Quel Ragazzo in Ritardo con l’Affitto che Mi Insegnò a Non Chiudere la Porta

Pensavo di aver aiutato Enea a restare in piedi. Invece, qualche mese dopo, fu lui a impedirmi di cadere.

Dopo quel biglietto nella cassetta, tra me ed Enea cambiò qualcosa.

Non diventammo amici nel modo rumoroso in cui oggi si usa dire tutto a tutti. Non prendevamo il caffè insieme ogni mattina. Non ci raccontavamo la vita davanti al cancello.

Però c’era una gentilezza nuova.

Quando lui rientrava dall’officina, spesso si fermava un momento in cortile.

“Buonasera, signora Lidia.”

E io rispondevo:

“Com’è andata oggi?”

All’inizio diceva solo:

“Bene.”

Poi, piano piano, cominciò ad aggiungere una parola in più.

“Ho imparato a usare una macchina nuova.”

“Corrado mi ha fatto vedere come si controlla un pezzo.”

“Oggi ho sbagliato una misura, ma non mi hanno sbranato.”

Lo diceva quasi sorridendo.

E quel quasi, per me, valeva tanto.

La sua cassetta della posta non rimase più piena. Il sacchetto delle bottiglie sparì. Le luci dell’appartamento tornarono ad accendersi a orari normali.

Non era diventato allegro.

Era tornato presente.

E certe volte, nella vita, è già moltissimo.

Ogni fine mese mi lasciava qualcosa. Cinquanta euro, cento, a volte meno. Mai con aria da vittima. Sempre dentro una busta chiusa, con due righe scritte con una calligrafia ordinata.

“Non è tutto. Ma continuo.”

Io non gli mettevo fretta.

Non perché i soldi non mi servissero. Mi servivano, eccome. Una perdita nel bagno di sopra mi aveva fatto venire il mal di stomaco per tre giorni. Il tecnico aveva guardato il tubo come se fosse una sentenza.

Però avevo capito una cosa.

A volte, per rimettere in piedi una persona, non bisogna tirarla per il braccio. Bisogna solo smettere di spingerla verso il pavimento.

Un venerdì sera, verso le sette, sentii bussare piano alla mia porta.

Era Enea.

Aveva ancora la tuta dell’officina, le mani lavate male e un sacchetto di carta in mano.

“Signora Lidia, posso?”

“Certo.”

Entrò nell’ingresso come chi non vuole sporcare. Appoggiò il sacchetto sul mobile.

“È per lei. Non è niente di che.”

Dentro c’erano tre pesche, un pacco di caffè e un vasetto di miele.

Mi venne da sorridere.

“Enea, non dovevi.”

“Lo so,” disse. “Però volevo.”

Poi rimase lì, con le mani nelle tasche, guardando le mattonelle.

“Domenica viene mia madre.”

Alzai gli occhi.

“La mamma della busta?”

Lui arrossì.

“Sì.”

Non chiesi niente. Ma lui, forse, aveva bisogno di dirlo.

“Non le avevo raccontato tutto. Le dicevo che andava bene. Che il lavoro c’era. Che ero solo stanco. Lei vive in un paese verso la montagna, con mia zia. Non ha molto, ma ogni volta mi chiedeva se mi serviva qualcosa.”

Si fermò.

“E io le rispondevo di no. Per orgoglio. O per vergogna. Non lo so più.”

“Le hai detto la verità?”

“Quasi tutta.”

Quel “quasi” mi fece stringere il cuore.

“Le ho detto che ho perso il lavoro, che ho avuto un periodo brutto, e che qualcuno mi ha aiutato. Non le ho detto quanto ero vicino a sparire.”

Abbassò la voce.

“Non voglio farla stare male.”

Io guardai quel ragazzo di ventotto anni, ancora magro, ancora pieno di pensieri, e rividi mio figlio quando mi diceva: “Sto bene, mamma.”

