Ogni mattina verso la luce: la piccola lezione di Leo che mi ha salvata

Se nella prima parte vi ho raccontato di come Leo si trascinasse ogni mattina verso la luce, allora devo raccontarvi anche quello che successe dopo.

Perché la verità è che non fu solo lui a cambiare.

A un certo punto, senza farmene accorgere subito, cominciai a cambiare anch’io.

Successe in modo piccolo.

Quasi ridicolo.

Non una grande svolta.

Non uno di quei momenti che nei film hanno la musica giusta e una frase memorabile.

Successe che una mattina mi alzai dieci minuti prima.

Solo per sistemargli meglio il cuscino vicino alla portafinestra.

Poi il giorno dopo scossi la tenda per fargli entrare più sole.

Poi spostai una sedia che gli intralciava il passaggio.

Poi comprai al mercato una vecchia passatoia un po’ spessa, di quelle che nessuno vuole davvero, e la misi sul tratto di pavimento che faceva più freddo.

Mi sembrò che lì sopra facesse meno fatica.

Non glielo dissi.

Ma quando lo vidi passarci sopra, centimetro dopo centimetro, come se quella piccola strada fosse stata preparata apposta per lui, mi si strinse la gola.

Cominciai anche a parlargli di più.

Non in quel modo sciocco con cui si parla agli animali quando si è di fretta.

Gli parlavo davvero.

Come si parla a qualcuno che vive con te e si merita la verità.

Gli dicevo quando ero stanca.

Gli dicevo quando mi mancava Catarina.

Gli dicevo persino quando avevo paura del mese che stava per arrivare, delle bollette, del frigorifero mezzo vuoto, di quel senso continuo di stare sempre un passo dietro a tutto.

Lui mi guardava con quei suoi occhi seri.

Poi si girava verso la finestra, come se il suo compito non fosse rispondermi, ma ricordarmi che fuori il mattino stava iniziando lo stesso.

E a poco a poco la casa smise di sembrarmi una sala d’attesa.

Per anni avevo vissuto come se stessi aspettando qualcosa.

Un miglioramento.

Una telefonata.

Una notizia buona.

Una versione più leggera della mia vita.

Con Leo in casa, invece, i giorni non sembravano più in sospeso.

Erano giorni e basta.

Piccoli.

Imperfetti.

Ma veri.

Una mattina pioveva forte.

Non c’era sole sul pavimento, solo una luce grigia che faceva sembrare tutto più freddo.

Pensai che per una volta Leo sarebbe rimasto dov’era.

Invece no.

Lo sentii partire dalla coperta in salotto.

Unghiette sul pavimento, pausa, respiro, altro piccolo strappo in avanti.

Lo guardai arrivare fino alla portafinestra.

Lì si fermò, guardò la pioggia battere sui vetri, e restò immobile.

Non c’era niente di bello, fuori.

Niente passeri.

Niente striscia di sole.

Niente cortile vivo.

Eppure lui aveva fatto tutto quel tragitto lo stesso.

Fu quella mattina che capii una seconda cosa.

Leo non andava alla finestra solo quando il mondo era gentile.

Ci andava anche quando fuori era brutto.

Anche quando non c’era nessuna promessa.

Ci andava perché quello era il suo posto.

Perché quello era il gesto che diceva: io oggi ci sono.

Quella frase, detta da un gatto che non parlava, mi restò addosso per ore.

Qualche giorno dopo successe un’altra cosa.

Stavo bevendo il caffè per terra, come ormai facevo spesso, con la schiena appoggiata al mobile basso della cucina.

Leo era alla finestra, concentrato come sempre.

A un certo punto vidi un movimento nel cortile.

Un bambino.

Avrà avuto nove, forse dieci anni.

Magro, con i capelli troppo lunghi sulla fronte e uno zaino quasi più grande di lui.

Camminava piano.

Non per pigrizia.

Piano e basta, con una gamba rigida e il piede leggermente girato all’esterno.

Ogni passo sembrava studiato prima di essere fatto.

Si fermò proprio davanti alla mia finestra.

Non guardò me.

Guardò Leo.

Leo, dall’altra parte del vetro, si tese appena in avanti.

Per un attimo sembrarono due creature occupate nello stesso lavoro silenzioso.

Il bambino alzò una mano.

Fece un piccolo cenno.

Leo mosse la coda.

Solo una volta.

Il mattino dopo tornò.

E quello dopo ancora.

Sempre alla stessa ora.

Sempre con quel passo attento.

Non suonava.

Non parlava.

Si fermava due secondi, guardava Leo come si guarda qualcuno che si riconosce senza sapere bene perché, poi ripartiva.

Passò quasi una settimana prima che lo vedessi con una donna anziana.

Capelli bianchi raccolti male, borsa della spesa al braccio, faccia buona ma stanca.

Mi vide affacciata e disse:

«Le dispiace se si ferma un momento? Da quando ha visto il suo gatto, la mattina vuole sempre passare di qui.»

Le risposi di no, figurarsi.

Lei sorrise.

«Si chiama Samuele. In questo periodo sta più da me che da sua madre. Io abito sopra, interno tre.»

