Lucia gli diede uno schiaffo.
Il suono rimbombò tra le vetrine.
Giordano non reagì.
«Carlo cercava Roberto,» disse Lucia con la voce rotta. «Per anni. Diceva che la storia della fuga non aveva senso.»
«Lo so.»
«Mio fratello è finito lì perché tu hai taciuto?»
«Non lo so. Ma può essere.»
Lucia sollevò di nuovo la mano.
Poi la lasciò cadere.
«Ti ammazzerei.»
«Ne avresti il diritto.»
«No. Il diritto sarebbe stato avere la verità.»
Quelle parole fecero più male dello schiaffo.
Giordano si voltò verso la folla.
Vide volti conosciuti.
Il farmacista.
La maestra in pensione.
Il macellaio.
La signora che abitava sopra il bar.
Persone con cui aveva condiviso battesimi, matrimoni, condoglianze e discussioni sui parcheggi.
Il quartiere intero sembrava essersi raccolto lì per assistere alla caduta della sua bella figura.
Per una vita, Giordano era stato considerato un uomo serio.
Uno che pagava i debiti.
Uno che non alzava la voce.
Uno che aveva cresciuto una figlia perbene.
Nessuno sapeva che la sua rispettabilità era costruita sopra il silenzio di un altro uomo.
Il tecnico fece un passo avanti.
«Questa conversazione deve terminare. Le persone coinvolte devono essere trasferite.»
«Dove?» chiese Sara.
«In una struttura adeguata.»
«Quella da cui sono fuggite?»
L’uomo non rispose.
Mancini, il geometra, si spostò davanti a Roberto.
Poco prima aveva spinto tutti per salvarsi.
Ora allargò le braccia.
«Prima diteci chi siete.»
Il proprietario della tavola calda lo raggiunse.
Poi i due muratori.
La commessa della profumeria.
I ragazzi che avevano spostato le panchine.
Una alla volta, decine di persone formarono una barriera umana.
Non conoscevano Roberto.
Non conoscevano Carlo.
Non comprendevano ciò che stava succedendo.
Ma avevano capito una cosa semplice.
Sette persone terrorizzate stavano per essere portate via contro la propria volontà da uomini che rifiutavano persino di chiamarle per nome.
«Spostatevi,» ordinò il tecnico.
Nessuno si mosse.
Lucia si mise davanti a suo fratello.
«Per prendere Carlo dovete passare sopra di me.»
«Signora, la vicinanza è pericolosa.»
«Sono quattro anni che vivo senza sapere dove fosse. Il pericolo l’ho già conosciuto.»
Il bambino che Giordano aveva salvato indicò Roberto.
«Quell’uomo è cattivo?»
Sua madre, ancora stordita, si era ripresa e sedeva appoggiata al pilastro.
Guardò Roberto.
Poi guardò Giordano.
«No,» disse. «Credo che sia molto spaventato.»
Il bambino scese dalle sue ginocchia.
Fece un passo verso Roberto.
La madre trattenne il respiro.
«Tommaso, fermati.»
Il bambino si fermò a qualche metro dall’uomo pallido.
Posò a terra un piccolo dinosauro di plastica che aveva tenuto stretto per tutto il tempo.
«Questo mi aiuta quando ho paura,» disse.
Roberto abbassò lo sguardo.
Le mani smisero di tremare per un istante.
Uno dei tecnici sollevò nuovamente lo strumento.
Sara gridò:
«Non lo attivi!»
Troppo tardi.
Un suono acuto attraversò il centro commerciale.
I sette si piegarono contemporaneamente.
Le luci esplosero.
Le vetrine tremarono.
Centinaia di persone sentirono la pressione invadere la testa.
Giordano cadde in ginocchio.
La folla urlò.
Roberto alzò il viso.
Per un secondo, nei suoi occhi non ci fu più paura.
Ci fu rabbia.
Una rabbia accumulata in trentacinque anni di porte chiuse.
Il tecnico che teneva lo strumento crollò a terra.
Gli altri due indietreggiarono.
Le saracinesche iniziarono ad alzarsi e abbassarsi da sole.
Gli altoparlanti si accesero con un boato.
Una voce deformata riempì il centro commerciale.
«Basta.»
Era la voce di Roberto.
Non usciva soltanto dalla sua bocca.
Usciva da ogni altoparlante.
Da ogni telefono.
Da ogni cassa del cinema.
«Basta.»
Le persone si coprirono le orecchie.
«Roberto!» gridò Giordano. «Guardami!»
L’uomo non reagì.
Le altre sei persone si avvicinarono a lui.
La pressione aumentò.
Sara cadde.
Lucia barcollò, ma rimase in piedi.