Quante bugie buone ci raccontano i figli per proteggerci.

E quante volte noi fingiamo di crederci per non vederli tremare.

“Le mamme,” dissi piano, “spesso capiscono più di quanto i figli raccontino.”

Enea annuì, ma non sembrava convinto.

La domenica arrivò una donna piccola, con i capelli grigi raccolti male e una giacca troppo leggera. Scese da una macchina guidata da una cugina, tenendo una borsa di tela sulle ginocchia.

Enea le andò incontro nel cortile.

Non si abbracciarono subito.

Si guardarono.

Poi lei gli mise una mano sulla guancia.

“Sei dimagrito.”

Lui sorrise come un bambino colto in fallo.

“Anche tu dici sempre le stesse cose.”

Lei non rise.

Gli accarezzò il viso con il pollice, come se volesse controllare che fosse intero.

Io stavo alla finestra, ma non per curiosità cattiva. Era una scena che mi aveva presa alla gola.

Dopo un’ora, Enea bussò alla mia porta.

“Signora Lidia, mia madre vorrebbe salutarla.”

Scesi.

La donna si chiamava Nerina. Aveva occhi chiari e mani rovinate dal lavoro. Mi prese le mani tra le sue senza cerimonie.

“Lei è la signora che non ha chiuso la porta.”

Non seppi cosa rispondere.

“Ho solo fatto quello che potevo.”

“No,” disse lei. “Ha fatto quello che molti non fanno più. Ha guardato mio figlio in faccia.”

Quelle parole mi entrarono dentro piano, ma rimasero lì.

Ci sedemmo tutti e tre nella piccola cucina del bilocale. Enea aveva messo una tovaglia pulita, due bicchieri diversi e un piatto con dei biscotti comprati al forno del paese.

Nerina guardò l’appartamento.

“È piccolo,” disse.

Enea si irrigidì.

Lei sorrise.

“Ma si vede che ci vivi con rispetto.”

Lui abbassò gli occhi.

Io vidi le sue spalle sciogliersi un poco.

Parlammo di cose semplici. Del lavoro in officina. Di Corrado, che secondo Enea “brontolava ma insegnava bene”. Del paese. Della bicicletta vecchia, che ancora resisteva per miracolo.

Poi Nerina aprì la sua borsa.

Tirò fuori un contenitore avvolto in un canovaccio.

“Ho fatto una torta.”

Era una torta bassa, con le mele, un po’ storta da un lato.

“Non è venuta bella,” disse.

“Le cose buone non hanno bisogno di essere dritte,” risposi.

Enea rise.

Fu una risata breve, quasi arrugginita. Però era vera.

Quel pomeriggio, quando Nerina andò via, Enea restò in cortile con lei fino all’ultimo. La guardò salire in macchina, poi sollevò una mano mentre l’auto usciva piano dal cancello.

Quando rientrò, non disse niente.

Ma aveva gli occhi lucidi.

Passarono altri mesi.

Il contratto di tre mesi divenne un altro contratto. Non era ancora sicurezza piena, ma era strada. Enea continuava a lavorare, a pagare un pezzo alla volta, a salutare.

Ogni tanto mi portava qualcosa dall’officina: una vite giusta per il cancello, un consiglio per una maniglia, una mano per spostare un mobile.

Io all’inizio protestavo.

“Non sei il mio tuttofare.”

E lui rispondeva:

“No. Sono il suo inquilino.”

Poi aggiungeva, con quella sua voce bassa:

“E anche uno che si ricorda.”

Un pomeriggio d’autunno, mentre mettevo via i panni, sentii un dolore secco alla schiena.

Non forte da farmi urlare.

Ma abbastanza da togliermi il fiato.

Mi appoggiai al tavolo della cucina. Pensai che sarebbe passato. Le donne della mia età fanno spesso così: aspettano che il corpo smetta di lamentarsi, come se fosse maleducato disturbare.

Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.

Torna in alto