Quando separarono mio padre dal suo cane, smise di guardare il mondo

Da quando hanno separato mio padre dal suo cane, in RSA lui non guardava più me. Guardava solo la finestra.

La terza settimana in RSA mio padre smise quasi di mangiare, e la cosa più dura non fu l’ictus.

Fu il silenzio.

Mio padre si chiamava Pietro. Aveva ottantadue anni. Per tutta la vita aveva lavorato senza lamentarsi, aveva pagato tutto quello che c’era da pagare, aveva tenuto in ordine le sue cose e aveva sempre ripetuto la stessa frase: non voleva pesare su nessuno.

Da bambina lo trovavo duro.

Non cattivo. Solo chiuso. Di quelli che non fanno grandi discorsi, ma ci sono sempre. Uno che si alzava presto anche in pensione, apriva le persiane quando fuori era ancora grigio, scaldava il caffè e considerava normale una vita fatta di orari, piccole abitudini e poche parole.

Poi arrivò Bricio.

Un cane meticcio, già anziano, con il muso imbiancato e un orecchio un po’ storto. Mia madre era morta da due anni e la casa, da allora, aveva un rumore diverso. O forse il problema era proprio che non faceva più rumore. Io passavo quando potevo, tra lavoro, spesa, figli e giornate che correvano sempre più di me. Ma bastava entrare in quel corridoio per capire che mio padre si stava abituando troppo bene alla solitudine.

Quando prese quel cane, pensai che sarebbe stata una cosa passeggera.

Mi sbagliavo.

Dopo poco vivevano allo stesso ritmo. La mattina Bricio si sedeva davanti alla porta della camera finché mio padre non infilava le pantofole. La sera si stendeva vicino alla poltrona, dove mio padre finiva spesso per addormentarsi con la televisione accesa e il telecomando sul petto. Non era una tenerezza rumorosa, la loro.

Mio padre non parlava al cane come fanno certe persone. Però gli lasciava sempre l’ultimo pezzetto di biscotto. Gli riempiva la ciotola prima ancora di versarsi l’acqua. E quando Bricio zoppicava un po’ di più, sul viso di mio padre passava un’ombra che io conoscevo bene.

L’ictus arrivò un martedì mattina.

Niente scena drammatica. Nessun urlo. Solo una telefonata persa. Poi un’altra. E quel brutto presentimento che ti entra nello stomaco senza chiedere permesso. Quando arrivai a casa sua, lo trovai in cucina, per terra, mezzo cosciente. Bricio era lì accanto, immobile, come se stesse facendo la guardia.

In ospedale mi dissero che eravamo stati fortunati.

Io annuii, perché in certi momenti si annuisce e basta.

Ma la verità era che da lì cominciava la parte più difficile.

Mio padre non poteva più vivere da solo. La gamba destra rispondeva male, le parole uscivano a fatica, anche alzarsi dal letto era diventata un’impresa. La decisione della RSA fu mia, anche se continuo a dirmi che non c’erano alternative. Forse è vero. Forse no. So solo che quel giorno gli preparai due borse con poche cose: tre camicie, il rasoio, il cardigan grigio che metteva sempre in casa e la foto di mia madre nella cornice chiara.

Poi feci la domanda che avevo paura di fare.

Se Bricio poteva venire con lui.

La risposta fu educata, calma, definitiva.

No.

Mi parlarono di regole, gestione, equilibri, responsabilità. Non feci scenate. Ero stanca. Avevo paura. Mi aggrappai all’unica cosa che in quel momento sembrava sensata: almeno lì sarebbe stato al sicuro.

Il primo giorno mio padre non mi chiese niente.

Non della stanza. Non del cibo. Non degli altri.

Mi guardò appena e disse una sola parola, impastata dalla fatica.

“Bricio?”

Gli risposi che era con me e che stava bene.

All’inizio era quasi vero.

Per i primi giorni mi ripetei che ci voleva tempo. Un posto nuovo, persone nuove, il colpo, la paura. A quell’età anche un piccolo cambiamento può sembrare una montagna.

Il problema è che mio padre non si abituava.

Ogni volta che andavo a trovarlo lo trovavo vicino alla finestra. Sempre lì. Sempre nella stessa posizione. Le mani ferme sulla coperta, gli occhi fuori, come se nel cortile o nel parcheggio dovesse comparire qualcuno da un momento all’altro. Gli portavo il passato di verdura, uno yogurt, la mela cotta che una volta mangiava volentieri. Due cucchiai. A volte uno. Spesso niente.

Se gli parlavo della fisioterapia, restava vuoto.

Se gli parlavo del tempo, nulla.

Se nominavo Bricio, qualcosa si muoveva sul suo viso. Poco. Ma abbastanza da farmi male.

A casa non andava meglio.

Bricio girava per le stanze cercandolo davvero. Si fermava davanti alla porta d’ingresso. A ogni rumore sul pianerottolo alzava la testa di scatto. Una sera trascinò una pantofola di mio padre fino alla sua cuccia e si addormentò con il muso sopra.

Dopo una settimana mangiava meno.

Dopo due, lasciava quasi tutto nella ciotola.

Fu allora che capii di stare assistendo a due attese uguali in due luoghi diversi.

Chiesi alla struttura se si potesse organizzare almeno una visita breve. Dieci minuti. Nel giardino. Con me presente. Al guinzaglio. Senza creare problemi.

Mi risposero con gentilezza.

E ancora una volta fu no.

Non uscii arrabbiata. Per arrabbiarsi ci vuole forza, e io in quei giorni non ne avevo più. Rimasi seduta in macchina con le mani sul volante e sentii addosso una stanchezza che non era solo fisica. Avevo la sensazione di aver fatto la cosa giusta e insieme la cosa più crudele.

Qualche giorno dopo portai Bricio davanti alla RSA.

Non dentro. Solo fuori.

Era un pomeriggio freddo, con quella luce invernale chiara che fa sembrare tutto pulito e triste insieme. Bricio annusò un po’ l’erba umida, poi si fermò di colpo. Alzò la testa.

Al terzo piano mio padre era alla finestra.

Non so se ci riconobbe subito. Il vetro rifletteva il cielo. La luce cadeva male. Ma a un certo punto sollevò la mano e la appoggiò piano contro il vetro.

Bricio non abbaiò.

Restò immobile, con lo sguardo in alto e un tremore leggero in tutto il corpo.

Anch’io alzai gli occhi. Da sotto non si capiva quasi niente, ma vidi le labbra di mio padre muoversi. Mi sembrò di leggere una domanda.

“Mi aspetta?”

Feci sì con la testa.

Sì, papà, pensai. Ti aspetta.

Quel giorno non successe nessun miracolo. La porta restò chiusa. Mio padre restò dietro il vetro. Bricio restò accanto a me, al guinzaglio.

Non si toccarono.

Non si ritrovarono.

Ma per la prima volta dopo settimane mio padre non guardava più fuori come si guarda il vuoto.

Guardava qualcuno che lo stava ancora aspettando.

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