«Carlo!» urlò. «Ricordi la mamma? Ricordi la cucina vecchia? La domenica faceva le tagliatelle e tu rubavi il ripieno dei tortellini!»
Carlo sollevò la testa.
Lucia continuò.
«Ricordi quando papà comprò il televisore a colori? Tutto il condominio veniva a vedere il festival nel nostro salotto! Tu ti sedevi per terra perché lasciavi la sedia alla signora Ada!»
Carlo mosse le labbra.
«Ada russava.»
Lucia scoppiò a ridere e piangere insieme.
«Sì. Russava sempre.»
La pressione diminuì leggermente.
Giordano capì.
Non servivano ordini.
Servivano ricordi.
Serviva qualcosa che legasse quelle persone alla vita da cui erano state strappate.
«Roberto!» gridò. «La scatola dietro la chiesa!»
Gli occhi dell’uomo si spostarono verso di lui.
«Dentro c’era la medaglia di tuo nonno. Dicevi che un giorno l’avresti data a tuo figlio.»
Roberto tremò.
«Tu volevi cantare alla festa di San Michele. Avevi paura di salire sul palco. Carlo ti spinse fuori dalla tenda e tu cantasti comunque.»
Il ronzio diminuì.
«Tua madre faceva il sugo alle sei del mattino. Tutto il vicolo sapeva quando era domenica a casa Santi.»
Una lacrima attraversò il viso pallido di Roberto.
Giordano si alzò lentamente.
«Io ti ho lasciato solo.»
Fece un passo avanti.
Lucia cercò di fermarlo, ma lui continuò.
«Avevamo promesso che non sarebbe successo.»
Un altro passo.
Sentiva la testa pulsare.
Le ginocchia cedere.
«Non ti chiedo di perdonarmi.»
Roberto lo osservava.
«Ti chiedo di non diventare ciò che loro hanno fatto di te.»
Il tecnico a terra cercò di raggiungere lo strumento.
Mancini gli mise un piede sopra.
«Lasci perdere.»
Giordano arrivò a pochi centimetri da Roberto.
Vide le rughe sul suo viso.
Le cicatrici dietro le orecchie.
I segni lasciati da anni che nessuno avrebbe potuto restituirgli.
«Sono qui,» disse.
Roberto sollevò una mano.
La posò sulla guancia di Giordano.
Tutta la sua vita gli esplose dentro.
La madre che aspettava dietro la finestra.
Il padre che moriva senza sapere.
Le stanze bianche.
Le prove.
Il dolore.
I tentativi di fuga.
Carlo arrivato anni dopo, rinchiuso perché aveva scoperto troppo.
Gli altri cinque, raccolti da famiglie che avevano firmato documenti senza capire.
Il mondo esterno ridotto a fotografie e voci lontane.
Giordano pianse.
«Mi dispiace.»
Roberto lo guardò.
«Trentacinque anni.»
«Lo so.»
«Trentacinque anni.»
«Lo so.»
«Mamma?»
Giordano abbassò gli occhi.
«È morta sette anni fa.»
Roberto chiuse le palpebre.
Le gambe gli cedettero.
Giordano lo afferrò prima che cadesse.
Gli altri sei si accasciarono lentamente, ma non persero conoscenza.
Il ronzio cessò.
Le luci tornarono normali.
Le saracinesche si sollevarono.
Tutti i telefoni ripresero a funzionare nello stesso momento.
Decine di suonerie riempirono l’aria.
Fuori si udirono le sirene.
Ambulanze.
Vigili del fuoco.
Forze dell’ordine.
Giornalisti arrivati dopo che alcuni ragazzi erano riusciti a trasmettere brevi filmati.
Gli uomini in tuta tentarono di andarsene.
La folla li bloccò.
Nessuno li colpì.
Nessuno cercò vendetta.
Semplicemente, non permise loro di sparire.
La verità, quella volta, non sarebbe stata sepolta dietro una porta chiusa.
Le persone svenute si ripresero una dopo l’altra.
Confuse.
Stanche.
Ma vive.
Roberto e gli altri sei furono accompagnati in ospedale sotto la sorveglianza di medici indipendenti e familiari.
Lucia salì sull’ambulanza con Carlo.
Prima di chiudere la porta guardò Giordano.
Non c’era perdono nei suoi occhi.
Non ancora.
Forse non ci sarebbe mai stato.
«Domani vieni a casa mia,» disse.
Giordano annuì.
«Perché?»
«Racconterai tutto. Dall’inizio. Davanti a me, a Carlo e a tua figlia.»
Giordano deglutì.
«Va bene.»
«E non provare a proteggere la tua reputazione.»
«Non ne ho più una.»
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