Otto cuccioli tremavano nel gelo, ma ciò che fece l’agente dopo averli trovati commosse tutto il paese

Teresa volle chiamarla Ada, come sua sorella maggiore, morta tanti anni prima.

Otto nomi.

Fulmine.

Miele.

Orso.

Lira.

Nebbia.

Macchia.

Biscotto.

Ada.

Il giorno seguente il paese sapeva già tutto.

Non per qualche comunicato ufficiale.

Perché i paesi sono fatti così.

Il fornaio aveva sentito Teresa.

Teresa aveva parlato con la farmacista.

La farmacista aveva incontrato la maestra in pensione.

Entro mezzogiorno, persino il barbiere aveva un’opinione.

Ma successe una cosa che non mi aspettavo.

Nessuno si limitò a commentare.

Cominciarono ad arrivare cose.

Vecchie coperte pulite.

Asciugamani.

Ciotole.

Guinzagli.

Un pensionato portò una cuccia che aveva costruito anni prima per il suo cane.

La proprietaria del piccolo negozio di alimentari lasciò davanti alla clinica due sacchi di mangime.

Una signora che viveva con una pensione minima arrivò con dieci euro piegati dentro una busta.

«Sono pochi.»

Lucia le rispose:

«Non sono pochi.»

Un falegname offrì di sistemare gratuitamente quattro recinti.

Alcuni ragazzi raccolsero coperte nel quartiere.

Persino il proprietario del bar, che passava le giornate a lamentarsi di tutto, mise sul bancone un barattolo con scritto soltanto:

PER GLI OTTO.

In tre giorni era pieno.

Quella fu la prima volta che pensai che forse quei cuccioli non erano stati trovati soltanto da Teresa.

Forse erano stati trovati da un intero paese che aveva dimenticato, per un po’, quanto fosse capace di prendersi cura di qualcosa insieme.

Intanto io cercavo chi li avesse lasciati.

C’erano tracce di pneumatici.

Una scatola.

Un pezzo di sacco di mangime.

Teresa ricordava un furgone chiaro.

Niente targa.

Niente immagini utili.

Niente nome.

Facevo domande.

Scrivevo.

Tornavo alla cascina.

Ma più l’indagine rallentava, più i cuccioli crescevano.

Il secondo giorno erano più forti.

Il terzo cominciarono ad abbaiare.

Fulmine litigava con il proprio riflesso nella ciotola.

Macchia mordicchiava i lacci delle scarpe.

Orso provava a scavalcare gli altri e si addormentava a metà strada.

Biscotto mangiava come se avesse un appuntamento urgente con il destino.

Eppure una cosa non cambiava.

Non sopportavano di essere separati.

Anna cominciò a notarli con attenzione.

Lira cercava sempre Orso.

Fulmine dormiva accanto a Miele.

Nebbia mangiava meglio se Macchia era vicina.

Ada diventava irrequieta quando Biscotto spariva dalla sua vista.

Un giovane assistente preparò perfino una specie di schema.

Lo chiamammo scherzando “la mappa dei fratelli”.

Ma lo schema mostrava qualcosa di vero.

Dentro il gruppo si erano formate quattro coppie.

Fulmine e Miele.

Orso e Lira.

Nebbia e Macchia.

Biscotto e Ada.

Non le avevamo inventate noi.

Le avevano scelte loro.

Durante una riunione Lucia disse quello che ormai pensavamo tutti.

«Quando saranno adottabili, non possiamo mandarli via uno per uno.»

Anna annuì.

«Con il tempo potrebbero imparare a stare separati. Ma dopo quello che hanno passato, proteggerne il legame è sensato.»

Paolo sbuffò.

«Adottare due cuccioli insieme sarà molto più difficile.»

Mi sentii rispondere prima ancora di pensarci.

«Allora cerchiamo persone disposte ad accoglierne due.»

Tutti mi guardarono.

Lucia sorrise.

«Perfetto, Marco. Vedo che ti sei appena trovato un secondo lavoro.»

Cominciarono le richieste.

Tantissime.

Molte, purtroppo, erano per un solo cane.

«Vorremmo Lira, è così piccola.»

«Orso no, diventerà troppo grande.»

«Possiamo prendere Fulmine senza Miele?»

Una persona chiese:

«Non si abituerà a stare da solo?»

Lucia rispose:

«Probabilmente sì. Ma perché dovremmo obbligarlo, se possiamo trovare un’altra soluzione?»

Non cercavamo persone colpite da una fotografia.

Cercavamo famiglie preparate.

Due animali significavano doppie spese.

Doppia educazione.

Doppie visite.

Doppie ciotole rovesciate.

Doppie scarpe mangiate.

Non era una favola.

Era un impegno.

La prima coppia trovò casa con Roberto e Daniela, entrambi poco più che cinquantenni.

Avevano due figli ormai grandi e una casa con un piccolo giardino.

Daniela osservò Fulmine e Miele dormire appoggiati l’uno all’altra.

«Sono sempre così?»

«Quasi.»

Roberto sorrise.

«Allora verranno insieme.»

Niente esitazioni.

Fulmine e Miele avevano trovato casa.

Per Orso e Lira arrivarono Giorgio e Mariella.

Settant’anni lui.

Sessantasette lei.

Pensionati.

Avevano avuto cani per tutta la vita.

Mariella prese Lira tra le mani.

La piccola cercò immediatamente Orso.

Mariella si voltò.

«Dov’è suo fratello?»

Orso arrivò camminando in modo goffo e si sedette sul piede di Giorgio.

L’uomo rise.

«Ho capito. Uno piccolo e uno grande.»

Poi guardò la moglie.

«Come quando abbiamo preso i gemelli alla comunione e abbiamo detto che sarebbe stata una cosa tranquilla.»

Mariella scoppiò a ridere.

«Tranquilla non è mai stata casa nostra.»

Nebbia e Macchia andarono da Elisa e Francesca, due donne sui quarant’anni che vivevano poco fuori dal centro, con un vecchio cane tranquillo.

Quando i cuccioli provarono a rubargli la cuccia, il cane li osservò con l’espressione rassegnata di un nonno al pranzo della domenica.

Elisa disse:

«Direi che ci siamo.»

Restavano Biscotto e Ada.

Ed era proprio allora che Teresa tornò alla clinica.

Con lei c’era suo nipote Luca, trentadue anni, impiegato in una scuola e proprietario della casa accanto alla piccola abitazione dove Teresa si era trasferita dopo essere rimasta vedova.

«Vorremmo prenderli noi.»

Rimasi sorpreso.

Teresa si strinse nelle spalle.

«Sono stata io a sentirli.»

Guardò Ada.

«Continuo a pensare che forse dovevo sentirli.»

Luca aggiunse:

«Vivrebbero soprattutto con me. Ma la nonna è a dieci metri. In pratica sarebbero di entrambi.»

Ada si avvicinò lentamente alla rete.

Teresa rimase immobile.

La cucciola posò una zampa sulla sua scarpa.

Biscotto, nello stesso momento, infilò la testa nella ciotola vuota.

Teresa rise piangendo.

«Questa è proprio Ada.»

Quattro famiglie.

Quattro coppie.

Otto cuccioli ancora legati.

Ma avevo un dubbio.

Continuavo a chiedermi se bastasse.

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