Pensavo che quel raschiare dietro la cabina fosse il solito rumore del camion. Poi trovai una gatta terrorizzata con al collo tutta la solitudine di una donna di settantasette anni.
Guidavo camion da abbastanza tempo da riconoscere quasi ogni rumore.
Una catena lenta.
Una gomma che comincia a cedere.
Una bottiglia vuota che rotola sotto il sedile.
Il vento che prende male il telone.
Per questo, quando sentii quel graffiare leggero dopo aver parcheggiato per la notte in un’area di sosta del Friuli, quasi non ci feci caso.
Quasi.
Era vicino a mezzanotte.
Quando scesi dalla cabina, le ginocchia mi fecero male come sempre. A sessantadue anni il corpo comincia a presentarti il conto delle strade percorse.
Rimasi sotto la luce gialla del parcheggio ad ascoltare.
Graffio.
Silenzio.
Poi un verso debole.
Non era metallo.
Non era il motore.
Era un gatto.
La trovai incastrata in uno spazio stretto dietro la cabina, sporca di fango, tremante, con gli occhi spalancati dalla paura.
Era grigia e bianca, piccola.
Troppo pulita sotto quella sporcizia per essere una randagia.
Aveva un collarino rosso e una medaglietta a forma di cuore.
C’era scritto:
MINA.
La presi piano, aspettandomi un morso.
Invece si lasciò sollevare.
Mi si aggrappò alla giacca come fanno i bambini quando hanno troppa paura per piangere.
Sul retro della medaglietta c’era un numero di telefono.
Pensai che avrei chiamato, lasciato un messaggio, magari trovato un veterinario o qualcuno del posto la mattina dopo.
La donna rispose al secondo squillo.
«Pronto?»
Aveva una voce sottile.
Fragile.
«Signora, credo di aver trovato la sua gatta.»
Silenzio.
Poi arrivò una domanda che ancora oggi mi ricordo parola per parola.
«È viva?»
Guardai Mina stretta sotto il mio mento.
Le unghiette erano attaccate alla stoffa della mia giacca.
«Sì, signora. È viva.»
Quello che sentii dall’altra parte non fu proprio pianto.
Sembrava il rumore di qualcuno che tornava a respirare dopo essere rimasto troppo tempo sott’acqua.
Si chiamava Giulia.
Settantasette anni.
Viveva sola in una casetta alla periferia di un paese calabrese, a più di mille chilometri da me.
Suo marito, Renato, era morto tre anni prima.
Mina era sparita due mattine prima mentre Giulia rientrava con le buste della spesa.
«Ho cercato dappertutto», mi disse.
«Ho chiamato finché non avevo più voce.»
Provò a ridere.
La risata si spezzò a metà.
Poi disse la frase che mi fregò.
«Dormiva sul mio cuscino ogni notte. Da quando è morto Renato, è l’unico battito che sento in questa casa.»
Mi sedetti sul gradino del camion.
Mina tra le braccia.
E rimasi zitto.
C’erano modi più semplici di risolvere quella situazione.
Potevo chiamare qualcuno.
Potevo affidare la gatta a una struttura.
Potevo chiedere a un collega che scendeva verso sud.
Potevo fare la cosa logica.
Ma a volte quello che è logico e quello che ti permette di dormire la notte sono due cose diverse.
Dissi a Giulia che l’avrei richiamata.
Poi rimasi lì ad accarezzare Mina mentre faceva le fusa contro il mio petto.
Sembrava un motorino vecchio che finalmente riparte.
Mia madre aveva vissuto sola gli ultimi quattro anni della sua vita.
Anch’io ero sempre in viaggio.
Sempre al lavoro.
Sempre convinto che ci sarebbe stato tempo.
«Passo domenica prossima.»
«Ti chiamo domani.»
«A Natale resto qualche giorno in più.»
Quando morì, non fu il funerale a rimanermi dentro.
Furono i pomeriggi normali che avevo perso.
Le telefonate che non avevo fatto.
Le volte in cui avrei potuto sedermi con lei davanti a un caffè e invece avevo pensato che una consegna fosse più urgente.
Guardai Mina.
Pensai a Giulia nella sua casa silenziosa.
