La settimana dopo, davanti allo stesso supermercato, Tommaso mi guardò serio e disse:
“Te la ricordi la crema col tappo rosso, oppure facciamo un’altra figuraccia?”
Aveva ancora il suo cappellino storto e gli stessi stivaletti con i dinosauri.
Io avevo ancora la stessa faccia da uomo che dorme poco, pensa troppo e si dimentica sempre almeno una cosa importante.
Però quella sera, nel parcheggio, non ero uguale a quello del venerdì prima.
Avevo in tasca un bigliettino piegato quattro volte.
C’era scritto:
crema tappo rosso,
biscotti rotondi,
mele piccole,
latte,
pane morbido.
Me l’aveva dettato lui il martedì, con una serietà da capofamiglia.
“Scrivilo bene,” mi aveva detto. “Perché poi dici che non te lo ricordi.”
L’avevo scritto.
Anche se la verità è che non avevo paura di dimenticare la crema.
Avevo paura del resto.
Avevo paura del corridoio dei biscotti.
Della cassa.
Del parcheggio.
Di quella stretta improvvisa che ti prende quando tuo figlio dice una cosa semplice e ti accorgi che dentro c’è un dolore molto più grande.
Durante la settimana era andata un po’ meglio.
Un po’.
Che quando vivi con un bambino di quattro anni e con un lutto da portarti in giro in mezzo alla cucina, al bucato e alle scarpe da allacciare, “un po’ meglio” non è poco.
Il lunedì aveva protestato per il maglione.
Il martedì aveva detto che il mio sugo era “triste”.
Il mercoledì mi aveva chiesto se la mamma, da dov’era, sapeva che lui aveva perso una macchinina sotto il divano.
Il giovedì non aveva pianto per addormentarsi.
Solo si era girato tre volte nel letto e poi aveva detto:
“Tu però la storia del lupo la fai male.”
“Lo so,” gli avevo risposto.
“Ma almeno il lupo lo fai.”
Ci aveva pensato due secondi.
Poi aveva detto:
“Sì. Però ancora male.”
E io avevo riso.
Una risata vera, per la prima volta da giorni.
Così il venerdì dopo ci eravamo tornati.
Perché le cose che fanno paura a volte bisogna rifarle.
Piano.
Senza eroismi.
Solo per smettere di tremare ogni volta.
Appena scesi dalla macchina, Tommaso mi prese la mano.
Non con la mano morbida di quando è tranquillo.
Con quella stretta piccola e forte di quando fa finta di niente ma in realtà no.
“Entriamo veloci,” disse.
“Entriamo veloci,” ripetei.
Nel reparto frutta andò tutto bene.
Scegliemmo le mele piccole, “quelle che non sembrano da grandi”, come diceva lui.
Poi prendemmo il pane morbido.
Poi il latte.
Io cominciai perfino a illudermi.
Che magari il peggio era passato.
Che magari bastava ricordarsi il tappo rosso e i biscotti rotondi per far rientrare la vita nei binari.
Sono pensieri stupidi.
La vita, quando si rompe, non torna a posto perché hai preso i biscotti giusti.
Si sistema a pezzetti.
E a volte proprio quando pensi di aver capito qualcosa, inciampi in un dettaglio minuscolo.
Il dettaglio arrivò al corridoio delle merendine.
Tommaso si fermò di colpo.
Non davanti ai biscotti.
Davanti a una scatola di tortine con la glassa sopra.
Le guardò senza parlare.
Io lo conoscevo quel silenzio.
Molto più degli urli.
Gli urli almeno escono fuori.
Quel silenzio invece resta dentro e ti fa sentire tutto lo sforzo che sta facendo un bambino per non crollare.
“Tommaso?” dissi piano.
Lui non si mosse.
“La mamma le prendeva quando aveva la febbre,” disse.
Mi si fermò il respiro per un secondo.
Era così.
Le prendeva davvero.
Ne scartava una piano, la metteva in un piattino piccolo e diceva sempre:
“Solo metà, sennò poi dici che ti fa male la pancia e facciamo teatro fino a mezzanotte.”
Lui mangiava la metà.
Poi chiedeva l’altra metà.
E faceva teatro lo stesso.
Me lo ricordavo benissimo.
E per una volta non era un ricordo sfocato.
Era preciso.
Nitido.
Con la sua voce dentro.
Tommaso allungò una mano verso la scatola, poi la ritirò.
“Non le voglio,” disse.
“Va bene.”
“Perché se le prendo poi mi viene da piangere.”
“Va bene anche questo.”
Mi guardò storto, quasi infastidito.
Forse si aspettava che gli dicessi di non fare storie.
Che non era niente.
Che dovevamo sbrigarci.
Le frasi che si dicono quando non si sa che altro fare.
Invece restai lì.
Con il carrello fermo.
La ruota che cigolava appena.
La gente che passava.
Una signora con due bottiglie d’acqua.
Un uomo con il telefono all’orecchio.
La vita che continuava normale accanto a noi, come fa sempre.
