Quando un Gatto Vecchio Difese una Giacca e Mi Insegnò il Lutto

Se avete letto la prima parte, sapete già com’è finita quella giornata: io con la mano graffiata e un nodo in gola, Artù con la testa affondata nel colletto della giacca di papà, come se lì dentro ci fosse ancora un battito. Pensavo che il capitolo si chiudesse con quel ronron nella stanza vuota. Invece, la vera storia è cominciata dopo, quando ho portato entrambi a casa mia.

Il mio appartamento non è grande, ma fino a quel momento mi era sempre sembrato “mio”. Due stanze, uno studio con una scrivania che guardava il muro, e un silenzio da adulto che lavora e non ha tempo di ascoltarsi. Dopo papà, quel silenzio era diventato una cosa pesante, come una coperta bagnata.

La giacca l’ho messa subito nello studio, in un cesto di vimini che non usavo più. Ho detto a me stesso: “Solo finché Artù si ambienta.” Poi sono passati i giorni, e quel “finché” è rimasto appeso nell’aria.

Il problema era l’odore. Non era un odore “cattivo” nel senso comune, ma era vivo, insistente, e ogni volta che aprivo la porta dello studio mi colpiva come uno schiaffo gentile. Tabacco vecchio, disinfettante, e sotto, la pelle di papà, quella cosa che non sai descrivere finché non sparisce.

Le prime visite sono state un piccolo processo. Una collega è entrata, ha sorriso, poi ha arricciato il naso con educazione e ha chiesto se avessi “umidità”. Un amico ha scherzato: “Ma cos’è, una cantina?” Io ridevo, facevo finta di niente, e intanto sentivo che mi stavo difendendo da loro come Artù si era difeso da me.

Di notte, però, non c’era nessuno a cui fare il simpatico. C’ero io, c’era la casa che scricchiolava, e c’era quel cesto nello studio che sembrava chiamarmi. E soprattutto c’era Artù, che non dormiva come un gatto qualunque.

Lo vedevo passare ore intere con il corpo appoggiato alla giacca, immobile, come se stesse facendo la guardia a qualcosa che io non vedevo. A volte impastava piano, altre volte restava lì e basta, con gli occhi mezzi chiusi e quel ronron basso che mi vibrava nelle ossa. E quando mi alzavo per bere un bicchiere d’acqua, lui mi seguiva senza fare rumore, come un’ombra stanca che non vuole perderti.

Una sera pioveva forte, una di quelle piogge romane che sembrano rabbia ma poi diventano malinconia. Io lavoravo al computer, la testa piena di cose inutili e urgenti, quando ho sentito un rumore sordo. Era come se qualcuno trascinasse un sacco sul pavimento.

Mi sono girato e ho visto Artù. Aveva preso la giacca dal cesto con la bocca, mordendo il bordo come poteva, e la stava trascinando verso il corridoio, a strappi, con una determinazione ridicola per un gatto vecchio e artritico. Ogni due passi si fermava, respirava, poi ripartiva.

“Che fai, Artù?” ho sussurrato, senza ridere.

Lui non mi ha guardato. Ha solo continuato, dritto verso la camera da letto, come se avesse un percorso già deciso da tempo.

Sono andato dietro di lui, e ho sentito una cosa strana: non fastidio, non razionalità, ma una specie di rispetto. Come se quel gatto stesse portando avanti un rito che io avevo ignorato per mesi.

In camera, Artù ha lasciato cadere la giacca vicino al letto. Poi si è seduto davanti e ha miagolato una volta, corto, secco, diverso dal suo solito lamento. Sembrava un ordine.

Io ho sospirato e mi sono seduto per terra, come avevo fatto nell’appartamento di papà. La giacca era ancora umida in certi punti, non di acqua ma di vita, come se avesse assorbito tutto quello che non avevo avuto il coraggio di sentire.

È stato allora che mi sono accorto di una cosa che mi era sfuggita. Dal taschino interno, quello vicino al petto, spuntava un lembo di carta, un angolo appena visibile. Un dettaglio minuscolo, eppure mi ha fatto gelare.

Ho infilato due dita e ho tirato piano. Era una busta piccola, di quelle da lettera, schiacciata e un po’ ingiallita. Non c’era scritto niente fuori, ma dentro ho sentito qualcosa di rigido, come una fotografia, e un foglio piegato.

Artù si è avvicinato subito, con il muso a pochi centimetri dalla busta. Ha annusato, poi ha emesso un ronron più forte, come se avesse riconosciuto quella carta. E in quel momento mi è venuto un pensiero stupido e terribile: forse non stava difendendo solo l’odore, forse stava difendendo un messaggio.

Ho aperto la busta con la stessa cura con cui si tocca una cosa sacra senza crederci. Dentro c’era una foto, una di quelle stampate male, leggermente sbiadite: papà seduto in poltrona, la giacca addosso, Artù acciambellato sul petto come un cuore extra. E dietro, scritto a penna, con la grafia che conoscevo bene, c’era una data di due mesi prima del ricovero.

Sotto la foto c’era un foglio piegato in quattro. La carta era sottile, ma la scrittura era ferma. Ho letto la prima riga e mi si è aperto lo stomaco.

“Se stai leggendo, vuol dire che hai fatto quello che fai sempre: hai sistemato tutto.”

Ho dovuto fermarmi. Mi sono passato una mano sul volto, come se potessi cancellare quella riga per non sentirla. Artù ha appoggiato una zampa sulla giacca, e per un attimo ho avuto l’impressione che mi stesse tenendo fermo.

Ho continuato a leggere. Papà non faceva drammi, non chiedeva perdono, non filosofeggiava. Scriveva come parlava: diretto, ironico, ma con un fondo di tenerezza che in vita mostrava solo a sprazzi.

“Non ti preoccupare della giacca. È solo stoffa, lo so. Ma non per lui. Artù non ragiona, sente. E certe volte sente meglio di noi. Se lo porti con te, non stai facendo un favore a un gatto. Stai facendo un favore a te stesso, perché qualcuno deve pure insegnarti a fermarti.”

Mi è uscita una risata strozzata, una di quelle che sembrano un singhiozzo. Perché era vero. Io avevo passato settimane a “sistemare”, a compilare, a chiudere porte, e la mancanza l’avevo trattata come una pratica.

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