Sorrideva quando ricordava.
Poi tornava serio.
Anna era morta dodici anni prima.
Una malattia veloce.
Di quelle che entrano in casa come un ospite e in pochi mesi spostano tutti i mobili dell’anima.
Giuseppe l’aveva assistita fino alla fine.
Non aveva saltato un giorno.
Le lavava i capelli.
Le preparava la pastina.
Dormiva su una sedia accanto al letto.
Quando Anna morì, tutti dissero che Giuseppe era stato forte.
Al funerale non pianse.
Alla messa del mese non pianse.
La prima domenica senza di lei cucinò comunque il ragù.
Apparecchiò per tre.
Elena arrivò con suo marito.
«Papà, bastano due piatti.»
Giuseppe guardò il posto vuoto.
«Lo so.»
Ma non tolse il terzo.
Da quel giorno cominciò lentamente a spegnersi.
Niente scene.
Niente urla.
Peggio.
Cominciò a trascurare le bollette.
Poi le visite mediche.
Poi il lavoro, ormai vicino alla pensione.
La casa divenne silenziosa.
Il frigorifero vuoto.
Le tapparelle sempre abbassate.
Elena provava ad aiutarlo.
«Vieni da noi.»
«No.»
«Abbiamo una stanza.»
«State stretti.»
«Papà, siamo in tre in centoventi metri.»
«Avete la vostra vita.»
«Sei tu la nostra vita.»
Giuseppe sorrideva.
«Non dire sciocchezze.»
Era una generazione fatta così.
Pronta a vendere la fede per aiutare un figlio.
Ma incapace di accettare un piatto caldo dallo stesso figlio senza sentirsi un peso.
Per mesi Elena insistette.
Poi un giorno trovò un avviso di sfratto.
Giuseppe aveva smesso di pagare diverse spese.
Aveva perso quasi tutti i risparmi dietro piccoli debiti, interessi e decisioni prese quando non riusciva più a pensare con chiarezza.
«Perché non me l’hai detto?»
Lui sedeva sul pavimento della cucina.
La credenza di Anna alle sue spalle.
«Mi sono stancato, Elena.»
«Stancato di cosa?»
Giuseppe guardò il tavolo della domenica.
«Di fare finta di essere ancora quello di prima.»
Elena si inginocchiò davanti a lui.
«Vieni a casa con noi.»
Giuseppe accarezzò sua figlia sulla guancia.
«Domani.»
Il mattino seguente se ne andò.
Lasciò le chiavi sul tavolo.
Non prese quasi nulla.
Per anni Elena lo cercò.
Lo trovò più volte.
Alla stazione.
In un dormitorio.
In una mensa.
Una volta persino vicino al cimitero dove era sepolta Anna.
Ogni volta lo pregava.
Ogni volta lui prometteva.
Ogni volta spariva.
Finché, sette anni prima, Giuseppe incontrò Luna.
La trovò dietro un distributore dismesso alla periferia della città.
Era magra.
Sporca.
Spaventata.
Aveva una corda vecchia intorno al collo.
Qualcuno l’aveva abbandonata.
Giuseppe aveva in tasca poco più di dieci euro.
Entrò in un negozietto e comprò una scatola di carne per cani, acqua e garze.
Poi si sedette a distanza.
Luna ringhiava.
Giuseppe non disse niente.
Aspettò.
Dopo quasi un’ora spinse il cibo verso di lei.
Luna mangiò.
Lui rimase seduto.
«Non ti fidi, eh?»
La cagna lo fissò.
«Brava. Fai bene.»
Quella sera dormì sul cemento vicino a lei.
La mattina seguente Luna gli si avvicinò.
Giuseppe allungò due dita.
Lei annusò.
Dopo qualche secondo gli appoggiò il muso sul palmo.
«Allora siamo due stupidi», disse lui.
Da quel giorno non si separarono più.
Luna aveva salvato Giuseppe dalla cosa peggiore che può capitare a un uomo solo.
Non dalla fame.
Non dal freddo.
Dall’idea di non servire più a nessuno.
Per lei doveva alzarsi.
Trovare acqua.
Cercare cibo.
Restare vivo.
Quando pioveva, proteggeva lei prima di sé.
Quando qualcuno gli regalava cinque euro, comprava crocchette.
