magari qualcuno lo sceglie.»
Silenzio.
Uno di quei silenzi che fanno più rumore di cento cani che abbaiano.
Matteo continuò.
«Forse la gente pensa che è vecchio e costa come quello giovane.»
Parlava senza accusare nessuno.
Come se stesse spiegando una sottrazione.
«Con quello giovane hai tanti anni. Con Ettore magari meno. Allora scelgono quello giovane.»
Carla annuì lentamente.
«Può essere.»
«Ma se Ettore è già pagato cambia.»
Tirò fuori cinquanta euro.
Li mise sul bancone più vicino.
«Uno magari viene per guardare un altro cane, vede che per lui ha già pagato qualcuno e si ferma.»
Carla aveva gli occhi lucidi.
Io sentii qualcosa stringermi la gola.
Mio figlio aveva impiegato due anni per raccogliere quei soldi.
Cinque euro alla volta.
Compleanni.
Lavoretti.
Caramelle non comprate.
Giochi lasciati sullo scaffale.
E stava consegnando cinquanta euro per un cane che non avrebbe portato a casa.
Che forse non avrebbe mai più visto.
«Sei sicuro?» gli chiesi.
Matteo mi guardò quasi infastidito.
«Mamma, i soldi li avevo messi da parte per i cani.»
Non disse “per il mio cane”.
Disse “per i cani”.
Carla appoggiò una mano sul bancone.
«Tesoro, è una cosa bellissima. Ma non devi sentirti obbligato.»
«Non sono obbligato.»
«Puoi tenerti i soldi.»
«Lo so.»
«Potresti comprare la cuccia, i giochi, il guinzaglio.»
Matteo indicò me.
«La mamma ha detto che compriamo le cose necessarie insieme.»
Grazie, figlio mio.
Aveva usato una mia frase contro di me.
Carla rise mentre si asciugava un occhio.
Poi prese i cinquanta euro.
«Va bene. Questi sono per Ettore.»
Matteo guardò dentro il sacchetto.
Centocuaranta euro.
Li contò.
Io ormai lo conoscevo.
Quando iniziava a contare in silenzio significava guai.
Alzò la testa.
«Ce ne sono altri?»
Carla lo fissò.
«Altri cosa?»
«Cani vecchi. Che sono qui da tanto.»
Questa volta fui io a chiudere gli occhi per un secondo.
Carla guardò verso il corridoio.
«Sì.»
Ce n’erano altri.
Naturalmente.
C’era Nina.
Una meticcia color miele, dodici anni, il muso quasi completamente bianco.
Era arrivata otto mesi prima dopo che la proprietaria, una vedova, era stata trasferita in una struttura assistita.
I figli vivevano in altre regioni.
Nessuno poteva occuparsi del cane.
Matteo si accovacciò.
Nina venne verso di lui lentamente.
Lui le parlò sottovoce.
Non sentii cosa disse.
Poi tornò da Carla.
Altri cinquanta euro.
«Per lei.»
Restavano novanta euro.
Il terzo si chiamava Bruno.
Un vecchio incrocio da pastore, undici anni, grosso, con un’andatura rigida e un carattere tranquillo.
Era lì da quasi un anno.
Matteo rimase davanti al suo box più a lungo.
Bruno gli appoggiò il muso contro la rete.
Mio figlio mise la mano dall’altra parte.
«Anche lui.»
Altri cinquanta.
Restavano quaranta euro.
Matteo li contò.
Una volta.
Poi ancora.
Guardò Carla.
«Non bastano per un altro.»
Non dimenticherò mai il tono con cui lo disse.
Era la prima volta quella mattina che sembrava davvero triste.
Non perché aveva speso quasi tutti i suoi risparmi.
Perché gli mancavano dieci euro per aiutare un quarto cane.
«Matteo…»
«Ce ne sono altri, vero?»
Carla non rispose subito.
«Sì.»
Lui abbassò gli occhi.
«Ho finito.»
Mi inginocchiai davanti a lui.
Avevo quarantasette anni e, in quel momento, mi sentii improvvisamente piccola davanti a mio figlio di nove.
Gli presi le spalle.
«No.»
Mi guardò.
«Hai detto che ce ne sono altri.»
«Matteo, ascoltami. Tu non hai finito. Hai fatto quello che potevi con quello che avevi.»
«Ma non basta.»
Quella frase mi entrò nel petto.
Quante volte l’avevo pensata anch’io?
Da figlia.
Da moglie.
Da madre.
Non basta.
Non basta il tempo per stare vicino ai genitori quando invecchiano.
Non bastano i soldi per aiutare tutti.
Non basta una domenica per tenere insieme una famiglia che durante la settimana corre in quattro direzioni diverse.
Non bastano le telefonate.
Non bastano le scuse.
Non basta mai niente, se guardi soltanto ciò che rimane da fare.
Gli dissi:
«Guarda quello che hai fatto, non quello che manca.»
Matteo si voltò verso i box.
Ettore.
Nina.
Bruno.
Tre cani anziani.
Tre quote pagate.
Tre possibilità in più.
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