Nessuno rideva più del fatto che Romeo fosse lento.
O meglio, qualcuno magari lo pensava ancora.
Ma nel frattempo aveva capito una cosa.
Ci sono persone rapide con le mani e distratte con il cuore.
E persone che impiegano un secondo in più a passare un codice, ma si accorgono quando una vita si sta spegnendo piano.
Elena tornava da Bologna quasi ogni sabato.
All’inizio per svuotare la casa della zia.
Poi per motivi che non stavano più nelle scatole.
Portava i biscotti fatti da lei.
A volte una torta semplice.
A volte niente, solo il suo tempo.
Con Romeo parlava poco e bene.
Quel tipo di confidenza che non ha bisogno di grandi frasi per crescere.
Un pomeriggio trovò, in fondo alla scatola di latta, un mazzetto di liste della spesa tenute insieme da un elastico.
Sul retro di una c’era scritto:
Banane, latte, minestra. E salutare bene Romeo.
Elena rise e pianse nello stesso momento.
Mostrò il foglietto a Romeo la settimana dopo.
Lui lo lesse due volte.
Poi arrossì come un ragazzino.
“Mi salutava già,” disse.
“Sì,” rispose Elena. “Ma evidentemente per lei non abbastanza.”
Con l’arrivo della primavera, via dei Tigli cambiò un poco faccia.
Non diventò bella.
Non smise di essere un palazzo stanco.
Però cominciò a sembrare meno muto.
La signora Lodi del sesto piano, quella che nel quaderno della signora Bianchi “non aveva bisogno di niente”, accettò finalmente che qualcuno le portasse il detersivo pesante.
La ragazza del terzo piano con il bimbo piccolo iniziò a lasciare ogni tanto un bigliettino sul pianerottolo.
Se qualcuno va in farmacia, può prendermi anche il latte in polvere? Pago dopo.
Il signor Terranova, una volta rimesso in piedi, cominciò a sedersi ogni tanto sul portone con una sedia pieghevole.
Diceva che era per prendere aria.
In realtà faceva la guardia al palazzo come un vecchio custode.
Se vedeva una faccia nuova, la salutava.
Se non vedeva qualcuno per troppo tempo, se lo segnava mentalmente.
Un giovedì, verso metà maggio, si presentò al supermercato con una piantina di gerani.
La teneva tra le mani con una delicatezza quasi buffa per un uomo così asciutto.
“È della signora Bianchi,” disse a Romeo. “Stava sul suo balcone. Elena ha detto che qui starebbe meglio che da me. Io faccio morire pure il basilico.”
Romeo prese il vaso come se fosse una cosa fragile e importante.
Lo misero vicino alla vetrata dell’ingresso, dove arrivava luce buona.
Ogni tanto qualche cliente chiedeva di chi fosse.
E allora una collega rispondeva:
“Di una signora che qui veniva sempre.”
Non servivano molte spiegazioni.
A volte le storie vere si capiscono anche da una frase sola.
Passarono i mesi.
Il quaderno blu si riempì.
Non di emergenze.
Di attenzioni.
Il signor Pavan preferisce le mele morbide.
La signora Neri si vergogna a chiedere aiuto con il carrello. Offrirsi prima.
Il signor Terranova è tornato. Tossisce meno.
Se manca il giovedì, chiamare Elena che spesso passa da lui.
A un certo punto anche alcuni clienti cominciarono a lasciare qualcosa nella scatola in sala pausa.
Soldi per una spesa urgente.
Bustine di camomilla.
Una sciarpa nuova in inverno.
Niente di grande.
Tutte cose piccole.
Ma sono le cose piccole, quando arrivano al momento giusto, che tengono in piedi le giornate.
Una sera d’estate, poco prima di chiudere, Elena arrivò trafelata al supermercato con i capelli raccolti male e le guance accaldate.
“Scusate il ritardo,” disse. “Il treno era fermo da venti minuti fuori stazione.”
Aveva in mano una busta lunga.
Guardò Romeo e il signor Rinaldi insieme.
“Ho deciso una cosa.”
Il direttore, che la conosceva abbastanza da capire quando una persona stava per dire qualcosa di importante, incrociò le braccia e aspettò.
“Elimino solo il superfluo,” disse Elena. “Ma l’appartamento di zia per adesso non lo vendo.”
Romeo alzò appena lo sguardo.