“Allora non le prendiamo,” dissi.
Tommaso abbassò gli occhi.
“Però mi mancano.”
“Io lo so.”
“Anche a te?”
La domanda arrivò così, senza avviso.
Come arrivano sempre le più difficili.
Anche a te?
Non sua mamma.
Non il passato.
Non la casa di prima.
Anche a te?
Mi piegai un po’ per guardarlo meglio.
“Sì,” gli dissi. “Anche a me.”
Lui si strinse nelle spalle.
“Tu però non piangi quasi mai.”
Ci pensai.
A quella frase.
A tutto quello che ci stava dentro.
Il modo in cui i bambini ti guardano per capire come si sopravvive.
Il modo in cui imparano il dolore guardando la faccia di chi resta.
“Non è perché non mi viene,” gli dissi.
“E allora perché non lo fai?”
Perché se comincio ho paura di non smettere, pensai.
Perché qualcuno deve fare i panini, trovare i calzini, portarti all’asilo, ricordarsi il pediatra, rispondere alle carte, aprire le finestre, chiuderle, vivere anche quando non ne ha voglia.
Perché certe sere, quando finalmente tu dormi, io mi siedo sul bordo del letto e resto fermo a guardare il corridoio buio come se da lì potesse tornare qualcuno.
Ma a lui non dissi tutto questo.
Gli dissi la verità che poteva tenere in mano.
“Perché qualche volta i grandi fanno gli stupidi e pensano di dover essere forti nel modo sbagliato.”
Tommaso ci pensò.
Poi disse:
“Tipo quando hai detto alla signora che non rubi bambini?”
Mi scappò una risata.
“Esatto. Proprio quel tipo di stupidi.”
Lui quasi sorrise.
Quasi.
Poi indicò la scatola delle tortine.
“Ne prendiamo una?”
“Una va bene.”
“Ma la dividiamo.”
“Come si faceva?”
Annuì.
Presi la scatola e la misi nel carrello.
Non fu un gesto enorme.
Nessuna musica.
Nessuna illuminazione.
Solo una scatola di tortine in mezzo al latte e alle mele.
Eppure mi sembrò di avere rimesso insieme un pezzettino minuscolo di qualcosa.
Quando arrivammo al reparto creme, Tommaso corse avanti di due passi.
“Quella!” disse, puntando il dito.
La crema col tappo rosso era lì.
Io la presi come si prende una reliquia.
“Vedi?” disse lui. “Stai imparando.”
“Non montarti la testa,” risposi. “Sono ancora all’inizio.”
Alla cassa andò bene fino a metà.
Poi successe una cosa da niente.
La cassiera passò i biscotti.
Passò il pane.
Passò il latte.
Poi prese la scatola delle tortine e disse:
“Queste sono buone.”
Tommaso si immobilizzò.
Guardò la scatola.
Guardò me.
Poi disse, a voce abbastanza alta da farsi sentire da chi stava dietro:
“Le prendeva la mia mamma quando avevo la febbre, ma adesso è morta.”
Ci fu quel silenzio strano che si crea quando una verità molto grande entra in un posto piccolo.
La cassiera abbassò gli occhi per un attimo.
La persona dietro di noi smise di frugare nel portafoglio.
Io sentii quella fitta che arrivava ancora, anche dopo otto mesi, sempre uguale e sempre diversa.
Tommaso non piangeva.
Era solo fermo.
Con la faccia seria.
Come uno che aveva buttato fuori una pietra troppo grossa e ora stava a vedere dove cadeva.
Allora appoggiai una mano sulla sua schiena.
“Sì,” dissi piano. “Le prendeva lei.”
La cassiera non fece quella faccia di pietà che non sopporto.
Disse soltanto:
“Allora spero che vi facciano bene.”
Era una frase semplice.
E proprio per questo andava bene.
Fuori, nel parcheggio, pioveva meno.
Non abbastanza da dire che fosse bel tempo.
Abbastanza però da non doverci correre dentro.
Stavo caricando le buste nel bagagliaio quando sentii una voce alle spalle.
“Vedo che il tappo rosso è arrivato.”
Mi voltai.
Era la signora del venerdì prima.
Stesso cappotto scuro.
Stessi capelli corti.
Stessa faccia pulita di chi non ha bisogno di fare scena per essere presente.
Tommaso la guardò e si nascose un po’ dietro la mia gamba.
Lei fece un piccolo cenno verso il carrello.
“E i biscotti rotondi pure.”
“Siamo venuti preparati,” dissi.
Lei annuì, come se approvasse un esame passato con il minimo indispensabile ma con dignità.
Poi guardò Tommaso.
“È andata meglio?”
Tommaso ci pensò molto seriamente.
“Un po’.”
Lei disse:
“È già tanto.”
Io volevo ringraziarla meglio.
Dire qualcosa di sensato.
Di profondo.
Mi uscì:
“Ci ha salvato il venerdì.”
Lei scosse appena la testa.
“No. Vi siete salvati da soli. Io al massimo ho dato il nome al problema.”
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.