«Io posso mangiare pane. Lei no.»
Teresa ricordava una sera d’inverno.
Aveva insistito perché Giuseppe accettasse una vaschetta di lasagne avanzate dal pranzo della domenica.
Lui aveva guardato il cibo per un tempo lunghissimo.
«Anna le faceva così.»
«Con la besciamella?»
«Troppa. Sempre troppa.»
Aveva sorriso.
Poi aveva dato a Luna un pezzetto di carne.
«Lo sa che potrebbe cercare sua figlia?» gli aveva detto Teresa.
Giuseppe era rimasto zitto.
«Magari aspetta.»
«Lo so.»
«Allora perché non va?»
Giuseppe aveva piegato il coperchio della vaschetta.
«Perché quando deludi un figlio una volta, puoi chiedere scusa. Quando lo fai dieci volte, cominci a pensare che l’unico regalo che puoi fargli sia sparire.»
Teresa non aveva saputo cosa rispondere.
Ora, in mezzo alla strada, quelle parole tornarono tutte insieme.
Marco prese il telefono.
«Dobbiamo trovare Elena.»
Le ricerche ripartirono.
Questa volta sul serio.
La macchia sulla coperta rendeva tutto diverso.
La frase sul nastro adesivo anche.
Le ore successive furono confuse.
Telefonate.
Fotografie.
Segnalazioni.
Persone che ricordavano di aver visto Giuseppe camminare verso la zona dei vecchi magazzini ferroviari settimane prima.
Un uomo disse:
«Zoppicava.»
Una donna ricordò:
«Il cane era con lui.»
«Quando?»
«Prima dell’Epifania, credo.»
Nessuna certezza.
Nel pomeriggio arrivò un’unità con un cane addestrato alla ricerca.
Ma dopo settimane di pioggia e gelo, le tracce erano quasi sparite.
Teresa guardava Luna.
«State facendo la cosa difficile.»
Marco si voltò.
«Quale sarebbe quella facile?»
«Seguire lei.»
Marco esitò.
«Signora…»
«Questa cagna ha aspettato quarantasette giorni. Poi stamattina ha preso quella coperta e l’ha portata nel punto più visibile di Bologna. Secondo lei è impazzita proprio oggi?»
Marco abbassò lo sguardo.
Luna era seduta accanto al marciapiede.
Fissava verso est.
Teresa si inginocchiò.
Le prese il muso fra le mani.
«Luna.»
La cagna la guardò.
«Portaci da Giuseppe.»
Silenzio.
«Dai, amore.»
Luna si alzò.
Lentamente.
Fece qualche passo.
Poi si voltò per vedere se la seguivano.
Marco sentì un brivido lungo la schiena.
«Andiamo.»
Luna attraversò il quartiere.
Nessuna corsa.
Nessuna esitazione.
Camminava piano, come se conoscesse ogni metro.
Passò sotto il ponte.
Costeggiò i binari.
Superò due magazzini abbandonati.
Poi imboccò un sentiero di ghiaia dietro una recinzione rotta.
Dopo quasi venti minuti arrivarono a un canale di scolo.
Luna si fermò.
Emise un suono basso.
Non un abbaio.
Quasi un lamento.
Marco corse avanti.
«Giuseppe?»
Nessuna risposta.
«Giuseppe Ferri?»
Dall’ombra arrivò un rumore.
Un respiro.
Debole.
Giuseppe era lì.
Sdraiato su cartoni schiacciati dentro una struttura di cemento.
Il giaccone chiuso fino al collo.
La barba lunga.
Il viso pallido.
La gamba destra gonfia e immobilizzata alla meglio con un pezzo di legno e strisce di tessuto.
Era vivo.
A malapena.
Luna gli corse incontro.
Per la prima volta in quarantasette giorni sembrò dimenticare l’età.
Si infilò accanto a lui.
Giuseppe aprì gli occhi.
«Luna…»
La cagna gli leccò una mano.
Marco chiamò immediatamente i soccorsi.
Solo più tardi ricostruirono quello che era successo.
Giuseppe era caduto settimane prima.
Probabilmente era scivolato durante una notte di gelo.
La gamba si era lesionata gravemente.
All’inizio aveva provato a tornare verso il quartiere.
Non ce l’aveva fatta.
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