Lorenzo tese la mano.
Malik non la strinse.
«Io non stringo la mano sulle sfide.»
«Hai paura?»
«No. Le porto a termine.»
Il percorso fino al bivio della cava era lungo poco più di tre chilometri.
Una strada privata secondaria, utilizzata dai mezzi del circolo e chiusa quel pomeriggio per lavori programmati. Il custode, Gianni Roversi, abbassò la sbarra alle loro spalle dopo aver sentito Lorenzo ordinargli di bloccare il passaggio.
Gianni lavorava lì da sette anni.
Aveva visto Lorenzo insultare camerieri, fornitori, giardinieri.
Lo aveva visto chiamare la sicurezza perché un medico appena iscritto al circolo guidava una macchina troppo normale.
Quella volta, però, percepì qualcosa di diverso.
L’uomo nella vecchia coupé non si agitava.
Non cercava di dimostrare nulla.
Aspettava.
Lorenzo partì per primo.
La sua vettura bianca scattò in avanti con un urlo acuto.
In pochi secondi prese distanza.
Guardando nello specchietto, vide la macchina di Malik diventare più piccola.
Rise.
«Lo sapevo.»
Ma Malik non stava ancora correndo.
Stava ascoltando.
Sentiva il fondo stradale attraverso il sedile. Misurava l’aderenza. Calcolava la curva, il peso, il punto esatto in cui lasciare respirare il motore.
La prima curva era larga.
Lorenzo entrò veloce e frenò tardi, affidandosi ai sistemi elettronici della propria vettura.
Malik entrò ancora più veloce.
Nessun aiuto automatico.
Solo trentamila ore di esperienza trasformate in memoria muscolare.
La parte posteriore della vecchia coupé scivolò di pochi centimetri.
Malik la riportò in linea con un movimento leggero del polso.
Uscì dalla curva senza perdere velocità.
Lorenzo guardò lo specchietto.
Il rottame era più vicino.
La seconda curva richiedeva coraggio.
Lorenzo frenò in anticipo.
Non perché lo avesse deciso.
Perché il suo corpo aveva già capito ciò che il suo orgoglio rifiutava.
Qualcuno lo stava raggiungendo.
Malik sollevò appena il piede, trasferì il peso, fece ruotare la macchina e si ritrovò alle spalle della coupé bianca.
Poi di fianco.
Lorenzo voltò la testa.
Vide Malik calmo, concentrato, quasi annoiato.
Non il volto di un uomo che sperava di vincere.
Il volto di un uomo che sapeva già come sarebbe finita.
Sul rettilineo finale, Lorenzo schiacciò l’acceleratore.
Il motore urlò.
Malik fece lo stesso.
Il suono della vecchia automobile divenne profondo, pieno, feroce.
Non sembrava più un rottame.
Sembrava qualcosa che si era svegliato dopo cinquant’anni di sonno.
Malik lo superò.
Prima di una lunghezza.
Poi di due.
Poi di quattro.
Raggiunse il bivio, rallentò, accostò e spense il motore.
Quando Lorenzo arrivò, quattordici secondi dopo, Malik aveva già aperto la portiera.
Quattordici secondi.
In una gara breve erano un abisso.
Lorenzo scese con il volto rosso.
«Hai barato.»
Malik si appoggiò alla macchina.
«In che modo?»
«Questa vettura è modificata. Non vale. Voglio rifare la gara.»
«Non hai detto: superami con un’automobile originale.»
«Era una battuta.»
«Hai chiuso la strada. Sei partito. Hai corso.»
Lorenzo respirava male.
Il sudore gli colava dalla fronte.
«Nessun giudice mi obbligherà a cederti una società per una frase detta al semaforo.»
Malik indicò la telecamera.
«La frase è registrata. Due volte.»
Il viso di Lorenzo cambiò.
Prima rabbia.
Poi paura.
Infine quella durezza che alcune persone mostrano quando capiscono di non poter più controllare la situazione con il denaro o il cognome.
«Tu non sai chi sono.»
«So chi sei.»
«Ho quattrocento dipendenti. Siedo nei consigli più importanti della regione. Conosco persone che possono rovinarti.»
Malik incrociò le braccia.
«Io sono l’uomo che ti ha battuto di quattordici secondi.»
Fece una pausa.
«E sono l’uomo a cui hai promesso la tua società.»
Lorenzo chiamò le forze dell’ordine.
Disse che un uomo lo stava minacciando.
Disse che cercava di estorcergli l’azienda.
Quando arrivarono due pattuglie, raccontava già la storia come se fosse stato aggredito.
Un giovane agente, Matteo Serra, ascoltò entrambe le versioni.
Poi chiese di vedere la registrazione.
Guardò Lorenzo girare attorno alla macchina.
Lo sentì pronunciare la sfida.
Lo sentì specificare il valore dell’azienda.
Lo vide partecipare alla gara.
Alla fine, alzò gli occhi verso Malik.
«Lei è Malik Ferri?»
«Sì.»
«Il pilota?»
«Ex pilota.»
Matteo lo fissò per alcuni secondi.
«Mio padre mi portò a vedere una gara quando avevo undici anni. Aveva il suo poster nel garage.»
Lorenzo spalancò gli occhi.
«Pilota? Lui?»
«Tre volte campione del mondo», rispose l’agente. «E fondatore di un’accademia che forma ragazzi in difficoltà.»
Lorenzo guardò la vecchia macchina.
Sembrava che la vedesse per la prima volta.
«I campioni non guidano rottami.»
Malik appoggiò una mano sul cofano.
«I campioni guidano quello che vogliono.»
Tre giorni dopo, Malik inviò una lettera formale.
Chiedeva il trasferimento delle quote promesse.
Concedeva quattordici giorni per adempiere all’accordo.
Lorenzo non rispose.
Il ventiduesimo giorno arrivò una busta spessa.
Dentro c’era una causa da dieci milioni di euro.
Malik veniva accusato di aver preparato una trappola, nascosto le reali prestazioni dell’automobile e manipolato psicologicamente un imprenditore vulnerabile.
Il suo presunto reato era aver guidato una macchina che sembrava più lenta di quanto fosse.
Lorenzo aveva assunto l’avvocato Cesare Monti, famoso per non vincere sempre le cause, ma per renderle così costose che gli avversari finivano per arrendersi.
Nel giro di quarantotto ore, la storia comparve sui giornali locali.
Malik venne descritto come un ex campione in cerca di denaro.
Qualcuno parlò di provocazione.
Qualcun altro di piano organizzato.
Nessuno sembrava interessato alle parole pronunciate da Lorenzo.
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