Non c’era niente di drammatico nel modo in cui raccontava la propria storia.
Era semplicemente la sua vita.
Lessi il modulo.
Alla voce “Esperienze precedenti con animali” aveva scritto:
Ho avuto per quattordici anni un boxer di nome Arturo. È morto l’anno scorso. La casa è diventata troppo vuota.
Sotto c’era un’altra frase.
Cerco un cane che abbia bisogno di me almeno quanto io ho bisogno di lui.
Mi fermai.
Alla voce “Caratteristiche preferite”:
Affettuoso. Tranquillo in casa. Adulto. Possibilmente non troppo rumoroso.
A quel punto quasi mi scappò da ridere.
Ma non risi.
Guardai verso il corridoio dei box.
Miele era tornata tre giorni prima.
Pensai alla dottoressa Elena.
Una persona che non possa sentirla.
Per un attimo ebbi paura perfino di sperare.
«C’è una femmina che vorrei farti conoscere», dissi.
Gianni lesse le mie labbra.
«Ha qualche problema?»
«Sì.»
«Meglio.»
«Meglio?»
«I cani senza problemi trovano famiglia prima.»
Non seppi cosa rispondere.
Lo accompagnai al box.
Miele era sdraiata con il muso sulle zampe anteriori.
Quando arrivammo al cancello alzò gli occhi.
Non si mosse.
Gianni si inginocchiò lentamente.
Poi alzò le mani.
Fece un segno.
Io non conoscevo la LIS.
Gli chiesi dopo cosa le avesse detto.
Mi rispose:
«Ciao. Mi dispiace che tu stia passando un brutto periodo.»
Miele seguì le sue dita con gli occhi.
Poi si alzò.
Fece tre passi.
Avvicinò il muso alle sbarre.
Gianni infilò due dita tra gli spazi.
Non cercò di accarezzarla subito.
Aspettò.
Fu Miele ad avvicinarsi.
Appoggiò il naso sulle sue dita.
E chiuse gli occhi.
Mi girai per fingere di sistemare una ciotola.
A sessantun anni avevo imparato una cosa: ci sono emozioni che, se le guardi dritte in faccia, ti rompono.
Portai Gianni nel mio ufficio.
Gli raccontai tutto.
Sei adozioni.
Sei ritorni.
Le notti.
Gli ululati.
I vicini.
Le telefonate.
La relazione comportamentale.
Non addolcii niente.
«Potrebbe ricominciare anche con te.»
Lui annuì.
«Potrebbe andare avanti per ore.»
Annuì di nuovo.
«E non sappiamo se funzionerà.»
Questa volta mi fermò con una mano.
«Marina.»
Aspettai.
«La sera tolgo l’impianto.»
«Lo so.»
«Quindi se ulula…»
«Non la sentirai.»
Gianni guardò attraverso il vetro dell’ufficio.
Miele era tornata a sdraiarsi.
Passarono diversi secondi.
Poi disse:
«Forse ha aspettato me.»
Sentii gli occhi bruciare.
Gianni si accorse della mia espressione.
«È una stupidaggine?»
Scossi la testa.
«No.»
«Posso dirlo?»
«Puoi dirlo.»
La portò a casa il sabato mattina.
Il suo paese era uno di quelli dove ancora resistono il bar con quattro tavolini fuori, il ferramenta, il panificio e una piazza in cui gli anziani sanno chi passa prima ancora che la macchina abbia parcheggiato.
La voce si sparse subito.
«Gianni ha preso un pit bull.»
«Quello grosso?»
«Quello del rifugio?»
«Ma non era quello che restituivano tutti?»
Una signora della casa accanto gli portò una vecchia coperta.
Il fornaio mise da parte qualche pezzo di pane secco finché Gianni non gli spiegò che Miele aveva già la sua alimentazione.
Un pensionato che abitava di fronte si offrì di accompagnarla fuori quando lui lavorava fino a tardi.
Piccole cose.
Quelle che non fanno notizia.
Quelle che tengono in piedi i paesi.
Gianni aveva preparato per lei un angolo nel soggiorno.
Una cuccia aperta.
Una coperta appartenuta ad Arturo.
Una ciotola d’acqua.
Due giochi.
Alle dieci e mezza andò a dormire.
Tolse l’impianto uditivo.
Lo appoggiò sul comodino.
Spense la luce.
Alle 23:14, Miele iniziò a ululare.
Gianni non si mosse.
Non perché fosse più paziente degli altri.
Non perché avesse studiato un metodo particolare.
Non perché conoscesse qualche segreto.
Dormiva.
Miele ululò.
E per la prima volta nessuno rispose.
Ululò più forte.
Nessuno arrivò.
Nessun «basta».
Nessun «amore, tranquilla».
Nessun passo nel corridoio.
Nessuna mano sulla testa.
Nessuna porta aperta.
Nessuna discussione.
Nessuna telefonata al rifugio.
Nessuna macchina accesa nel cuore della notte.
Continuò per quasi quattro ore.
Il sistema di videosorveglianza che Gianni usava per la bottega riprese tutto.
Miele camminava.
Tornava nella cuccia.
Alzava il muso.
Ululava.
Aspettava.
Riprovava.
Come se stesse premendo un vecchio interruttore che aveva sempre acceso qualcosa.
Ma quella notte l’interruttore non accese niente.
Alle 2:54 smise.
Rimase ferma.
Guardò verso il corridoio.
Poi uscì dalla cuccia.
Camminò fino alla camera.
Gianni dormiva.
Miele rimase accanto al letto per alcuni minuti.
Lo fissò.
Lui continuava a dormire.
Era ancora lì.
Allora Miele appoggiò le zampe anteriori sul materasso.
Aspettò.
Nessuna reazione.
Salì completamente.
Si sistemò sopra il piumone, vicino ai suoi piedi.
E rimase a guardarlo.
Per ore.
Alle sei e mezza Gianni aprì gli occhi.
Trovò sessanta chili di cane tigrato rannicchiati sulle sue gambe.
Pensò semplicemente che Miele avesse deciso di dormire con lui.
Solo più tardi guardò i filmati.
Il lunedì mattina ricevetti un messaggio.
Devi vedere questo.
C’era un video.
Lo aprii.
Dopo venti minuti lo misi in pausa.
Poi ripresi.
Vidi Miele ululare.
Vidi il corridoio vuoto.
Vidi Gianni dormire.
Vidi lei fermarsi.
Vidi il momento in cui entrò nella stanza.
Vidi quando salì sul letto.
Vidi quando capì, forse per la prima volta, che una persona poteva restare anche dopo aver visto — o nel suo caso non sentito — la parte peggiore di lei.
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.





