Si toccarono il naso.
Nessuno stava filmando.
Per una volta, ne fui felice.
Alcune cose non hanno bisogno di diventare contenuti.
Basta esserci.
Bruno rimase leggermente zoppo.
Non poteva fare lunghe passeggiate.
Le scale scivolose erano vietate.
I giochi troppo bruschi pure.
A noi andava bene.
Rina imparò a fidarsi delle mani.
Sole smise di difendere il cibo.
Arturo imparò a salire sul furgone.
Pepe smise di terrorizzarsi quando una porta si chiudeva.
Berto diventò il loro professore.
Insegnò che l’aspirapolvere faceva rumore ma non attaccava nessuno.
Che il postino arrivava e poi se ne andava.
Che una persona poteva uscire dal cancello e tornare.
Che una ciotola vuota poteva riempirsi di nuovo.
Ottantanove giorni dopo l’incidente firmammo i documenti definitivi.
Cinque fascicoli.
Uno per ogni cane.
Marta guardò Elena.
“Perché cinque cartelle se sono una famiglia?”
Elena le rispose:
“Perché essere una famiglia non significa smettere di essere individui.”
Poi mise le cinque cartelle una sopra l’altra.
Quella frase mi rimase dentro.
Avevo quasi sessant’anni e ancora stavo imparando qualcosa sulla famiglia.
Non significa possedersi.
Non significa essere tutti uguali.
Significa conoscere le paure dell’altro senza usarle contro di lui.
Rispettare gli spazi.
Sapere chi ha bisogno di silenzio e chi di compagnia.
Restare, soprattutto quando sarebbe più facile andarsene.
Mia madre regalò a ogni cane un collarino.
Rina rosso scuro.
Arturo blu.
Sole verde.
Pepe viola.
Per Bruno ne scelse uno giallo.
“Perché giallo?” chiese Marta.
Mia madre alzò le spalle.
“Per ricordargli che quella linea è finita.”
Ancora oggi, ogni sera, Bruno fa il giro della casa.
Prima controlla Rina vicino al divano.
Poi Arturo sulle piastrelle fresche.
Poi Sole accanto alla cucina.
Infine Pepe vicino alla vecchia cuccia di Berto.
Uno.
Due.
Tre.
Quattro.
Soltanto allora va a dormire.
Il quartiere non ha dimenticato i cinque cani.
La barista tiene ancora una loro fotografia dietro il bancone.
Il pensionato che costruì la pedana passa qualche volta a controllare se regge.
Giancarlo viene a trovarli con le tasche piene di biscotti.
Mia madre continua a dire che “cinque cani sono una follia”, ma quando arriva porta sempre qualcosa per loro.
Una domenica, mentre eravamo tutti a tavola, guardai fuori dalla finestra.
Bruno stava facendo il suo giro.
Rina.
Arturo.
Sole.
Pepe.
Poi venne verso la porta della cucina.
Dietro di lui gli altri quattro.
Mi tornò in mente la strada.
Le strisce gialle.
Il camion.
Il rumore.
Quei quattro corpi che si chiudevano intorno al quinto.
Per molto tempo avevo pensato che quella mattina quattro cani avessero salvato Bruno.
Era vero.
Ma non era tutta la verità.
Prima di quel giorno Bruno aveva trovato cibo quando gli altri avevano fame.
Aveva cercato riparo quando arrivava il freddo.
Aveva attraversato per primo.
Era tornato indietro per Arturo.
Aveva dato da mangiare a Pepe quando era troppo magro.
Aveva controllato le uscite.
Aveva lasciato che gli altri mangiassero prima.
E quando finalmente fu lui quello steso a terra, gli altri fecero ciò che avevano imparato.
Non scapparono.
Non pensarono a salvarsi da soli.
Presero posto.
Rina davanti al pericolo.
Sole verso la strada.
Arturo sopra il corpo più fragile.
Pepe accanto al ferito.
La strada non aveva creato il loro legame.
Lo aveva soltanto mostrato a tutti.
Un anno dopo tornammo con Giancarlo vicino alla vecchia zona industriale.
La casa abbandonata non esisteva più.
La recinzione era stata sostituita.
Il piazzale sembrava più piccolo di come lo ricordavo.
Non facemmo scendere i cani vicino alla strada.
Giancarlo venne invece a casa nostra nel pomeriggio.
Rina lo riconobbe dal cancello.
Sole cercò subito nelle sue tasche.
Arturo gli si appoggiò al ginocchio.
Pepe rimase qualche passo dietro Bruno.
Giancarlo si sedette sul gradino.
Bruno gli andò incontro con quella sua zoppia leggera.
L’uomo gli accarezzò lentamente la testa.
Poi guardò me.
“Alla fine li hai salvati tutti.”
Scossi la testa.
“No.”
Giancarlo aspettò.
Guardai i cinque cani.
“Si erano già salvati tra loro.”
Quella sera Bruno fece il solito giro.
Rina.
Arturo.
Sole.
Pepe.
Quattro controlli.
Poi andò verso la sua cuccia dal collarino giallo.
Rina lo seguì.
Poi Pepe.
Poi Sole.
Arturo arrivò per ultimo e si sdraiò di traverso davanti alla porta.
Ancora una volta formarono un cerchio.
Solo che, questa volta, nessuno stava arrivando contro di loro.
Dentro la casa si sentivano i piatti della cena.
Mia madre discuteva con Laura su quanto sale mettere nel sugo.
Davide rideva.
Marta chiamava Pepe.
Fuori, il quartiere accendeva le luci una finestra dopo l’altra.
E per la prima volta nella loro vita, quei cinque non avevano più bisogno di proteggersi dalla strada.
Dovevano soltanto imparare una cosa nuova.
Che a volte la famiglia non è il luogo da cui vieni.
È il luogo in cui, finalmente, nessuno ti lascia indietro.





