Pensavo che quel bambino mi rubasse l’amore, invece mi stava cercando

Pensavo che tutto si fosse sistemato lì, in quel corridoio, con un foglio stropicciato e un cuore rosso disegnato male.

Pensavo bastasse un abbraccio a rimettere in ordine quello che avevo sentito per mesi.

Mi sbagliavo.

Perché certe cose, anche quando le capisci, non spariscono in un attimo. Restano addosso ancora un po’. Ti bruciano. Ti fanno vergognare. Ti obbligano a guardarti davvero.

Leo era seduto per terra e colorava con la lingua stretta tra i denti, concentrato come se quel cuore fosse la cosa più importante del mondo.

Marcello gli teneva fermo il foglio con due dita e ogni tanto lo prendeva in giro: “Sei uscito un po’ dai bordi, eh.”

Leo rideva.

Io ero lì accanto a loro, sul divano, e continuavo a sentire il peso dello straccio bagnato nelle mani, anche se non l’avevo più.

Per la prima volta da tanto tempo, però, non mi sentivo esclusa.

Mi sentivo smascherata.

Ed era diverso.

“Cata, me lo tieni tu il pennarello rosso?” mi chiese Leo, alzando la testa.

Cata.

Non so se me lo avesse mai detto prima. Forse sì. Forse no. Ma in quel momento mi arrivò dritto in mezzo al petto.

“Certo,” risposi.

Glielo porsi cercando di non tremare.

Lui finì il cuore, poi guardò il foglio da lontano, con gli occhi stretti, come fanno i grandi quando vogliono controllare se una cosa è venuta bene.

“Adesso sì,” decretò.

Marcello mi guardò di lato. Non disse niente. Ma nei suoi occhi c’era quella calma attenta che ha quando capisce che dentro di me sta succedendo qualcosa di importante e decide di non forzarlo.

Quella mattina pranzammo tardi.

Io tagliai il pane. Marcello apparecchiò. Leo mise i tovaglioli tutti storti e rovesciò quasi di nuovo il bicchiere, salvo prenderlo al volo all’ultimo secondo.

Per un istante, il mio corpo reagì come sempre. Una fitta. Un irrigidimento. Quel vecchio nervoso che mi risaliva dallo stomaco.

Poi Leo scoppiò a ridere da solo e disse: “Stavolta l’ho salvato.”

E io, invece di trattenermi, risi con lui.

Non una risata di cortesia.

Una risata vera.

Fu piccola. Ma vera.

Dopo pranzo, Marcello propose di portare giù la spazzatura e di fare due passi fino al giardinetto dietro casa. Leo corse subito a mettere le scarpe da ginnastica, quelle con i lacci sempre mezzi slacciati.

Mentre lui era in camera, Marcello si avvicinò al lavello, dove stavo sciacquando i piatti.

“Va meglio?” mi chiese piano.

Avrei potuto dirgli di sì.

Avrei potuto cavarmela con una di quelle frasi facili che si dicono per non complicare niente.

Invece chiusi l’acqua e mi voltai.

“Non lo so,” ammisi. “Però oggi ho capito una cosa su di me che non mi piace.”

Marcello non fece la faccia preoccupata. Non fece nemmeno quella di chi vuole subito aggiustare tutto.

Aspettò.

E quella sua attesa, pulita, mi fece venire voglia di essere sincera fino in fondo.

“Non ce l’avevo davvero con lui,” dissi. “Ce l’avevo con quello che provavo io. Con la gelosia. Con il fastidio. Con la sensazione di non contare più.”

Le parole uscirono piano, una dietro l’altra.

“E mi vergogno da morire.”

Marcello si appoggiò al mobile della cucina. Abbassò lo sguardo un secondo, poi tornò a guardarmi.

“Catarina, io credevo che tu stessi facendo tutto con naturalezza.”

Scosse la testa.

“Non perché non ti vedessi stanca. Ti vedevo. Ma pensavo che il problema fosse solo la fatica, non il resto. E forse mi sono abituato troppo in fretta all’idea che tu reggessi tutto.”

Quelle parole mi fecero male.

Ma era un male giusto.

Perché dentro non c’era accusa. C’era verità.

“Io non voglio che tu regga tutto,” continuò. “Non voglio che tu faccia la compagna perfetta. E non voglio che con Leo tu ti senta un’ospite a casa tua.”

Non risposi subito.

Sentivo già Leo trafficare in camera, i cassetti che si aprivano, qualcosa che cadeva a terra, poi il suo “trovate!” gridato a nessuno.

Marcello allungò una mano e mi sfiorò il polso.

“Ma da oggi basta fare finta,” disse. “Tu con me puoi dire anche le cose brutte. Soprattutto quelle.”

Mi si riempirono di nuovo gli occhi.

Annuii.

Questa volta non piansi.

Ma fu solo perché avevo finito le lacrime per qualche ora.

Al giardinetto Leo corse dietro a un pallone mezzo sgonfio trovato vicino a una panchina. Marcello gli stava dietro piano, con quell’aria da padre che finge di essere distratto ma intanto non perde di vista neanche un passo.

Io rimasi un po’ indietro.

L’aria sapeva di terra umida. Le altalene cigolavano. Da un balcone arrivava odore di sugo.

Era tutto normale.

E forse proprio per questo mi si stringeva il cuore.

Quante volte avevo vissuto pomeriggi come quello sentendomi in guerra, mentre fuori il mondo continuava semplicemente a essere un mondo qualunque?

Leo tornò da me col fiatone e i capelli scompigliati.

“Cata, vieni a fare il portiere.”

“Non sono capace,” dissi.

“Non importa. Nemmeno papà è bravissimo.”

Dal fondo, Marcello alzò una mano in segno di protesta.

Io sorrisi.

“Va bene,” dissi.

Presi posizione davanti alla porta immaginaria, cioè due giubbotti appoggiati sull’erba, e Leo iniziò a tirare piano. Poi sempre più forte. Poi troppo forte.

A un certo punto il pallone mi finì su una gamba e io feci una smorfia esagerata, come se mi avesse colpita un camion.

Leo scoppiò a ridere così forte che si piegò in due.

Anche Marcello rise.

E in quella risata semplice, da niente, sentii allentarsi un altro nodo.

La sera, dopo cena, Leo tirò fuori di nuovo il compito dell’albero genealogico.

Era seduto al tavolo della cucina con i pennarelli sparsi dappertutto. Io stavo asciugando una pentola mentre Marcello cercava di convincerlo a lavarsi i denti prima di ricominciare a colorare.

“Un minuto solo,” diceva Leo.

“No, adesso,” diceva Marcello.

“Un minuto.”

“Leo.”

Alla fine intervenni io.

“Fai così. Ti lavi i denti e poi io resto qui a tenere fermi i pennarelli, così nessuno te li tocca.”

Leo ci pensò sopra come se stessimo negoziando una cosa serissima.

“Va bene,” disse infine, e corse in bagno.

Marcello mi guardò con un mezzo sorriso.

“Con me non funziona mai così.”

“Perché con te sa che può tirarla lunga,” risposi.

E fu strano, ma bellissimo, accorgermi che non stavo più osservando loro due da fuori.

Stavo entrando.

Quando Leo tornò, si arrampicò sulla sedia e rimase per un po’ a guardare il foglio senza parlare.

Poi prese il pennarello blu e mi chiese: “Secondo te, vicino a te devo scrivere chi sei?”

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