Per otto settimane il pitbull ascoltò la sua pancia: il giorno del parto fece qualcosa di inspiegabile

Mani enormi.

Un cane sempre dietro.

Anna guardò Orso e aggiunse:

«Magari aveva ragione.»

Da quella sera Marta iniziò a pensare a quel rituale come a un piccolo segno del destino.

Non lo disse a nessuno.

Nemmeno a Luca.

Ma dentro di sé sentiva qualcosa.

Come se Orso e quella bambina avessero già cominciato a conoscersi.

Prima del viso.

Prima del nome.

Prima del mondo.

Alla trentaseiesima settimana Marta registrò un video.

L’immagine era scura.

Si vedeva Orso appoggiare la testa.

Si sentiva Marta sussurrare:

«Guarda.»

Luca ridacchiava.

Poi la pancia si mosse.

Uno.

Due.

Tre.

Luca smise di ridere.

«Aspetta.»

Marta sorrise.

«Te l’avevo detto.»

La bambina doveva chiamarsi Bianca.

Il nome lo aveva scelto Luca.

Sua nonna si chiamava così.

Una donna che aveva cresciuto quattro figli in un appartamento con due camere, facendo la sarta per tutta la vita.

Aveva conservato ogni ritaglio di stoffa.

Ogni bottone.

Ogni fotografia.

Quando era morta, Luca aveva trovato in un cassetto una busta con scritto:

“Per quando diventerai padre.”

Dentro c’erano cinquantamila lire.

Fuori corso da anni.

E un biglietto.

“Per il primo regalo.”

Luca aveva riso e pianto contemporaneamente.

Per questo Bianca.

Marta entrò in travaglio un martedì di febbraio, alle quattro del mattino.

Scosse Luca.

«Credo che ci siamo.»

Lui si tirò su di colpo.

«Sicura?»

«No, Luca. Sto facendo pratica.»

Cinque minuti dopo correvano per casa.

Borsa.

Documenti.

Giacca.

Caricatore.

Marta si fermò sulla porta.

Orso era seduto nell’ingresso.

Lo baciò sulla testa.

«Stai bravo. Torniamo presto.»

Orso la guardò.

Non abbaiò.

Non cercò di seguirli.

Li osservò uscire.

Il travaglio fu lungo.

Molto più lungo di quanto avessero immaginato.

Le ore diventarono una pasta senza forma fatta di corridoi, acqua, respiri, infermieri, mani da stringere e caffè terribile.

Luca non dormiva.

Marta ancora meno.

Nel pomeriggio arrivò Anna.

Portava una borsa con biscotti secchi, calzini puliti e una copertina bianca lavorata all’uncinetto.

«Era di tua nonna.»

Marta la guardò.

«Pensavo l’avessi buttata.»

Anna sembrò quasi offesa.

«Io non butto niente.»

Era vero.

Sua madre conservava perfino i sacchetti belli.

Marta sfiorò la coperta.

«È vecchissima.»

«Appunto.»

Anna abbassò gli occhi.

«Tua nonna la fece quando eri incinta tu.»

Marta la fissò.

«Come sarebbe?»

«Volevo dire quando ero incinta di te.»

Anna si corresse, imbarazzata.

«L’ho tenuta quarant’anni.»

Quarant’anni.

Marta la strinse tra le dita.

Sua madre aggiunse:

«Pensavo che magari fosse arrivato il momento.»

Poi, come sempre quando un’emozione diventava troppo grande, Anna cambiò discorso.

«Hai mangiato qualcosa?»

Quella notte Bianca ancora non nasceva.

La mattina seguente Marta era esausta.

Verso le dieci si ricordò improvvisamente di una cosa.

«La videocamera.»

Luca la guardò.

«Cosa?»

«La borsa con la videocamera. È rimasta sul tavolo della cucina.»

Per lui era importante.

Suo padre non era stato presente alla sua nascita.

Non per cattiveria.