“Lo tengo. Lo sistemo. E una volta alla settimana vengo giù.”
Fece una piccola pausa.
“Non per nostalgia e basta. Per esserci.”
Il signor Rinaldi annuì come se quella decisione gli sembrasse la più giusta del mondo.
“È una buona idea.”
Elena sorrise con una dolcezza nuova.
“Vorrei lasciare la cucina come era. Magari il giovedì, ogni tanto, fare una torta e invitare i vicini che hanno voglia di fare due chiacchiere.”
Romeo si passò una mano sul grembiule.
“Alla signora Bianchi piacerebbe.”
“A me manca già,” disse Elena sottovoce.
Romeo non disse la solita frase che si dice in quei casi.
Non parlò di tempo che aggiusta tutto.
Non parlò di ferite.
Disse solo la verità.
“Anche a noi.”
Il primo giovedì di settembre l’appartamento della signora Bianchi aveva tende lavate, una tovaglia nuova e lo stesso vecchio odore di minestra buona e mobili di una volta.
Sul tavolo Elena mise una crostata.
Non perfetta.
Un po’ più cotta da un lato.
Proprio per questo sembrava vera.
Vennero in cinque.
La signora Lodi.
Il signor Terranova.
La ragazza del terzo piano con il bambino, che ormai camminava tenendo tutto con due dita.
Una vicina del piano di sopra.
E Romeo, arrivato dopo il turno con la camicia pulita e una busta di pesche.
Non parlarono della morte per tutta la sera.
Parlarono della vita.
Della caldaia che perdeva.
Di una canzone vecchia sentita alla radio.
Di come il bambino avesse imparato a dire “banana” prima di dire “grazie”.
A un certo punto tutti risero.
Di quella risata piena, semplice, che in certe case mancava da anni.
Elena guardò la sedia vuota vicino alla finestra.
Non con disperazione.
Con gratitudine.
Come si guarda una persona che ha lasciato qualcosa di buono talmente radicato da continuare a fare effetto anche dopo.
Un anno dopo il funerale, il giovedì alle 15:15, Romeo alzò ancora gli occhi verso la porta del supermercato.
Lo fece senza pensarci.
Ormai era un’abitudine del corpo.
Entrò una signora nuova, minuta, con un cardigan chiaro abbottonato fino al collo e la lista piegata in quattro.
Per un secondo Romeo sentì una fitta.
Poi la signora sorrise timida.
“Scusi,” disse. “Non vengo spesso. Mi hanno detto che lei sa sempre dove trovare tutto.”
Romeo ricambiò il sorriso.
“Sì,” rispose. “La aiuto io.”
Prese il suo cestino.
Le camminò accanto tra gli scaffali.
Dietro di loro, vicino alla vetrata, i gerani della signora Bianchi stavano fiorendo di nuovo.
Nella sala pausa, il quaderno blu era già al secondo volume.
Nel palazzo di via dei Tigli, il giovedì ogni tanto si sentiva profumo di torta.
Il signor Terranova salutava tutti dal portone.
Elena non veniva più solo per dovere.
Veniva perché quello era tornato a essere un posto vivo.
E Romeo faceva ancora il suo lavoro.
Passava prodotti alla cassa.
Sistemava il pane dove non si schiacciasse.
Metteva le uova al sicuro.
Chiedeva se qualcuno avesse bisogno di una mano.
Ma ormai non era più l’unico ad accorgersi delle assenze.
Questa era la parte più bella.
Che la signora Bianchi, senza volerlo, aveva lasciato dietro di sé qualcosa di più forte della tristezza.
Aveva lasciato una specie di contagio gentile.
Uno sguardo in più.
Una domanda fatta al momento giusto.
Una porta bussata prima che fosse troppo tardi.
Per anni avevano pensato che Romeo fosse il più lento del reparto.
In un certo senso avevano ragione.
Romeo non correva mai.
Si fermava.
E proprio per questo vedeva.
Ora, ogni tanto, si fermavano anche gli altri.
Abbastanza da notare chi mancava.
Abbastanza da chiedere.
Abbastanza da restare.
Perché ci sono persone che il mondo smette di vedere piano.
E poi ce ne sono altre che, senza fare rumore, insegnano agli altri a guardare meglio.
Romeo era una di quelle.
E da un po’, per fortuna, non era più solo.