Samuele non disse niente.

Aveva gli occhi fissi su Leo.

Poi, piano, fece una domanda:

«Ma lui si trascina sempre così?»

Annuii.

«Sempre.»

«E non si arrabbia?»

Ci pensai.

Guardai Leo, che in quel momento stava fissando un piccione come se stesse per partire all’assalto del secolo.

«Non mi pare» dissi.

«Secondo me si concentra su altro.»

La nonna abbassò gli occhi.

Come se quella frase le avesse toccato qualcosa.

Samuele continuò a venire.

A volte solo per pochi secondi.

A volte abbastanza da vedere Leo cambiare posizione, o strofinarsi contro il telaio basso della portafinestra.

Una mattina gli aprii un poco il vetro, giusto uno spiraglio sicuro.

Per far passare la voce.

«Vuoi salutarlo meglio?»

Samuele si avvicinò.

Non entrò.

Restò fuori.

«Ciao, Leo» disse piano.

«Io pure vado piano.»

Non so spiegare perché, ma quelle cinque parole mi fecero quasi più male di un pianto.

La nonna, che si chiamava Teresa, venne a prendermi le uova una sera perché le mancavano per una torta.

Poi me le restituì con due fette avvolte nella carta forno.

Così cominciammo a parlarci.

Sulle scale.

Davanti alle cassette della posta.

Nel cortile.

Scoprii che Samuele aveva avuto un problema a una gamba fin da piccolo.

Niente di pericoloso, mi disse Teresa, ma abbastanza da farlo sentire diverso ogni giorno.

«A scuola non è facile» mi confidò una mattina.

«I bambini sanno essere crudeli anche senza volerlo fino in fondo.»

Io annuii.

Non avevo bisogno di dettagli per capire.

Quello stesso pomeriggio rientrai dal lavoro e trovai un disegno infilato sotto la porta.

C’era Leo.

Fatto con matite consumate e linee tremolanti.

Aveva le zampe posteriori storte, le orecchie enormi e un sole esagerato sopra la testa.

Sotto, in stampatello, c’era scritto:

LEO GUARDA TUTTI DALLA FINESTRA MA NON HA PAURA DI NIENTE

Lo attaccai al frigorifero.

Restò lì per mesi.

Le cose cambiarono ancora il giorno in cui Samuele si mise a piangere nel cortile.

Era un pomeriggio freddo.

Io stavo tornando con due borse leggere e il solito conto mentale delle spese che non tornavano mai del tutto.

Lo vidi seduto sul gradino dell’ingresso.

Non singhiozzava forte.

Piangeva in quel modo trattenuto che mi è sempre sembrato il più triste di tutti.

Con le spalle chiuse e il mento abbassato, come se volesse farsi piccolo.

Teresa era uscita a prendere una medicina.

Lui mi vide e si asciugò la faccia con rabbia.

«Non è niente» disse subito.

Il che, di solito, significa il contrario.

Mi sedetti accanto a lui, appoggiando le borse per terra.

«Va bene.»

Restammo in silenzio un poco.

Poi fu lui a parlare.

«Hanno riso mentre correvamo in palestra» disse.

«Io non correvo bene. Uno ha detto che sembro rotto.»

Mi girai verso il portone chiuso del palazzo.

Verso il mio appartamento al piano terra.

Verso la portafinestra, dietro la quale Leo in quell’ora di solito dormiva o guardava fuori.

Non dissi subito niente.

Perché certe parole, se le dici troppo in fretta, sembrano frasi imparate.

Poi gli chiesi:

«Vuoi vedere una cosa?»

Mi seguì in casa.

Con diffidenza, ma mi seguì.

Leo era vicino alla finestra.

Quando vide entrare il bambino, alzò la testa.

Samuele si accovacciò piano, come se avesse paura di disturbare.

«Anche a lui qualcuno avrebbe potuto dire che era rotto» gli dissi.

«Io l’ho pensato. E mi vergogno ancora di averlo pensato.»

Samuele allungò una mano.

Leo gli toccò le dita col naso.

«Però lui non lo sa» continuai.

«Non sa di essere quello che gli altri chiamerebbero sbagliato. Lui sa solo che ogni mattina vuole arrivare fin lì.»

Samuele guardò la finestra.

Poi guardò di nuovo Leo.

«E ci arriva» sussurrò.

«Sì» dissi.

«Ci arriva.»

Quella sera Teresa bussò per ringraziarmi.

Si vedeva che aveva pianto anche lei, ma di nascosto.

«È da settimane che non raccontava niente» disse.

«Oggi mi ha detto solo: il gatto della signora del piano terra non corre, ma guarda il mondo come se fosse tutto suo.»

Rise mentre lo diceva.

Io quasi no.

Da lì in avanti, Samuele entrò a volte per cinque minuti.

Sempre con Teresa.

Sempre con rispetto.

Si sedeva per terra accanto a Leo e gli raccontava sciocchezze da bambino.

Un compito andato male.

Una maestra troppo severa.

Un compagno che gli aveva chiesto scusa.

Un piccione grasso che la mattina si posava sempre sulla stessa ringhiera.

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