E qualcosa dentro di me cedette.
La mattina seguente chiamai il mio responsabile.
Riorganizzai il possibile.
Litigai un po’.
Mi presi una giornata che non avevo programmato.
Poi girai il camion verso sud.
Il viaggio durò quasi due giorni.
Mina viaggiava sul sedile del passeggero sopra una coperta piegata.
All’inizio si nascondeva ogni volta che allungavo una mano.
Poi cominciò ad alzare la testa quando parlavo.
Forse parlai troppo.
Le raccontai delle strade.
Degli autogrill tutti uguali.
Del caffè preso in piedi alle cinque del mattino.
Di mia madre.
Del modo in cui un uomo può passare una vita intera muovendosi e sentirsi comunque fermo nello stesso punto.
Ogni poche ore chiamavo Giulia.
Rispondeva sempre al primo squillo.
Una volta mi disse che teneva la luce del portico accesa tutta la notte.
«Nel caso Mina torni da sola.»
Un’altra volta mi raccontò che a volte apparecchiava ancora due tazzine al mattino.
Una per lei.
Una per Renato.
«Poi me ne accorgo», disse. «E mi sento sciocca.»
Non le dissi che non c’era niente di sciocco.
Chi ha perso qualcuno lo sa.
Le abitudini muoiono molto più lentamente delle persone.
Verso sera del secondo giorno Giulia mi disse:
«Lo so che è solo una gatta, ma mi sembra che lei mi stia riportando a casa un pezzo della mia vita.»
Quella frase mi accompagnò per gli ultimi cento chilometri.
Quando entrai nel suo paese, il sole stava scendendo dietro le case.
Strade strette.
Balconi con i panni stesi.
Un bar con tre uomini anziani seduti fuori nonostante il freddo.
Un alimentari all’angolo.
Quella specie di posto in cui tutti sanno tutto e fingono di non sapere niente.
Giulia era già fuori.
Piccolissima.
Cardigan beige.
Ciabatte.
Una mano stretta sul petto.
Non avevo ancora spento il motore quando Mina si alzò sul sedile.
Fece un verso acuto.
Giulia lo sentì.
Il suo viso cambiò in un istante.
Aprii la portiera.
Mina saltò giù prima ancora che potessi prenderla.
Attraversò il vialetto correndo.
Giulia si inginocchiò.
La gatta le arrivò addosso come se avesse conservato tutte le sue forze solo per quel momento.
Non dimenticherò mai quel suono.
Una donna anziana che ride e piange nello stesso momento, con una gatta stretta sotto il mento.
Giulia mi guardò sopra la schiena di Mina.
«Lei non mi ha riportato soltanto il gatto», disse.
«Mi ha riportato il rumore dentro casa.»
Dovetti voltarmi.
Mi offrì il caffè.
Entrai.
La cucina era semplice.
Tovaglia cerata.
Una fotografia di matrimonio sopra il mobile.
Due tazze spaiate.
Una pentola sul fornello.
Mina si sistemò sulle gambe di Giulia come se non fosse mai andata via.
Non rimasi molto.
Quando tornai al camion, però, sentii qualcosa dentro di me più leggero.
Pensai che fosse finita lì.
Mi sbagliavo.
Tre sere dopo, Giulia mi telefonò.
Questa volta non piangeva.
Sussurrava.
«Signor Franco, sta guidando?»
Ero fermo in un piazzale vicino Bologna.
«No. Che succede?»
Ci fu una pausa.
«Sono venuti.»
«Chi?»
«La mia famiglia.»
Non pronunciò quella parola come fanno le persone felici.
La disse come si dice “temporale” quando si vede il cielo diventare nero.
Sua figlia Carla.
Il genero Paolo.
Il nipote Luca.
Erano arrivati quel pomeriggio.
«Mi hanno vista su internet», disse.
Io non avevo pubblicato niente.
Ma la vicina di Giulia, la signora Rinaldi, aveva registrato con il telefono il momento in cui Mina le era corsa incontro.
Aveva messo il video sulla pagina del paese.
Qualcuno lo aveva condiviso.
Poi un altro.
Poi cento.
La scena era diventata virale.
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