A quei tempi si faceva diversamente.

Ma Luca aveva sempre portato con sé quella mancanza.

Voleva almeno registrare il primo pianto di sua figlia.

L’ostetrica disse che c’era ancora tempo.

Marta gli ordinò:

«Vai.»

«Non ti lascio.»

«Vai e torna.»

«Marta…»

«Luca, se resto senza di te venti minuti non muoio.»

«È mezz’ora.»

«Allora muoviti.»

Luca tornò a casa.

Quando aprì la porta, Orso era ancora nell’ingresso.

Seduto.

Nella stessa posizione in cui lo avevano lasciato.

La ciotola del cibo era quasi intatta.

L’acqua era a metà.

La sua cuccia non sembrava nemmeno usata.

Luca appoggiò le chiavi.

«Ehi, Orso.»

Il cane si alzò.

«Devo prendere una cosa. Poi torno da Marta.»

Orso lo seguì.

Luca prese la borsa.

Aprì la porta.

Orso gli passò accanto.

«No.»

Il cane continuò.

Arrivò alla macchina.

Luca aprì lo sportello per mettere dentro la borsa.

Orso saltò sul sedile del guidatore.

Si sedette.

Guardò davanti.

«Orso.»

Niente.

«Scendi.»

Niente.

«Non puoi venire.»

Il cane rimase immobile.

Luca gli prese il collare.

Orso non ringhiò.

Non si oppose.

Semplicemente lo guardò.

Fu quello sguardo a fermare Luca.

In seguito avrebbe detto a Marta:

«Non sembrava testardo. Sembrava deciso.»

Come qualcuno che ha un compito.

Luca rimase due minuti accanto alla macchina.

Poi disse:

«Se mi fai perdere la nascita di mia figlia, giuro che…»

Non finì la frase.

Si infilò in macchina.

Fece spostare Orso sul sedile accanto.

E partì.

Ovviamente non poteva portarlo dentro l’ospedale.

Arrivato nel parcheggio, aprì lo sportello.

«Scendi.»

Orso scese.

Camminò fino al marciapiede davanti all’ingresso.

Si sedette.

Alzò la testa verso le finestre.

Luca indicò la macchina.

«No. Torna qui.»

Orso non si mosse.

«A casa, Orso.»

Niente.

Luca lo riportò verso l’auto.

Orso fece qualche passo.

Poi tornò al marciapiede.

Si sedette di nuovo.

Guardò in alto.

Luca sentì un brivido.

Non perché pensasse a qualcosa di soprannaturale.

Non era quel tipo di uomo.

Era uno che misurava due volte prima di tagliare una tavola.

Uno pratico.

Concretezza, lavoro e poche storie.

Eppure in quel momento pensò alle nove e mezza.

Alle tre spinte.

Alla testa sulla pancia.

«Tu sai che è qui, vero?»

Orso guardava le finestre.

Luca prese il telefono.

Chiamò Marta.

«Sono tornato.»

«Bene. Sali.»

«C’è un problema.»

«Che problema?»

«Orso.»

Silenzio.

«Cosa ha fatto?»

«È qui.»

«Dove qui?»

«Fuori dall’ospedale.»

«Luca.»

«Non ridere.»

«Hai portato il cane mentre sto partorendo?»

«Io non l’ho portato.»

«Ah no? Ha guidato lui?»

Luca si passò una mano sulla fronte.

«È salito in macchina e non voleva scendere.»

Marta rimase muta.

«Adesso è seduto davanti all’ingresso.»

«Riportalo a casa.»

«Non posso.»

«Come non puoi?»

«Ogni volta che provo, torna qui.»

Marta chiuse gli occhi.

«Luca, vieni sopra.»

Quando arrivò in camera, lei disse:

«Fammi vedere.»

«Cosa?»

«Orso.»

Luca la aiutò ad arrivare alla finestra.

Dal secondo piano si vedeva una parte del piazzale.

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